Paola tornò indietro zoppicando, dopo aver spento le lanterne del giardino. Davanti alla porta di casa si bloccò perplessa, richiamata da uno strano movimento nel vialetto appena percorso. Le sembrò di vedere una luce fioca avvicinarsi e pensò ad un gioco degli occhi stanchi, forse ancora accecati dalle fiammelle bianche delle candele al patchouli.

Il tremore della mano le impediva di cercare la chiave e una volta afferrata, la portò lentamente alla serratura. Il corridoio buio le apparve tetro come ogni sera. Sospirò rassegnata ed entrò reggendosi sulla maniglia. Aiutandosi con la luce del lampione intermittente, mise a fuoco le porte della casa e cercò a fatica l’interruttore sulla parete. Si stupì di non riuscire a indovinare subito la posizione. Tastò ancora fino a che non sentì con il dito la placca liscia e un lampo rosso saettò nella stanza. Uno scatto di paura la fece sobbalzare. Si era bruciata la lampadina. Premette ancora con insistenza fino a che non si rese conto che doveva muoversi al buio. Girò su se stessa per chiudere il portone ancora aperto e una massa densa e molle si curvò minacciosa su di lei con un sibilo.

Il terrore la pietrificò con i gomiti raccolti e le braccia tremanti strette al petto, i pugni chiusi a coprire la bocca semiaperta in una posa repellente. Gli occhi terrorizzati non riuscivano a staccarsi dalla bocca del mostro eppure tentavano di negare quel che vedevano. La forma gelatinosa sembrò leccarsi la lingua mentre strisciava sul marmo macchiato. L’odore di pino che emanava, risvegliò in Paola un lontano ricordo. Le tornò in mente l’enorme albero innaffiato per quarant’anni con il concime tossico e l’incendio doloso di vent’anni prima. La forestale lo tagliò e tutti notarono quella polpa gelatinosa sepolta sotto le radici. «Che cosa ci avete buttato?», Chiese la guardia, «Ci sono i calcinacci del materiale avanzato. Niente di importante. Pulisco io» lo rassicurò Paola e si affrettò ad allontanarlo.

Scesa la notte, Paola raccolse un po’ terra dal giardino confinante con quello di Oreste e lo gettò sulla melma gelatinosa che ribollì come una macchina a vapore e si zittì dopo essere stata sepolta da un quintale di fango concimato.

La massa gelatinosa uscì dalla porta e tornò in giardino. La grande casa fu sepolta da un silenzio funesto. Una striscia di sangue e linfa segnava il suo passaggio come una traccia. Giunta al centro del tappeto verde, si sciolse lenta tra i fanghi putridi in cui era cresciuta.

Michela Santini

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