Giovanni spinse il portone bitorzoluto di legno vecchio e storto e fu avvolto dalla frescura di quella penombra silenziosa. Lo sentì poggiare sul muro dell’ingresso, scricchiolare lento e richiudersi alle sue spalle per via del battente inclinato. Entrò nella cucina linda della Casaccia del dottor Manfredi e dai ricami fioriti della tendina ammirò il giardino. Quell’anno tutta la Valle avrebbe capito che era lui il migliore giardiniere di quella striscia di terra, tra la collina e il mare pesarese.
Bevve un sorso d’acqua dal rubinetto, sciacquò il bicchiere e lo lasciò a scolare nell’acquaio sotto alle mensole decorate, poi si preparò una merenda frugale: frutta secca, miele e pane raffermo. Nel silenzio assoluto della domenica pomeriggio, sentì la vocina piangente del suo terzogenito: «mamma…». Sperò si riaddormentasse subito, aveva ancora l’orto da sistemare e con i figli avrebbe giocato più tardi. Si trattenne ancora in casa per ascoltare la dolce ninna nanna di sua moglie e il sospiro di sollievo una volta tornata a riposare sfinita. La levatrice aveva detto che mancava una settimana al parto e il bambino non si era ancora girato.
Voltò l’angolo e si affrettò a raggiungere la parte più estrema della proprietà per innaffiare gli alberi da frutto. Si interruppe per i guaiti del cane nell’aia e un attimo dopo vide il solito curioso arrivare dalla strada impolverata e nascondersi dietro all’oleandro. Lo spiava nella speranza di scoprire il suo segreto. Le voci sulla presenza del fantasma anziché cessare si erano fatte più insistenti e Giuàn era diventato popolare. Il suo sorprendente talento per il giardinaggio era stata una scoperta che lo aveva salvato dalla fame…

Michela Santini

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