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Guerra da strapazzo, di Alessandro Genovese

Pubblicato da Loscrivodame Rimini – 7 Giugno 2020

https://www.loscrivodame.com

Quel d’illustrissimo Caprodimonte

era un dominio di terra ben grassa,

d’alti lignaggi e di plebe già bassa.

A governarlo con polso e mestiere

v’era Rambaldo già fatto Visconte.

Smilzo di corpo e scarso di testa,

quando giostrava da bel cavaliere

ben figurava con sua lancia in resta.

Ad insidiargli sua larga contea

e a rovinargli pregiata nomea,

ci si metteva di sì gran impegno,

il Duca Ulderico da Gramavalle

usando forza e pochissimo ingegno.

Nano di zucca ma grosso di spalle,

lesto coglieva ogni occasione

per dimenare il grosso spadone,

non perché fosse gran spadaccino,

ma per lavare a tutti memoria

dei suoi natali da contadino

e cambiar corso alla sua storia.

Eran due lustri che quella tenzone,

orfan d’eroi ma sì d’arti mozzi,

giammai sapeva d’interruzione.

Giunse soppiatto un certo bel dì,

la siccità che secca anche i pozzi,

e tosto divenne un gran brutto dì.

Grano raggrinzo vuotava le panze

bestie languivan senza più latte,

zinne di madri sempre più piatte,

streghe tentavan con loro danze

d’invocar pioggia a benedir.

Ma di lassù il ciel sempre terso

belle speranze avea disperso.

E il popolino lì a maledir

governo, Cristo e tutti li santi.

Per dimostrarsi più alti dei numi,

i due signorotti non sepper far più

che allungar mani dentro a bei guanti

e di bel foggia prender costumi.

Corse veloce tal voce laggiù

e giunse già pria di metter cappello:

uno dei due sarebbe zimbello

se il suo rivale l’avesse fregato.

Niente è più forte del nobile vanto,

nè carestia, nè popolo affranto,

e presto divenne affare di Stato.

“Raduna la pleba ch’è ho cose da dir”

Dissero i due ai loro visir.

Uno strobazzo annuncia discorso,

giù nelle piazze sotto ai palazzi

gente s’accalca, si pesta, si pigia

nell’incredibile e inutile sforzo

d’ammirar boria ed alterigia

dei lor Signor a raccontar balle:

“Grandissima onta arriva da Monte”

“Orribile offesa giunge da Valle”

(Uno l’è il Duca e l’altro il Visconte)

“Uomini e donne di questa terra

A voi par giusto motivo di guerra?”

Tutta la plebe che tosto era lì,

non disse di no e quindi fu un sì.

Tanto vicini eran quei siti

che oltre alla fifa per presta battaglia,

s’uniron all’eco di quell’accozzaglia

mute bestemmie e imprechi sopiti.

Venne il gran giorno di magna pugna,

chi con la vanga, chi col forcone,

chi con la spada chi sol con l’ugna

chi a piedi nudi chi sull’arcione,

spera che Falce ch’ovunque miete

non del suo sangue abbia gran sete.

Sulla spianata del presto macello

s’odon trombette, s’issan stendardi,

muovon staffette, trottan gli araldi.

Sembra davvero un gran carosello.

Dopo tre ore d’attesa fremente,

tra la paura e il sole rovente,

chi ancor non puzza di grasso sudore,

stringe le chiappe pel nero terrore.

Poi s’odon squilli da grandi parate,

entrano in campo i due contendenti,

passan in rassegna gli schieramenti

e se la danno a gambe elevate.

Poi spronan forte i loro corsieri

verso altipiani meglio arroccati

dove osservare con occhi sì fieri

come s’ammazzano tanti soldati.

…………          seconda parte         …………

Dopo un silenzio che suona di morte,

s’ode la tromba che cambia la sorte.

Tutti alla carica contro il nemico!

Il cavaliere sobbalza di culo,

il contadino in groppa ad un mulo

il poveraccio senza un bel fico.

Sembra una corsa di buffi pupazzi.

