Sono estremamente felice e onorata di pubblicare questa intervista al bravissimo autore: William Silvestri, del quale ho letto l’esilarante ma anche profondo “Io e la mia scimmia”.

Grazie William per aver dedicato il tuo tempo a rispondere alle mie domande, come sai la prima è sempre quella…parlaci di te. Chi sei? Oh mamma, una domanda più semplice per cominciare no? Questo è l’interrogativo cui da sempre l’Uomo cerca di dare risposte… Mantenendoci nel piano delle mie attività ti rispondo che mi definisco un artigiano della parola: scrivo ovunque, dai pizzini ad articoli per alcune riviste. Ogni tanto pubblico anche dei libri e, a parte questo, sono il direttore editoriale e il responsabile dell’Academy di Argento Vivo Edizioni. Soprattutto però sono il papà di tre bambini meravigliosi.

Quali libri ad ora hai pubblicato? La mia prima pubblicazione s’intitola Divina Mente ed è un thriller a sfondo esoterico che vide la luce nel lontano 2010. Sono seguiti altri due romanzi: Serial Kinder (2015) è un thriller grottesco, anche molto comico, mentre Ci siete mai stati a quel Paese? (2017) è stato definito un giallo ridens, poiché mescola i crismi di un vero poliziesco con il mio stile canzonatorio. Questi due romanzi sono stati inframezzati da un saggio sulla simbologia nelle religioni, pubblicato sempre nel 2015 e intitolato Chi ha paura del Serpente? Infine il mio ultimo romanzo, Io e la mia scimmia, pubblicato l’8 dicembre 2019 (anniversario della morte di John Lennon). Si tratta anche della mia prima opera pubblicata con Argento Vivo Edizioni.

Come, quando e perché ti sei avvicinato alla scrittura? La leggenda narra che io a due anni fossi capace di leggere e a tre di scrivere a stampatello. E ho sempre scritto fin da bambino, di tutto: poesie, sonetti, racconti e anche tante, tante canzoni. La prima devo averla composta quando avevo 7 anni, se non ricordo male. Si chiamava Prima di partire perché l’avevo scritta mentre i miei genitori preparavano i bagagli per andare in villeggiatura. Diciamo che però io ero fra quelli che scrivono, scrivono ma poi tengono le cose nascoste nei cassetti. Fin quando, nel 2010, alcuni dei miei più cari amici ai quali avevo osato far leggere il mio primo romanzo, mi hanno spinto a cercare un editore. Avevo 33 anni, l’età di Cristo, e mi piace considerare questa coincidenza alla stregua di una morte e rinascita metaforiche. In ogni caso, capirai senz’altro che mi resi conto di aver sprecato tanti anni a nascondere la mia scrittura. Questo è il motivo per cui, agli allievi dei miei corsi, raccomando sempre di comprare delle scrivanie prive di cassetti!

Come è nata l’ispirazione per “Io  e la mia scimmia”? Ti direi per caso, ma voglio troppo bene a Jung: lui diceva che il caso non esiste, e io ci credo. Fatto è che una mattina ero in macchina e stavo ascoltando una radio vintage che va forte qui in Veneto (Radio Birikina). A un certo punto mandarono in onda una canzone scritta da Peppino di Capri e Mimmo di Francia che s’intitola La voce delle stelle. In pratica nella canzone Peppino racconta a suo figlio l’importanza delle grandi stelle della musica che non ci sono più, ma continuano a illuminare il firmamento musicale. Ebbene, la seconda strofa è dedicata a John Lennon e a un certo punto, giocando sul titolo della canzone Imagine, dice “Immagina se fosse ancora qui”. Beh, è stata una folgorazione. Per tutto il giorno mi sono chiesto: cavolo, ma come sarebbe oggi il mondo se davvero John tornasse sulla terra? E così ho osato l’inosabile: non solo facendo rivivere Lennon, ma addirittura facendolo reincarnare… in una scimmia! Comunque, ci tengo a precisare che ho saldato il mio debito con Peppino e con Mimmo, dato che mi hanno fatto il regalo di farmi da relatori alla prima ufficiale del libro, così ho potuto finalmente ringraziarli pubblicamente. John, invece, temo che me la farà pagare quando lo raggiungerò…

Sono quasi seicento pagine, che – complimenti davvero – scorrono una meraviglia e si leggono in pochissimi giorni. Ma tu quanto hai impiegato per scrivere questo romanzo? Cinque anni, dal 2014 al 2019. Però attenzione: io scrivo di getto e la prima stesura era già terminata dopo qualche mese. Tutto il resto è stato labor limae, cioè un paziente lavoro di rifinitura che mi ha accompagnato fino a dicembre dello scorso anno.

