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Consigli di propaganda, di Carlo Baviera

7 giugno 2020

Qui Casale Monferrato ● Carlo Baviera

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Così li ha definiti la minoranza: “Più che Consigli di partecipazione saranno Consigli di propaganda per Sindaco e Giunta”. Il 3 febbraio scorso, dopo un acceso dibattito, il Consiglio Comunale di Casale Monferrato, aveva approvato l’istituzione di Consigli di Partecipazione. Il termine è positivo, dice il compito, l’impegno, lo spazio per l’azione dei cittadini. Più che Quartieri o Circoscrizioni: che danno l’idea del decentramento più che della partecipazione popolare.

Qui però si ferma l’aspetto positivo. Perché il nuovo organismo, per cui la Giunta ha pubblicato in questi giorni il Bando per la richiesta di essere nominati, porta la lancetta indietro. Non solo di circa 10 anni in cui le Circoscrizioni sono state abolite in città medio piccole; ma indietro addirittura di oltre 50 anni. Quando si prevede la nomina da parte dell’Amministrazione; una composizione di quattro o sei membri (a seconda del numero di abitanti); solo per i residenti del quartiere, dimenticando chi vi opera per lavoro, commercio, attività sociale culturale o religiosa; con la partecipazione di un coordinatore nominato dal Sindaco e dal Sindaco stesso (che potrà anche convocare ogni qualvolta lo riterrà una riunione senza una preliminare condivisione); senza che vi siano elezioni da parte dei cittadini, tutto questo è sospetto di propaganda!

Si è dimenticato completamente il dibattito degli anni a cavallo dei “sessanta/settanta” del ‘900. Partecipazione è democrazia, è esercizio della democrazia, non è solo rappresentanza o suggerimenti all’Amministrazione. Molto è cambiato da allora. Gli Istituti di partecipazione sono in crisi a tutti i livelli (scolastici, amministrativi, sindacali, anche religiosi), ma le soluzioni non possono essere peggiori del non funzionamento!

Intanto hanno ragione le minoranze quando affermano che “La partecipazione è tutta un’altra cosa. Parte dal basso, è impegnativa, non viene nominata, è democratica ed elettiva, comporta la volontà di far veramente partecipare i cittadini ed essere pronti ad ascoltare anche le richieste e le proposte che non fanno comodo”. Si è sempre votato. Altrimenti quale investimento popolare si ha? Chi si rappresenta? E qual è il riferimento: l’Amministrazione Comunale oppure i cittadini?

Quando, una dozzina di anni dopo la geniale idea di Dossetti che lanciava i Quartieri fra le sue proposte in vista delle elezioni amministrative di Bologna (1956), in concomitanza con l’esplodere della contestazione giovanile (1966/68) si iniziò a proporre nuovi modi di fare politica e di coinvolgere i cittadini nelle scelte e sorsero Comitati spontanei; ma nascevano dal basso, non erano nominati dal potere; e poco dopo si arrivò a eleggere i Consigli di quartiere. Elezioni che rappresentano una specie di “purificazione” di “liberazione” di “spazio libero” in quanto le liste concorrenti sono (e generalmente è stato così) espressione di movimenti, partiti, o associazioni politiche; ma possono essere anche presenza di gruppi di contestazione, di un circolo o di un bar, di un oratorio, di un centro sociale, di un gruppo di commercianti e artigiani. Perché la partecipazione è qualcosa che si affianca agli organismi tradizionali ma non è inquadrata semplicemente nelle forme tradizionali. Non a caso, negli anni più vicini a noi, il dibattito si è spostato sulla Democrazia Deliberativa che non è Democrazia rappresentativa. Inoltre la partecipazione richiede: un numero più elevato di eletti nei Consigli (avere quattro persone in un rione cittadino le quali si preoccupano di segnalare questioni zonali può essere efficienza, niente più); e richiede convocazioni periodiche di Assemblee (altrimenti che partecipazione è quella senza cittadini che dibattono?).

