Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, ricordando un centenario, di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Ne celebriamo, forse fin troppo sommessamente, il centenario della nascita. Karol Wojtyla nasce polacco nel maggio del 1920 e muore Paolo Giovanni II, europeista convinto, ma soprattutto cittadino del mondo nel mese di aprile del 2005. Le sue radici polacche fanno parte di un’identità nazionale che si nutre di un’ispirazione cristiana costitutiva, soprattutto nel corso del primo Novecento. E sono queste radici, affiancate a un’ avvertita formazione letteraria e filosofica, sono le esperienze trascorse con amici di varia ideologia e religioni (Ebrei in particolare) che rafforzano il suo Cristianesimo e che pongono al centro di tutta la sua vicenda umana e sacerdotale, la promozione della persona e dei suoi diritti; se la storia lo porta a contatto con ideologie pagane, prima col nazismo e poi col comunismo, si realizza in lui e nel suo bagaglio ideale un consolidamento di questa impostazione di fondo, il rispetto dell’uomo integrale: la sua prima enciclica, “Redemptor Hominis” (1979) ne costituisce prova riconosciuta. In Karol Wojtyla e poi in Giovanni Paolo II resta permanente e rigorosa nel suo percorso e nel suo magistero la centralità della persona umana, accompagnata dalla difesa dei diritti individuali e collettivi. La scelta attiene le grandi libertà civili, intese come fondamento della libertà religiosa che sarà il tema da lui, giovane vescovo, ampiamente trattato soprattutto, ma ovviamente non solo, nei dibattiti del Concilio Vaticano II.

Le conseguenze che ne derivano, nella realtà dei totalitarismi sono ben note; la sua ordinazione sacerdotale, avviene pressoché in clandestinità nel 1946 e la sua missione sacerdotale, sotto il comunismo, risente di tutti i limiti imposti da un controllo sovietico soffocante, nonostante un contesto polacco decisamente cristiano, in particolare nelle componenti di popolo, ma anche in parecchi rappresentanti dell’intellettualità più impegnata. Wojtyla risente di questa atmosfera; ne vive le contraddizioni, sempre opponendosi più con la proposta cristiana che con l’opposizione politica, tanto che la dirigenza comunista finisce per accettare, sia pure con circospezione, la sua nomina a arcivescovo di Cracovia. E se ne pentirà: dopo l’elezione di Giovanni Paolo II tutti si accorgeranno che la positiva proposta cristiana può innescare il tracollo delle più devastanti dittature ancora trionfanti nella seconda metà del secolo XX.

Da papa si rende conto che oltre ai totalitarismi di Stato, si stava insinuando un totalitarismo della mentalità consumista e quello della prepotenza dei poteri forti sui popoli del mondo: di qui una nutrita pastorale e un cospicuo magistero sociale, nelle scia della dottrina sociale della Chiesa, ma superandone alcune componenti che avrebbero potuto rivelarsi dei limiti col trascorrere dei decenni. Diventano così centrali il tema del lavoro (Laborem Exercens del 1981) come opera dell’uomo a consolidamento dell’opera della creazione, il tema del peccato sociale e delle strutture di peccato (Sollicitudo Rei Socialis del 1987 e Centesimus annus del 1991).

Va precisato che si tratta di un magistero proposto con il carattere di una presenza costante nella convinzione che il Cristianesimo costituisca l’elemento risolutivo delle storture dei totalitarismi, come delle derive consumistiche di contesto. E si tratta di un contesto pericoloso per la pace, tanto che nel 1986 Giovanni Paolo II, convoca a Assisi i rappresentanti delle diverse religioni promuovendo una comune preghiera per la pace; un tema a lui tanto caro nel magistero quanto nella pratica e nelle possibili realizzazioni.

Va precisato che resta un significativo problema, negli anni del suo pontificato, il confronto dell’Istituzione con la teologia della liberazione: Wojtyla considera in modo del tutto negativo l’utilizzo del marxismo da parte di alcuni teologi dell’America latina. Quando nel 1983 va in Nicaragua in visita pastorale, redarguisce pubblicamente Ernesto Cardenal, in via formale per la sua funzione di ministro della cultura, cosa incompatibile, per diritto canonico col sacerdozio, ma nella sostanza per la sua elaborazione culturale innervata nella teologia non gradita, tanto al papa, quanto alla sua mens teologica, Joseph Ratzinger. Confesso che personalmente quel gesto non mi ha mai entusiasmato: mi rende pensoso nel ricordo del capitolo XVIII dell’Evangelo di Matteo.

Forse, fra tutti, il gesto più rivoluzionario viene individuato nelle celebrazioni del giubileo del duemila, quando Giovanni Paolo II fa della Chiesa una delle grandi penitenti della storia per la persecuzioni lesive della libertà religiosa, per i comportamenti di indifferenza verso le minoranze religiose, per i peccati dei Cristiani; anche se la sua insistenza in merito viene più rivolta ai popoli cristiani, lasciando in ombra i compromessi istituzionali, si tratta di un gesto di indubbia grandezza che presenta una forza di spiritualità personale straordinaria: un carisma che neppure le degenerazioni della curia riescono a offuscare.

E ciò va sicuramente segnalato anche per il contesto in cui si radica una scelta di grande umiltà, mentre il pontificato wojtyliano sta volgendo alla sua naturale conclusione: 2 aprile 2005.