Nel romanzo Paolo, che si fa chiamare Paul, è un quarantenne cinico, volgare e disonesto. Eppure il sentimento che il lettore prova per lui, andando avanti con la lettura, passa dal biasimo alla comprensione. Fino all’accettazione e alla simpatia. Ma quanto c’è, se c’è, di te in lui e quanto del tuo vissuto? Mi viene da sorridere, perché ormai questa è La Domanda, con le maiuscole: non c’è persona che abbia letto il libro o intervistatore che non me la faccia. Con Paul io condivido solo due aspetti: il fatto di essere un meridionale che vive al nord da moltissimo tempo, e naturalmente il grandissimo amore per i Beatles. Purtroppo, e sottolineo l’avverbio, le similitudini finiscono qui.

La narrazione si sviluppa in prima persona e al presente, in modo che il lettore si senta subito coinvolto e viva ogni situazione come se si stesse svolgendo in quel preciso istante. È una scelta narrativa direi quasi cinematografica, mi sbaglio? Ti confido un segreto: questo è il mio primo romanzo scritto in prima persona, in tutti gli altri avevo optato per la terza persona e per un narratore onnisciente. La scelta in questo caso è stata obbligata e ha costituito una sfida, ma volevo proprio che il lettore vedesse le cose con gli occhi del protagonista, cioè dalla sua prospettiva. Anche la scelta del tempo di narrazione è coerente con questa volontà, perché Paul stesso e la scimmia non sanno cosa accadrà durante la storia e io desideravo che lettori e personaggi del libro scoprissero il prosieguo delle vicende insieme, nello stesso momento, per creare maggior empatia in quella eterna danza che caratterizza la storia d’amore fra un libro e il suo lettore. Un’altra cosa che voglio sottolineare, e che tu sei stata brava a cogliere, è il taglio cinematografico che ho voluto dare al romanzo. Si tratta di un parallelo, quello fra narrativa e cinema, sul quale insisto tanto con gli allievi dei miei corsi, che restano sempre sbalorditi quando – ad esempio – gli faccio rileggere l’incipit de I promessi sposi spiegando loro che Manzoni utilizzò un drone per avvicinare i lettori al luogo dove comincia la storia e la tecnica dello zoom per inquadrare Don Abbondio, tutto questo quando naturalmente non erano stati inventati né i droni né la videocamera. Comunque sia, ho scritto Io e la mia scimmia pensando che potesse diventare un film, e forse lo diventerà se io e il mio amico Alessandro Derviso, regista candidato agli ultimi David di Donatello, riusciremo a trovare un bravo produttore. Ma io non ti ho detto niente 🙂 🙂