Qualcuno cade sbattendo il grugno,

altri procedon alzando lor pugno.

Poi tutti gridano come dei pazzi.

Sbam! Crash! Spatatlanghete!

Scontro di corpi, s’urtan corazze

Volano insulti e parolacce,

qualcuno sputa o fa boccacce;

vibrano spade, ruotano mazze,

s’aprono panze con i fendenti,

strapparsi nasi coi proprio denti,

cavarsi occhi col pollicione,

mozzarsi arti a profusione,

darsi zampate sui zebedei,

ma son le teste i più ambiti trofei.

Mentre imperversa la grossa mischia,

qualcuno guarda ma se ne infischia:

i due Signori ritti sul poggio,

liban d’arrosti e di vinazza,

ruttan di gusto facendo sfoggio

l’uno di panza e l’atro di stazza

e d’una lucente e linda corazza.

Dal polverone che vien da laggiù,

qualcuno strilla “già abbiamo vinto!”

ma non ne sembra troppo convinto.

Tocca contare chi prodi ne ha più:

d’alabardieri son patti a quaranta,

di cavalieri c’è giusta uguaglianza,

cinquanta e cinquanta sono i lanceri

Or vien riposta ogn’altra speranza

negli straccioni e nei disgraziati,

quando mai pria s’eran guardati.

Spogli d’emblemi e senza pennacchi,

con solo indosso logori sacchi

di fare conto non v’era sistema.

Son tutti uguali, è questo il problema!!!

Per arrivare al fine a un verdetto,

venne lor chiesto da quale landa

da quale borgo, regione o distretto,

ma soprattutto ch’ivi comanda.

Non l’ignoranza, ma la prudenza

e tutti restaron con voce senza.

Chè la vittoria non serve a gente

che non sarà mai più di niente.

Alla notizia d’assurdo pareggio

Duca e Visconte temettero il peggio,

giacché una regola cavalleresca

tosto imponeva di darsi duello,

ma ancor di più l’era fardello

scoprire futile quella guerresca.

V’è fuor di dubbio che tutto lo mondo

gl’avrebbe tagliato lo capo a tondo*.

Poscia costretti da quel comando,

sceser dal poggio trotterellando.

Tra la fatica di scorger radura,

ove n’vi fosser teste mozzate,

e vincer limiti della natura

per le cibarie da poco ingozzate,

ci volle tempo e santa pazienza.

Molto il lavoro dello scudiero:

lustra corazza con insistenza

e con vigore rabbuffa il cimiero.

Sui lor destrieri son pronti i sfidanti:

giù la celata, ch’è giunto il momento

di darsene quattro con sentimento.

Ma cos’accade? Chè n’vanno avanti!

Forse andrà dato qualche segnale

o invece pare del tutto normale?

Certo che sì, son fior di codardi….

chè lo si vede dai qui bassi sguardi

e serban dentro tant’ ambizione

che fan di tutto per restar vivi!

Ecco svelati l’arcani motivi

di mantenersi in tal posizione.

Poi ad un cenno del lor medio dito,

cambio di scena com’fosse ordito:

giunser dappresso i legulei,

per ogni parte almeno sei…

stringonsi mano i due contendenti

vergando fogli con nero inchiostro

ma recitando il padrenostro

tra pacche e sorrisi a pieni denti,

poscia annuncian come a far festa:

“Niente più guerra, miei prodi eroi”.

Reduci montano giusta protesta.

Replican tosto i due prepotenti:

“Oh che sfacciati, che impertinenti!

Ben io rammento a tutti i presenti,

che a voler guerra siè stati voi!”.

Altro che eroi! Questi soldati

son pover’ diavoli e pure ingannati:

senza vittoria e orfan d’onore

ora s’accorgon del loro errore

e tornan vinti alle lor case

con il ricordo che a tutti rimase

del rosso sangue di vana guerra

che tingerà nera tutta la terra.

*Citazione dal sonetto “S’i’ fosse foco” di Cecco Angiolieri

Alessandro Genovese

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