Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Giacomo  Leopardi, ALLA  LUNA, recensione di Elvio Bombonato

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

La poesia fa coppia con “L’infinito”, stesso anno 1819, stessa lunghezza 15 e 16 versi, endecasillabi sciolti (versi di 11 sillabe, senza la rima).  Fanno parte dei “piccoli idilli”.

Il titolo precedente era “La rimembranza” (ricordanza, ricordo), poi mutato. L. infatti si rivolge direttamente alla luna (il vocativo dell’inizio, e la ripresa al v.10), quasi le parlasse: è un breve paesaggio notturno, che ispira l’emozione e il ricordo.

Un passo dello “Zibaldone” ne spiega il significato: è l’illusione degli anniversari, per cui, pur essendo il giorno di un anniversario uguale agli altri, noi gli attribuiamo, tramite il ricordo, un effetto di dolcezza, prodotto dal ricordo, anche se allora, come oggi, eravamo/siamo angosciati.  Per spiegare questa considerazione, a scuola usavo questo esempio: è capitato, quando eravamo piccoli, di piangere inconsolabili per qualche contrattempo. Adesso, ricordando l’evento, ne sorridiamo. 

“È pure una bella illusione quella degli anniversari, per cui quantunque quel giorno non abbia niente piú che fare col passato che qualunque altro, … ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre né possono piú tornare, tuttavia rivivano e siano presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente… illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti e, o di cui pur ci piace di ricordarci… Così negli anniversari. Ed io ricordo di avere con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione”. “Zibaldone”, 60, 21/5/1819.

PARAFRASI

O luna leggiadra e benigna, io ricordo                                 (bella e benevola)

che, ora è passato un anno, io venivo su questo colle       (il monte Tabor, quello dell’”Infinito”)

a guardarti angosciato e triste:

e tu luna stavi sopra quel bosco

come fai adesso, che lo illumini tutto.

Ma, annebbiato e offuscato dal pianto                                (Ma:  introduce la frase avversativa, come nell’”Infinito”)

che spuntava sulle mie ciglia, il tuo aspetto                        (aspetto: soggetto della frase)

appariva ai miei occhi, perché la mia vita

era dolorosa, e ancora lo è,  né cambia maniera,       (modo di essere)

o mia amata luna.  Eppure mi piace

il ricordo ed evocare il tempo                                       (gli anni, i momenti)

del mio dolore. O come è gradevole,                           (i due versi seguenti sono stati aggiunti dopo)

nella giovinezza, quando la speranza dura 

ancora tanto tempo, e il ricordo invece è breve,          (antitesi:  speranza lunga, ricordo breve, perché sei giovane)

il ricordare (soggetto) gli eventi del passato,

sebbene tristi, e sebbene il dolore continui.

Come nell’”Infinito”, il canto (“Canti” è il titolo che L: diede al libro che raccoglie le 41 poesie da lui scritte), parte dalla descrizione dello spazio, il paesaggio lunare, e si trasferisce nel tempo della memoria e del presente. Il piacere del ricordo è un paradosso (= pensiero apparentemente assurdo), perché si realizza indifferentemente su contenuti lieti o tristi.  E’ il piacere dell’immaginazione, espresso appunto anche, con modi diversi, nell’”Infinito”.

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