Paolo ci rende partecipi di ogni sua emozione, anche la più turpe, e ci dice, fin dalla prima pagina che da vent’anni vive con una scimmia che in realtà è John Lennon redivivo. Come mai proprio questo animale e – Mamma mia – come è possibile che John Lennon, autore di testi romantici e profondi, sia un isterico, possessivo così facilmente irritabile? 🙂 🙂 Prima di tutto, una risposta è già nel titolo del romanzo che rimanda a una delle canzoni forse meno conosciute dei Beatles: Everybody’s Got Something To Hide (Except For Me And My Monkey). La frase, che significa “tutti hanno qualcosa da nascondere eccetto me e la mia scimmia”, era il tormentone del Maharishi Mogi Mirim, un santone per VIP cui tante star degli Anni Sessanta si rivolgevano con l’obiettivo di ritrovarsi spiritualmente. Ma è anche vero che John in intimità chiamava Yoko Ono “la mia scimmia”. Ad ogni modo, la chiave di tutto è proprio questa: in un universo dove tutti, a partire dal sottoscritto, hanno i propri scheletri nell’armadio o i propri segreti inconfessabili, gli unici che si mostrano così come sono, con tutte le loro bassezze, sono proprio il protagonista del mio romanzo e la scimmia John. Loro non fanno nulla per nascondersi, o per mascherare le loro malefatte, sono così come li vediamo e pertanto Paul può a ben ragione sostenere che tutti hanno qualcosa da nascondere, tranne lui e la sua scimmia. Per quanto riguarda il vero John, c’è da dire che io per Lennon provo non ammirazione, ma una vera e propria venerazione. Tuttavia è risaputo come fosse un’anima combattuta, sanguinante, e sono note tante piccole o grandi vicende poco edificanti che hanno macchiato la sua vita terrena: l’abbandono della prima moglie e del primo figlioletto, o il fatto che picchiasse Yoko, per tacere degli abusi di stupefacenti. Semplicemente, come tutti i grandi artisti John aveva troppa vita che gli scorreva nelle vene, forse viveva le proprie emozioni con un’enfasi esagerata. Questo non gli ha impedito di scrivere alcune delle canzoni più belle di tutti i tempi. Io lo considero il Maradona del rock: bisogna valutarlo per quella che è stata la sua arte, scindendo l’uomo dall’artista.

Tutti gli altri personaggi sono descritti in modo perfetto. Comprendiamo bene ogni dinamica anche da poche semplici osservazioni. Quanto hai attinto alla tua realtà per crearli? In realtà molto poco. A qualche personaggio minore ho donato qualche tratto o qualche tic rubato qua e là in giro, io osservo molto la realtà. Però in generale i personaggi principali, dopo essere nati, si sono alzati dalla pagina, per citare il maestro Camilleri, e hanno iniziato a vivere per conto loro. Io mi sono limitato ad ascoltarli mentre mi raccontavano la loro storia e a scoprire insieme a loro come sarebbe andata a finire la vicenda.

Finalmente Paolo si innamora. Di una donna che ha un certo nome (che non svelo). La loro storia nasce a Verona, per mano di un autore che si chiama William. È tutto un caso? Guarda, ti giuro che è la prima volta che qualcuno me lo fa notare. Cioè, so di avere le stesse iniziali (e addirittura lo stesso nome) di Shakespeare, ma il fatto che questa storia si sia svolta a Verona in verità è figlio di un aneddoto che adesso ti voglio raccontare. Anche perché, come detto prima, il caso non esiste. Dunque, in una delle tante presentazioni per uno dei miei romanzi precedenti fatte qui a Verona, al momento delle domande una lettrice mi rimproverò perché tutti i miei romanzi erano fino a quel momento ambientati a Roma o a Napoli, due città nelle quali ho vissuto a lungo e che perciò conosco molto bene. E quella fu anche la mia spiegazione: le dissi che uno scrittore deve scrivere di cose che conosce. Allora lei mi chiese da quanto tempo vivessi a Verona… feci il conto a mente: erano già tanti anni. E poi le risposi con una promessa: il mio prossimo romanzo l’avrei ambientato nella città che mi ha adottato.

Molto spesso Paolo , come un personaggio di Pirandello (che però l’autore l’ha già trovato), quasi esce dal romanzo e dialoga con il lettore, o addirittura con l’autore. Ti è mai capitato scrivendo di dialogare anche tu con lui o con la scimmietta, e di vedere i tuoi personaggi come persone in carne e ossa? Il guaio, cara Anna, è che mi capita sempre. I lettori non lo sanno, oppure lo intuiscono fino a un certo punto, ma il fatto è che quando il libro finisce, i personaggi continuano a vivere. I vecchiarelli di Serial Kinder, ad esempio, mi hanno tormentato per anni, perché all’epoca tutti i lettori che avevano amato quella storia mi chiedevano un sequel. E loro, quei vegliardi, ci avevano preso gusto, si sentivano delle star. Ma a me non piace insistere con gli stessi personaggi, le stesse ambientazioni – anche se ammetto di aver regalato a quei quattro un cammeo nel romanzo successivo, così almeno me li sono tolti dalle scatole! Per quanto riguarda la scimmia, ogni tanto torna a farsi viva ma cosa volete: lui è John Lennon, è già famoso e non aveva bisogno del mio romanzo per ottenere visibilità. Paul invece, mi dispiace dirlo, ha iniziato a contagiarmi giacché ne ho purtroppo ereditato alcune caratteristiche, soprattutto a causa dell’isolamento forzato dovuto al Coronavirus. Anche se, per fortuna, sono ancora lontano dai suoi livelli di psicolabilità… o almeno spero 🙂 🙂

