6084f-italia2bsettentrionale

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Esiste, senza ombra di dubbio, una questione del Nord. Possiamo chiamarla in altro modo, se parlare di “questione settentrionale” non pare appropriato. Ma certo, la condizione dei rapporti di forza politici ed elettorali che, con l’eccezione dell’Emilia Romagna, investe tutta la parte dell’Italia compresa tra le Alpi, la Pianura Padana e l’Alto Mediterraneo, si erge come un macigno sulla strada del centrosinistra e dei propositi di dare con efficacia un nuovo corso riformatore alla vicenda del Paese nel dopo Covid-19.

Dalla capacità di affrontarla, in modo rapido e adeguato, dipende la possibilità di costruire un nuovo blocco sociale e politico, e persino culturale, in grado di smontare la sostanziale egemonia conquistata dalle destre negli ultimi vent’anni, prima consolidata in modo strutturale nel lombardo-veneto e successivamente estesa dall’estremo Nord-Ovest, ligure e piemontese, sino alle rimanenti parti del Triveneto: Friuli Venezia-Giulia, e Trentino Alto-Adige.

I clamorosi errori commessi dalla Lega nel corso del 2019 hanno aperto, attraverso il costituirsi di un nuovo Governo e di una nuova maggioranza parlamentare, un insperata possibilità. Ma si tratta di una possibilità che deve essere colta, mettendo in campo politiche adeguate a scomporre la trama di rapporti stratificatasi in particolare nei territori extrametropolitani. Pensare che l’esercizio del governo nazionale sia sufficiente a ribaltare il tavolo sarebbe illusorio; e addirittura deteriore sarebbe immaginare che qualcosa di buono possa scaturire da una ricercata e scomposta conflittualità tra il livello centrale e quelli regionali.

Una tentazione nella quale talvolta hanno finito per cadere taluni esponenti della maggioranza e, più raramente, esponenti del Governo. Commettendo un errore di valutazione che sarebbe bene non ripetere, per una molteplicità di ragioni, a cominciare da quella fondante e determinante: la piena legittimità costituzionale dell’esecutivo in carica non ne elimina la fragilità sul terreno della legittimazione politica che si forma attraverso il voto; viceversa, i governi regionali e in particolare i loro capi godono di un’investitura diretta, sulla quale sarebbe bene tornare a riflettere, ma che al momento una regola del gioco, la quale permette il pieno allineamento tra il canone istituzionale e la sovranità popolare che si esprime nel voto.

Dunque, occhio agli scivolamenti sul terreno dello scontro formale tra poteri e attenzione soprattutto al “sodo” delle questioni aperte, in campo economico e sociale, connotate nelle realtà del settentrione d’Italia in modo differente rispetto ad altre aree del territorio nazionale. A tale proposito, nel corso degli ultimi mesi, e anche nella discussione avviate sull’uscita dall’emergenza, il gruppo dirigente del Partito Democratico ha gettato sul campo semi importanti. Ma la stagione del raccolto non appare ancora alle porte.

La riflessione sulle diseguaglianze e sulle ingiustizie sociali, generate dalle fasi precedenti della globalizzazione e dalle crisi strutturali in essa contestualizzabili, tra Lehman Brothers e Convid-19, ha acceso i propri riflettori in particolare sull’andamento incrementale delle condizioni di povertà ed esclusione, che hanno coinvolto parti crescenti del mondo del lavoro, oltre alle aree di disagio sociale.

Molto meno ci si è soffermati sui fenomeni di declassamento economico e sociale, che hanno investito milioni di componenti quel ceto medio, delle piccole imprese, dell’artigianato, del commercio e delle professioni, che per decenni ha accompagnato prima il decollo economico dell’Italia e poi il suo attestarsi stabilmente al rango di potenza industriale, ponendosi con la propria funzione sociale quale tessuto connettivo di un Paese attraversato a lungo da una intensa conflittualità.

I recenti interventi all’ultima Direzione Nazionale dell’8 giugno, di Andrea Orlando e Maurizio Martina, ma anche dello stesso Segretario, Zingaretti, hanno finalmente introdotto in modo esplicito la questione, in tutta la sua specificità e rilevanza. Si tratta di un importante passo avanti, che individua e dà finalmente nome e cognome al tema: è difficile, se non impossibile, governare il Paese da Roma, avendo contro in blocco, con l’eccezione di qualche area metropolitana e qualche media città, tutta il sistema regionale del Nord.

Da qui bisogna partire, per andare a fondo e individuare gli elementi su cui fondare un nuovo patto tra produttori, in grado di strappare il nord a un abbraccio strutturale di lunga durata con le destre che, soprattutto nella Lega, riescono a far coesistere nelle parole d’ordine del rancore antinomia apparentemente inconciliabili: tra il nazionalismo di stampo sovranista e un permanente spirito “nordista” antiunitario.

