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Silvia Romano e la violenza indifferente, di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

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Inevitabilmente, l’interesse si esaurisce; sta nella natura delle cose, nella mentalità che informa le nostre esperienze indifferenti. Siamo tra quanti, si spera maggioranza, esprimono soddisfazione e gioia per la liberazione di Silvia Romano dalla schiavitù dell’estremismo religioso e non solo; siamo tra coloro che dissentono da qualsiasi speciosa e strumentale riserva su ciò che si è fatto per la sua liberazione, siamo solidali con tutti quelli che ritengono priorità indiscutibile la vita dell’uomo e di ogni uomo: e soprattutto tra i tanti amici che pensano non trattabili, non negoziabili la salvaguardia e l’incolumità della persona, neppure per la sicurezza sacrosanta delle Istituzioni. Viene un momento in cui bisogna scegliere; per farlo però necessita una cultura della vita, una cultura che oggi viene posta in discussione, anche da molti di coloro che pure hanno gioito e non imprecato e dileggiato a fronte di un percorso personale, sia pure imprecisato, ma in ogni caso rispettabile.

Una cultura della vita e della libertà: spiace invece constatare i limiti posti a queste culture. Un primo vulnus attiene proprio la libertà religiosa; succede così che a fronte della ricomparsa della Romano dichiaratasi mussulmana e convertita dal Cristianesimo, si sia scatenata la canea dell’insulto; insulto strumentale e dunque anche peggiore quasi sempre ispirato (!?) dalla convenienza del consenso, nel contesto di una degenerazione politica in perenne campagna elettorale. Le cose dovrebbero rendere pensosi; in definitiva nell’età dell’indifferenza, della proclamazione del “pensiero debole”, della conclamata tolleranza sul versante spirituale e etico, del relativismo; nell’età in cui si poneva in essere una prospettiva di libertà religiosa, basta una banale ricerca del consenso popolare, per esprimere la più devastante violenza verbale contro le scelte di coscienza o da ritenersi tali, fino a prova contraria.

Un secondo intralcio inestricabile sta nella devianza dell’effimero. Siamo portati facilmente all’accomodamento, alla accondiscendenza; non conosciamo fedeltà, tutti orientati all’interesse comunque perseguito nei suoi effetti e comunque garantito dai vari “falsi profeti” sul mercato. E nel momento della difficoltà, chiunque ci richiami al sacrificio di sé per la solidarietà umana più cogente (e non voglio neppure scomodare il Cristianesimo dal momento che anche il non credente può esprimere alta solidarietà), ci da fastidio: figurarsi poi se la protagonista è una donna! Per questo quando ho parlato di gioia per la liberazione di Silvia, ho anche parlato di condivisione di una “sperata” maggioranza.

E ci sarebbe un terzo vulnus posto in evidenza anche in questa occasione e da noi più volte denunciato. Manca una linea di guida per la formazione dell’opinione pubblica; manca insomma la politica. Purtroppo non esiste più un consolidato sistema di formazione alla democrazia: non ci sono le scuole di partito, spazzate via dalla crisi della “prima repubblica”; non c’è più l’associazionismo laico e ecclesiale, spazzati via da una falsa prospettiva di libertà che ne denunciava la separatezza aristocratica, magari anche temibile, ma con l’acqua sporca si è buttato via il bambino. E, nella società che potrebbe trarre profitto dalla rilevanza pubblica delle religioni mancano tutti i semi della solidarietà, mentre si impongono tutte le accondiscendenze del consumismo.

C’è una cultura, ci sono delle pseudo culture e il contesto si impone con violenza, contro tutte le forme di rispetto e contro le libertà sempre proclamate e scarsamente realizzate.