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Manuale  di  igiene, di Dario Fornaro

Posted on 27 maggio 2020

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Alessandria: Ah le mille volte che nelle scorse settimane ci siamo sentiti ripetere e ammonire: siamo in guerra con il coronavirus!  Corollario evidente: e noi dobbiamo comportarci da bravi soldatini, prudenti e coraggiosi ad un tempo, ma soprattutto obbedienti  agli ordini imposti dalle “autorità competenti”, per banali o ripetitivi che possano apparire.

La Scienza lo esige, i controllori controllano e, all’occorrenza, stangano.

Lo stile militareggiante della resistenza al virus esige poi che si tenga conto, certo, delle vittime cadute sul campo, si esprima un virile dolore per le perdite umane, quotidianamente conteggiate, ma, come dire?, si guardi avanti con determinazione. Tipo: la vita continua!

Data la vastità geo-politica della pandemia in atto, una serie di azioni di contrasto e suggerimenti strategici, pescati dalle varie esperienze nazionali,  potrebbe agevolmente andare a comporre una specie di manuale di pronto uso – personale  e ambientale – intitolato all’Igiene del Mondo.

Questa cronaca semiseria dell’Italia in guerra col virus (in corso di traslazione dal piano sanitario a quello socio-economico) si imbatte però, casualmente, in un paio di parole comuni, igiene e mondo, che ne richiamano una terza, guerra, per ricostituire un terribile slogan d’antan che potrebbe ancora suscitare echi sciagurati.

Come ricorda chi sia  talora incespicato nel “Manifesto del Futurismo”, di F.T.Marinetti – che ha visto la luce su Le Figaro  il 20 febbraio 1909 – al punto 9 del proclama si legge:  Noi vogliamo glorificare la guerra sola igiene del mondo ..(etc.).

L’idea che l’umanità fosse, a scadenze imprevedibili, soggetta a scossoni mortiferi di origine impersonale (natura), o ascrivibili ad un castigo da scontro eterno bene/male,  non era inedita nei secoli, ma Marinetti – che pure non era alieno da ridondanze –  la concentrò  in una sintesi fulminante: guerra sola igiene del mondo.

Una bella (?) e pur tragica ramazzata demografica – a carico prevalente, si suppone, dei soggetti più deboli o sfortunati – veniva glorificata come operazione igienica straordinaria.

Con le vittime umane – a larghe falde o catastrofiche – declassate, con dolore ma con realismo, ad “effetto collaterale”, come oggi si direbbe,  di una guerra comunque giustificata o nobilitata da una imprescindibile esigenza igienica di una umanità malcresciuta.

In ogni caso, e tornando alla prova in atto, la fretta universale (“igienicamente” necessaria, ma non solo) di sgombrare il campo dai morti, contati e destinati, mi suscita qualche inacidito brivido marinettiano.