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La memoria storica non insegna (purtroppo!) di Agostino Pietrasanta

30 maggio 2020

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: So di ripetermi: pazienza, “repetita iuvant”, la speranza dell’uomo non costa nulla. Per questo ascolto con parecchio scetticismo coloro che sperano nei possibili insegnamenti tratti dalla tragedia sanitaria che forse si sta componendo; insegnamenti, è ovvio, per  un futuro anche e soprattutto lontano, dal momento che per il presente c’è da temere molto più che sperare.

Leggo, non senza interesse, molti editorialisti e commentatori che vanno ricercando, nel corso dei secoli, le vicende di varie epidemie e i loro esiti di breve e lungo periodo; mi pare di poter dire che il caso più contemplato è quello della strage da febbre spagnola che, dalla primavera del 1918, fino alle soglie del 1920, in varie ondate (due le fondamentali entro la primavera del 1919) a detta degli storici più accreditati, avrebbe provocato non meno di cinquanta milioni di vittime, ma con valutazioni che si avvicinano addirittura ai cento milioni, in tutto il mondo. Il contesto della prima guerra mondiale ne costituisce non solo relativo scenario, ma caratteristica sconvolgente della pochezza dell’uomo responsabile dei mali del mondo.

Intanto è da dire che le cifre di oggi per fortuna non sono paragonabili, ma è da aggiungere che, se il Covid-19 (coronavirus) ci è stato graziosamente “regalato dalla Cina”, la spagnola ci è stata offerta dagli USA, con accompagnamento voluto e colpevole di reticenza comunicativa. Resta provato che, in un campo di addestramento degli States, (precisamente in Kansas)  tra l’inverno e la primavera del 1918 (gli USA, come noto erano entrati in guerra nel 1917), si erano verificati centinaia di casi di “strana polmonite” e ne erano morte quarantotto reclute. Si mise tutto a tacere dal momento che, gli uomini addestrati dovevano raggiungere i campi di battaglia europei. Facciamola breve: per tutta l’estate il contagio si diffuse in Europa, in Asia e in Africa, soprattutto al seguito delle armate combattenti con sintomi raccapriccianti: mal di testa, febbre, dolori articolari, sangue dalla bocca, occhi e orecchie; tutto ciò per risparmiarvi particolari più orripilanti per ovvie ragioni di rispetto e di opportunità.

Mentre la situazione diventava ingovernabile si continuò a negare. Non si poteva assolutamente ricorrere ai provvedimenti di “distanza sociale” (espressione ben spiacevole all’udito) dal momento che nelle trincee bisognava stare e resistere a contatto di gomito e nelle fabbriche bisognava continuare a costruire armi: come conseguenza nessuna chiusura e nessun distanziamento. C’erano di mezzo milioni di vite umane, ma il problema della guerra era ben più urgente ; e mentre si moriva per ferite di guerra, si moriva anche e forse di più per contagio virale e, va precisato, resta molto difficile, ancora oggi, conoscere con adeguata distinzione, l’una rispetto all’altra causa. Tutti oggi sanno che solo quando si ammalò Alfonso XIII, re spagnolo, la Spagna nazione neutrale, svelò quello che stava accadendo; da cui il termine con cui si definì il morbo, “spagnola”.

Qualcuno obietterà: oggi però la “distanza sociale” ha funzionato nonostante le vittime che anch’essa ha provocato (suicidi, infarti…) e era (concordo!) inevitabile intervento.

Contro obiezione; ora la guerra non c’era e dunque non c’era la necessità di nascondere il pericolo. Giusto, ma con qualche aggiunta. Intanto, la prima lezione non appresa sta nello scagliare la prima pietra: oggi la Cina, ieri gli USA e pur senza arrivare alle strampalate proposte dei più disparati sovranisti, il clima di rivalsa, mi sembra molto diffuso. La cosa però più intrigante, ovviamente in negativo, sta nella preferenza delle armi piuttosto che nella salute dei cittadini; qui non si è imparato proprio nulla e non si può insistere più di tanto sui tagli ai sistemi sanitari perché sono provati in abbondanza, mentre l’Italia non sarà innocente, ma non certo la più colpevole.

C’è però una ciliegina che riguarda il sistema formativo (repetita iuvant); a settembre sarebbe quanto mai urgente aprire le scuole dal momento che non si può vivere a lungo di didattica a distanza i cui esiti mi lasciano almeno dubbioso e mi bloccano sul “meglio che niente”. Bene (anzi malissimo!) da anni si formano classi fino a trenta alunni, in nome del risparmio; qualcuno sarebbe in grado di dirmi come si potrà lavorare in sicurezza (benedetta distanza sociale!) nelle nostre aule con trenta alunni? Non solo, ma “ciliegina, nella ciliegina”, non solo le classi non saranno ridimensionate (così leggiamo le notizie), ma quando i numeri non siano a norma di risparmio, saranno accorpate, né si potrà pretendere un risparmio sugli armamenti. Lasciatemi rileggere con qualche nostalgia, la nota di Benedetto XV ai capi di Stato e scritta il 1 agosto 1917 (c’era la guerra  in atto e la “spagnola” alle porte), in cui si definiva la “inutile strage”. Nel documento papa Giacomo Della Chiesa indicava nella drastica riduzione degli armamenti uno dei presupposti per una pace duratura. Cosa si si può ancora aspettare, cosa si può sperare dagli insegnamenti della storia?

E qui metto punto, non voglio andare “fuori tema”.