Penso anche che servano poteri (magari pochi e limitati) e che sia prevista la possibilità di gestire qualche spazio o servizio pubblico. Che si debba non tanto e solo assegnare compiti di sorveglianza o di proposta relativa ad aspetti zonali, ma prevedere soprattutto (so che non tutti condivideranno) l’esercizio di un ricco confronto democratico su argomenti anche più generali, perché i servizi sociali, l’ambiente, il lavoro, la cultura, il tempo libero, le riforme, ecc. appartengono alla possibilità di dibattito di ogni cittadino. Parlare di partecipazione significa tener conto dell’iniezione di democrazia che serve alla società per ritornare in carreggiata. Mentre oggi si tende, per puro efficientismo ed estrema concretezza, a comprimere il confronto e a far decidere da pochi e in fretta. Il contrario della partecipazione.

E non ultimo, è negativo (riprendo dalle numerose discussioni degli anni settanta a Casale Monferrato) prevedere che a far parte dei Consigli siano solo i “residenti” del quartiere. Perché in quella zona ci sono negozi, scuole, oratori, palestre e società sportive, persone che svolgono attività lavorativa, culturale, educativa, e sociale. Questi, anche prevedendo soltanto un ruolo molto limitato dei Consigli (penso a suggerimenti per la viabilità di zona, per una festa di quartiere, per un mercatino locale, per un intervento manutentivo, per uno sfalcio d’erba in un giardinetto), non vengono considerati a pieno titolo del quartiere? Se poi si pensa a cose più significative ed incisive: Bilancio annuale e Pluriennale, Piani Urbanistici, Piani Commerciali, Piani Ambientali per Bonifiche – spazzamento – per aree verdi, Eventi culturali, sportivi, turistici, ecc. i quali possono avere (e in genere hanno) ripercussioni anche rionali, come è possibile tener fuori cittadini non formalmente residenti, ma che di fatto il quartiere? Discorsi vecchi, già superati in positivo … e che oggi si dimenticano e vengono smentiti.

Questa “partecipazione” non è una bella pagina!

7 giugno 2020

Qui Casale Monferrato ● Carlo Baviera

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Così li ha definiti la minoranza: “Più che Consigli di partecipazione saranno Consigli di propaganda per Sindaco e Giunta”. Il 3 febbraio scorso, dopo un acceso dibattito, il Consiglio Comunale di Casale Monferrato, aveva approvato l’istituzione di Consigli di Partecipazione. Il termine è positivo, dice il compito, l’impegno, lo spazio per l’azione dei cittadini. Più che Quartieri o Circoscrizioni: che danno l’idea del decentramento più che della partecipazione popolare.

Qui però si ferma l’aspetto positivo. Perché il nuovo organismo, per cui la Giunta ha pubblicato in questi giorni il Bando per la richiesta di essere nominati, porta la lancetta indietro. Non solo di circa 10 anni in cui le Circoscrizioni sono state abolite in città medio piccole; ma indietro addirittura di oltre 50 anni. Quando si prevede la nomina da parte dell’Amministrazione; una composizione di quattro o sei membri (a seconda del numero di abitanti); solo per i residenti del quartiere, dimenticando chi vi opera per lavoro, commercio, attività sociale culturale o religiosa; con la partecipazione di un coordinatore nominato dal Sindaco e dal Sindaco stesso (che potrà anche convocare ogni qualvolta lo riterrà una riunione senza una preliminare condivisione); senza che vi siano elezioni da parte dei cittadini, tutto questo è sospetto di propaganda!

Si è dimenticato completamente il dibattito degli anni a cavallo dei “sessanta/settanta” del ‘900. Partecipazione è democrazia, è esercizio della democrazia, non è solo rappresentanza o suggerimenti all’Amministrazione. Molto è cambiato da allora. Gli Istituti di partecipazione sono in crisi a tutti i livelli (scolastici, amministrativi, sindacali, anche religiosi), ma le soluzioni non possono essere peggiori del non funzionamento!