Dicci la verità…quanto ti sei divertito a scrivere questo romanzo? Ah, è stato divertimento puro, e meno male perché non ti nascondo che sono stati cinque anni sofferti, faticosi. Ma scrivere – che poi è creare universi paralleli – è la cosa più bella del mondo ed è sempre divertente, nel senso letterale del termine: da divergere, andare in un’altra direzione, partire per la tangente.

Come è cambiata, se è cambiata, la tua scrittura dal primo libro che hai pubblicato? Grazie al cielo tantissimo. Il mio primo libro uscì ormai dieci anni fa e nel frattempo sono cresciuto molto come autore. Vedi, quel romanzo era ben congegnato, è piaciuto molto e ha ottenuto anche qualche riconoscimento, ma oggi se ne avessi il tempo lo riscriverei da cima a fondo. A volte mi domando se l’abbia davvero scritto io perché, per essendo una bellissima storia e anche ben raccontata, non aveva la mia anima. Che è invece iniziata a emergere timidamente nel secondo romanzo, poi in maniera più decisa nel terzo e ora, in quest’ultima opera, è davvero il modo in cui io voglio scrivere. Perché sai, l’errore di gioventù era provare a essere uno dei miei autori preferiti, a scrivere come loro… ma io non sono loro, non lo sarò mai e oggi sono consapevole di non voler nemmeno esserlo. Nessuno può sfuggire alla sua natura, e allora tanto vale che nei miei libri ci sia William: potranno piacere oppure no, ma devono avere la mia voce.

Arriva il genio della lampada e ti dice che hai la possibilità di viaggiare nel tempo e di pubblicare – da Editore quale sei – uno scrittore famoso. Qual è? Perché? Accidenti, che domanda. Come si fa? Potrei risponderti Omero, o Dante, e perché no? Uno degli evangelisti. E allora facciamo così: non sarà famoso, anzi si tratta di un anonimo, ma è stato lo scrittore più importante di tutti. Sto parlando di quell’ignoto scriba che, 6.000 anni fa o giù di lì, in un punto imprecisato della terra di Sumer prese una tavoletta d’argilla e incise i primi segni con un punteruolo. Io credo che, se oggi posso fare questo duplice mestiere di scrittore ed editore, e se in generale tutti noi possiamo leggere qualcosa di scritto, gli siamo davvero debitori.

Ragionando da Direttore della Argento Vivo Edizioni ritieni che ci sia ancora molto da dire e che si possano nutrire giuste speranze per la letteratura italiana? Ok, qui c’è da fare un discorso ampio. È indubbio che il nostro Paese sia tuttora una fucina di talenti: il mio lavoro di editore, ma anche di formatore, mi porta ad avere un punto d’osservazione privilegiato, perché ti posso assicurare che ci sono tante ragazze e tanti ragazzi che sembrano veramente nati per scrivere. Tuttavia, saper scrivere non equivale a scrivere, nel senso che diventare una scrittrice o uno scrittore è anzitutto sacrificio. Quanti ragazzi sarebbero disposti, oggi, a dedicare cinque o dieci anni della loro vita per scrivere una singola opera? E poi c’è un altro problema: la facilità con cui oggi si può scrivere e addirittura pubblicare un libro. Tanti anni fa, quando non c’erano i computer, dovevi procurarti una costosa macchina per scrivere, e se sbagliavi dovevi gettare il foglio, non c’era il backspace sulla tastiera per cancellare il refuso dal monitor. Scriveva cioè chi davvero voleva scrivere e lo voleva sopra ogni altra cosa al mondo. Oggi basta avere un PC con Word e dare il proprio file ad Amazon o – peggio – a un finto editore senza scrupoli che in cambio di denaro (il falso editore) o delle tue informazioni personali (Amazon e i vari siti di autopublishing) ti fanno provare l’ebrezza di vedere il tuo nome sopra al titolo del tuo libro. Leggevo una statistica secondo la quale un italiano su due ha pubblicato un libro o sta per farlo: non ti sembra inaudito? Chi leggerà tutti questi libri? Chi mai saprà che Pincopallino ha scritto una storia (che magari è anche interessante)? Per questo esiste Argento Vivo Edizioni. Noi nasciamo prima di tutto come scuola di formazione per giovani talenti della scrittura: li seguiamo fin dai banchi di scuola, in collaborazione con gli istituti scolastici, e continuiamo a farlo anche dopo con i nostri Master – che sono tutti gratuiti. E occhio, siamo molto selettivi. Esistiamo dal 2017, ho perso il conto dei corsi che abbiamo erogato e delle classi in cui siamo entrati a parlare ai ragazzi. Abbiamo investito tempo, impegno e denaro per formare centinaia di allievi, e sai oggi quanti di loro sono pronti a pubblicare un romanzo? Una sola (ciao, Chiara!) perché esigevamo un amore per la scrittura che non tutti sono stati capaci di dimostrare nei fatti. È un lavoro pazzesco, sicuramente visionario ma vedi: sono pronto a scommettere che questa nostra allieva abbia le carte in regola per diventare una scrittrice di cui tutto il Paese possa andar fiero, un giorno. Eccola, la nostra speranza per la letteratura: che in giro per lo Stivale ci siano altre ragazze, altri ragazzi come lei. E che possano trovare la loro strada per arricchire le nostre anime con le loro parole, anche se decideranno di pubblicare con altre case editrici.

