Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi, Chi sono?, recensione di Elvio Bombonato

L’autore, Aldo Palazzeschi fu poeta in gioventù, poi anche narratore.  Il suo capolavoro probabilmente è  il romanzo giovanile, del 1911 “Il codice di Perelà” (Luigi Baldacci).   “Sorelle Materassi”,  pubblicato nel 1934 da Vallecchi di Firenze, è invece quello più noto al pubblico, anche grazie alla versione televisiva, che lui stesso visionò, del 1972.

Altre poesie importanti si trovano nel senile “Via delle cento stelle”, 1972.

La poesia è buffa, come tutto il primo Palazzeschi (1885-1974), fin dal titolo autobiografico, col punto interrogativo.  Palazzeschi ha scritto almeno 3 capolavori: “La fontana malata”, “E lasciatemi divertire”, “La passeggiata”.   Questa invece è breve: uno scherzo, un gioco: il poeta non si prende sul serio (il bersaglio implicito è sempre il poeta vate d’Annunzio,  “La fontana malata” è la parodia della  “Pioggia nel pineto”).

CHI   SONO  ?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

“follia”.

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

“malinconia”.

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

“nostalgia”.

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia

 ALDO PALAZZESCHI  (1909)

Palazzeschi, come Gozzano, nega il ruolo del poeta, scrive una poesia infantile, ecolalica (Mengaldo), che sembra una cantilena, una filastrocca.  L’ecolalia consiste nel ripetere sempre le stesse parole, con un tono inebetito e insensato, tipica dei malati di mente, dei bambini, degli anziani.   Chissà, forse anche dei logorroici.  Le strofe sono quattro, di 5 versi  ciascuna, a botta e risposta, con un distico a chiusura.  Palazzeschi adora il ternario, che ha l’accento sulla penultima sillaba, quindi  in mezzo alla parola, e i suoi multipli senario e novenario, con qui anche 4 endecasillabi.  

Cosa significa la poesia?  Nulla , è un nonsense, che consiste proprio nella ricerca del nonsenso, anche se le frasi sono regolari sia sul piano morfosintattico sia semantico: sembra logica e non lo è.    Anima mia:   Palazzeschi poeta non vuole essere catalogato  (Bennato, “Quando sarai grande”, dal “Burattino senza fili”).  La poesia però rivela un’architettura raffinata e complessa, nella sua apparente semplicità.  La rima doppia compare alla fine di ogni strofa, in “ia”;  con altre rime: pittore/colore;  lente/gente.  Lo schema è lo stesso in ogni strofa: domanda, negazione (anafora del non), spiegazione, definizione.  Si tratta di un soliloquio, segnato dal ripetersi della domanda:  anafora, 6 domande, 4 risposte.  Il titolo fa corpo con la poesia, e la marchia.

–  follia:  bizzarria.

–  anima mia:  ripetuta 4 volte, anafora.

–  son dunque…che cosa?:   linguaggio di registro parlato.

–  follia, malinconia, nostalgia sono un climax (gradazione, scala) discendente. Le tre parole, poste in parallelismo, sono le parole chiave

–  musico:  musicista.

–  saltimbanco: personaggio del circo, giocoliere.  Altra parola chiave.

–   L’intermezzo rompe lo schema:  io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente.

–  chi sono ?  la domanda apre e chiude la poesia, che diventa così un cerchio chiuso, sigillato.

–  l’ultimo verso assomiglia a una sentenza, a un’epigrafe, definitiva e indiscutibile.

La poesia è dunque un divertimento, Palazzeschi non si prende sul serio e nel contempo prende in giro il lettore, sempre in modo allegro e bonario.  Terrà lo  stesso atteggiamento, pur invecchiando, anche in alcuni dei suoi numerosi romanzi, scritti in rigoroso dialetto fiorentino.

Visse prima a Firenze e poi, dal 1941 a Roma.  Fu anche appassionato di cinema, al punto da presiedere la giuria del Festival di Venezia del 1948.

Pubblicato da Pier Carlo Lava  il 27/172017.