Intanto hanno ragione le minoranze quando affermano che “La partecipazione è tutta un’altra cosa. Parte dal basso, è impegnativa, non viene nominata, è democratica ed elettiva, comporta la volontà di far veramente partecipare i cittadini ed essere pronti ad ascoltare anche le richieste e le proposte che non fanno comodo”. Si è sempre votato. Altrimenti quale investimento popolare si ha? Chi si rappresenta? E qual è il riferimento: l’Amministrazione Comunale oppure i cittadini?

Quando, una dozzina di anni dopo la geniale idea di Dossetti che lanciava i Quartieri fra le sue proposte in vista delle elezioni amministrative di Bologna (1956), in concomitanza con l’esplodere della contestazione giovanile (1966/68) si iniziò a proporre nuovi modi di fare politica e di coinvolgere i cittadini nelle scelte e sorsero Comitati spontanei; ma nascevano dal basso, non erano nominati dal potere; e poco dopo si arrivò a eleggere i Consigli di quartiere. Elezioni che rappresentano una specie di “purificazione” di “liberazione” di “spazio libero” in quanto le liste concorrenti sono (e generalmente è stato così) espressione di movimenti, partiti, o associazioni politiche; ma possono essere anche presenza di gruppi di contestazione, di un circolo o di un bar, di un oratorio, di un centro sociale, di un gruppo di commercianti e artigiani. Perché la partecipazione è qualcosa che si affianca agli organismi tradizionali ma non è inquadrata semplicemente nelle forme tradizionali. Non a caso, negli anni più vicini a noi, il dibattito si è spostato sulla Democrazia Deliberativa che non è Democrazia rappresentativa. Inoltre la partecipazione richiede: un numero più elevato di eletti nei Consigli (avere quattro persone in un rione cittadino le quali si preoccupano di segnalare questioni zonali può essere efficienza, niente più); e richiede convocazioni periodiche di Assemblee (altrimenti che partecipazione è quella senza cittadini che dibattono?).

Penso anche che servano poteri (magari pochi e limitati) e che sia prevista la possibilità di gestire qualche spazio o servizio pubblico. Che si debba non tanto e solo assegnare compiti di sorveglianza o di proposta relativa ad aspetti zonali, ma prevedere soprattutto (so che non tutti condivideranno) l’esercizio di un ricco confronto democratico su argomenti anche più generali, perché i servizi sociali, l’ambiente, il lavoro, la cultura, il tempo libero, le riforme, ecc. appartengono alla possibilità di dibattito di ogni cittadino. Parlare di partecipazione significa tener conto dell’iniezione di democrazia che serve alla società per ritornare in carreggiata. Mentre oggi si tende, per puro efficientismo ed estrema concretezza, a comprimere il confronto e a far decidere da pochi e in fretta. Il contrario della partecipazione.

E non ultimo, è negativo (riprendo dalle numerose discussioni degli anni settanta a Casale Monferrato) prevedere che a far parte dei Consigli siano solo i “residenti” del quartiere. Perché in quella zona ci sono negozi, scuole, oratori, palestre e società sportive, persone che svolgono attività lavorativa, culturale, educativa, e sociale. Questi, anche prevedendo soltanto un ruolo molto limitato dei Consigli (penso a suggerimenti per la viabilità di zona, per una festa di quartiere, per un mercatino locale, per un intervento manutentivo, per uno sfalcio d’erba in un giardinetto), non vengono considerati a pieno titolo del quartiere? Se poi si pensa a cose più significative ed incisive: Bilancio annuale e Pluriennale, Piani Urbanistici, Piani Commerciali, Piani Ambientali per Bonifiche – spazzamento – per aree verdi, Eventi culturali, sportivi, turistici, ecc. i quali possono avere (e in genere hanno) ripercussioni anche rionali, come è possibile tener fuori cittadini non formalmente residenti, ma che di fatto il quartiere? Discorsi vecchi, già superati in positivo … e che oggi si dimenticano e vengono smentiti.

Questa “partecipazione” non è una bella pagina!

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