La caduta di status, economico e sociale, sino al “fallimento” non solo imprenditoriale ma di ruolo comunitario, conosciuta in quest’ultimo decennio da una parte significativa delle classi produttive, è uno dei tratti costitutivi del nuovo fronte di disuguaglianza apertosi in particolare nel nord dell’Italia. Occorre lavorare a un progetto politico che si proponga di affrontare questo nuovo fronte di disuguaglianza, che va aggredito con strumenti diversi da quelli immaginati per contrastare le disuguaglianze determinatesi sul fronte delle marginalità sociali, della mancanza di lavoro, delle forme di lavoro precarie e senza diritti e tutele.

Ma va posto al centro dell’agenda politica, se si vuole evitare che esso diventi il fulcro di un ulteriore frattura sociale, territoriale e geopolitica, in grado di mettere sotto stress la stessa tenuta unitaria della compagine nazionale.

Nel vasto arcipelago di categorie sociali, comunità, realtà territoriali ed esperienze produttive, connotanti un Nord fittamente intessuto di piccole e piccolissime imprese, che hanno attraversato la crisi partita nel 2008 dalla quale stavano faticosamente rialzandosi, si è formato durante buona parte del secondo dopoguerra un tessuto connettivo indispensabile per la tenuta economica e sociale del Paese. Una realtà composita che con pieno titolo di legittimità si è a lungo sentita orgogliosa protagonista del decollo produttivo e del livello di benessere raggiunto da una buona parte della Nazione.

Questi mondi non sono meno vittime incolpevoli della globalizzazione senza regole, che ha affermato la propria egemonia all’indomani della caduta del muro e della fine della guerra fredda, di quanto lo siano gli esclusi, i senza lavoro e senza diritti, i nuovi lavoratori precari e sfruttati, gli ostaggi del caporalato, e così via. Forse se ne distinguono per il grado assoluto di impoverimento materiale, non per la vertiginosa e repentina caduta di status, vissuta come fallimento di un progetto di vita, che assicurava ruolo anche in ragione delle opportunità generate a vantaggio di dipendenti e collaboratori e, in molti casi, delle comunità di rispettiva appartenenza.

Aldo Bonomi ha chiamato questi aggregati economici, sociali e antropologici “comunità del rancore”. Uno degli obiettivi del Pd e del centrosinistra nel dopo Covid-19 deve essere, dunque, quello di spezzare l’alleanza del rancore e nel rancore, che una quota larghissima e maggioritaria del settentrione d’Italia ha stabilito, in contrasto con i propri stessi interessi, con le destre sovraniste. Non solo e non tanto per sopravvivere al governo in questa legislatura, cosa per la quale può anche essere sufficiente una buona navigazione parlamentare, ma certamente per costruire un progetto in grado di proiettare il Paese quale protagonista della scena democratica europea. Esercizio difficile da svolgere con la parte più dinamica del Paese arroccata su posizioni ultranazionaliste.

Anche la stessa idea di rimettere mano all’assetto delle competenze tra Stato e Regioni, per molti aspetti più che plausibile, rischia di risultare inaffrontabile e/o di trasformarsi in un’iniziativa percepita come “offensiva temeraria” da una parte cospicua della Nazione, se non si riesce prima a prosciugare, almeno in parte, la consolidata percezione di inefficienza e inaffidabilità, e ora anche di abbandono, che i poteri dello Stato rimandano su una parte molto larga dei ceti produttivi e impoveriti del motore economico d’Italia.

La pandemia ci ha costretto a concentrarci molto sul nostro presente drammatico. Sarebbe, tuttavia, un errore politico imperdonabile dimenticarci che l’Italia non nella “notte dei tempi” ma all’incirca due anni fa è stata la prima grande nazione d’Europa, tra quelle che l’Europa l’hanno fondata, a consegnarsi nelle mani di un governo nazional-populista, imboccando la strada di una deriva che solo gli errori grossolani di Salvini e, in qualche modo, una imprevista casualità politica, hanno fermato. Cosa fare?

Mettere tutte le risorse che servono per salvare la rete delle piccole e piccolissime imprese, della produzione, dei servizi e del commercio, che rischiano di non sopravvivere alla crisi devastante generata dalla pandemia, liberando a questo scopo gli spazi finanziari e le risorse possibili, sia di origine UE sia attivate con ulteriore debito, all’obiettivo di salvare il tessuto economico e sociale del Nord.

Assumere, finalmente, le realtà produttive di eccellenza insediate nei distretti industriali e nei sistemi produttivi locali, espressione di una qualità produttiva tutt’altro che residuale e, al contrario, vocata a ottime performances di export,  quale fattore strategico delle politiche industriali del Paese: destinando ad essi politiche fiscali di sostegno, legate a processi di innovazione tecnologica, di formazione e di aggregazione d’impresa, di stabilizzazione e qualificazione del lavoro, di investimento sulla scuola nell’ambito dell’istruzione tecnica superiore.

Questo è il focus centrale su cui si debbono concentrare gli sforzi, sapendo che nessuno dispone di una leva in grado di rovesciare di colpo tendenze avviate e consolidate da anni. Ma anche che non ci sono molte altre strade per provare a reinsediare un patto sociale di mutua credibilità tra una proposta politica democratica e riformista e i ceti produttivi che, con legittima aspirazione, pensano e sperano di poter giocare un ruolo protagonista nel futuro d’Italia.