Hai la possibilità di realizzare uno solo fra questi sogni, quale scegli: 1) Tornare indietro nel tempo ad Amburgo…in un localaccio in cui gli acerbi Beatles stanno muovendo i primi passi e avere la possibilità di suonare per una sera con loro; 2) Vivere per un giorno con quella scimmietta che hai creato, che pure è la reincarnazione di John Lennon; 3) vincere lo Strega. Che scegli? Il William di dieci anni fa forse ti avrebbe risposto lo Strega, perché all’epoca inseguivo erroneamente la notorietà anziché la qualità della scrittura. Quindi scartiamo la terza opzione, così come la seconda perché quella dannata scimmia ce l’ho spesso fra i piedi! Senza dubbio sceglierei di tornare indietro nel tempo e suonare anche solo un pezzo con i Beatles, perché sarebbe una cosa soltanto mia e loro e potrei assistere – anzi, contribuire – al the greatest show on Earth.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, sempre che tu possa svelarceli…? Quanto tempo abbiamo? A parte gli scherzi, per fortuna il tempo è finito e qualche ora di sonno devo farla anch’io, perché ho così tante idee e sogni da realizzare, e altri se ne aggiungeranno sicuramente. Di certo scriverò ancora. In questo momento mi sembra di aver raggiunto il massimo dalla mia scrittura, ma poi mi passa perché so che bisogna continuare a imparare, come diceva Michelangelo a ottant’anni. Non ho ancora una storia in mente, ma questo è normale perché io credo che i cicli della natura influenzino anche le nostre vite: e se è vero che si semina in primavera, allora devo leggere, leggere e leggere, e continuare a vivere e a osservare il mondo, perché poi in autunno sarà il tempo del raccolto e arriverà l’idea per una nuova, bellissima storia. È sempre stato così. Altri progetti personali riguardano Io e la mia scimmia, come ho già detto spero davvero di trarne un film e mi sto organizzando con un altro mio carissimo amico, l’attore e regista teatrale Danilo Rovani, per una gustosa sorpresa da regalare a tutti voi che avete amato il libro. E poi ci sono i progetti che riguardano la mia attività di direttore editoriale di Argento Vivo, progetti che purtroppo si sono arrestati a causa del Covid ma che stanno per ripartire alla grande. In particolare, ho un’idea stramba che mi frulla per la testa e che, se dovessi riuscire a concretizzarla, credo farebbe tanto piacere a voi autori…

Grazie di cuore William per le tue risposte accurate e interessanti e soprattutto grazie per il tuo lavoro di Editore e di formatore. A te i nostri migliori auguri per la realizzazione di tutti i tuoi sogni, ma proprio tutti, tutti! 🙂

Anna Pasquini – Alessandria Today