Valerio piegò la testa calva e chiuse lo sportello del furgone e salutò gli ultimi colleghi del cantiere. «Facciamo una cena appena avrò finito la casa, promesso». Gino alzò il braccio grosso come un prosciutto e annuì con la testa barbuta: «Vedi di non dimenticarti! E con me non basterà la cena», strofinò l’indice col pollice, «ho fatto più carichi io di tutti voi messi insieme e non vorrei mi sfuggisse parlando col padrone, che il materiale mancante l’hai rubato tu». Gli occhi di Gino erano diventati affilati come coltelli e avevano attraversato da parte a parte il sorriso congelato di Valerio. «Ehm… Si certo, ne dobbiamo parlare», tentò di riprendersi. «Valé! Non c’è niente da dire, credimi. Ci vediamo domani, così per domenica la casa è terminata, tu apri la famosa cassaforte e io penso a distribuire… Poi festeggiamo». Valerio non fiatò, sembrava distante. Si portò la mano al petto e storse la bocca. “Di nuovo quella fitta”, pensò. Doveva farsi vedere dal medico.

Domenica pomeriggio il sole picchiava forte anche al tramonto. Le nuvole infuocate all’orizzonte segnavano la fine della giornata e di quel progetto tanto atteso. Sogni di gloria, ambizioni, invidie e scorrettezze. Tutto si era incrociato su quel cantiere. Valerio posizionò a mani nude il comignolo e alzò le braccia in segno di trionfo, Gino applause poi si versò l’ultimo goccio di vino rosso. Era ora di fare i conti. Gli fece cenno di scendere e si accese una Marlboro. Le gocce di sudore per la fatica si mescolavano all’umidità dell’estate alle porte. Scacciò una zanzara e attese il compare schiacciando il pacchetto vuoto. Infastidito dal ritardo iniziò a chiamarlo a gran voce finché non decise di andarlo a cercare.

Superato il vialetto che costeggiava il giardino, diede uno sguardo frettoloso alle rose rosse, rubate al povero Cesare e con la vergogna nel cuore voltò l’angolo. Aveva salito pochi gradini, quando lo vide accasciato in cima alla rampa con una mano sul petto. Salì di corsa con il cuore in gola e la bocca aperta nel tentativo di respirare, mentre l’ansia lo travolgeva. Si bloccò atterrito che era quasi arrivato. Restavano solo due passi che non fece mai. Gli occhi sgranati, in parte sorpresi per la morte che lo strappava alla sua casa nel momento più bello e in parte squarciati dal dolore che lo divorava, gli lasciarono un ghigno spaventoso, storto e innaturale rivolto alla sua impresa, come fosse un’impronta indelebile.

Michela Santini

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