Contro i totalitarismi per il futuro dell’Europa, di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

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Alessandria: L’emergenza sanitaria e le conseguenze della pandemia sulla stessa comunicazione hanno rimosso un dibattito adeguato sul documento del Parlamento europeo, pubblicato il 19 settembre 2019 dal titolo, “Importanza della memoria europea per i futuro dell’Europa”. Eppure si tratta di un testo fondamentale per un progetto di organizzazione di una federazione europea che faccia definitiva giustizia non solo dei totalitarismi storici, ma anche delle riprese autoritarie che almeno da uno di quei totalitarismi e nei solchi tratti dalla relativa tradizione rischiano ancora di trarre forza e movente. Va precisato, e il documento lo lascia intendere con tutta evidenza, che si tratta del totalitarismo sovietico e staliniano e dei sistemi autoritari che trovano nella federazione russa “putiniana”, ma anche in altri Paesi, soprattutto orientali, dei temuti e temibili ritorni di fiamma.

La data resta fondamentale; il 2019 richiama l’ottantesimo anniversario di un patto scellerato tra i due totalitarismi del Novecento, quello hitleriano e quello staliniano, il patto di non aggressione noto alla storia come patto Molotov-Ribbentrop. Dopo quel patto, Hitler si sentì tranquillo sul fronte orientale, attaccò e distrusse la Polonia, mentre Stalin aggredì la Finlandia, si impadronì di parte della Romania e delle Repubbliche indipendenti di Lettonia, Lituania e Estonia. Hitler, a sua volta poté anche attaccare a Occidente con gli esiti ben noti. Inutile aggiungere che le summentovate aggressioni sui due fronti furono accompagnate da eccidi, massacri, delitti sulle popolazioni indifese coinvolte, al di fuori e in spregio di ogni regola sia pure di guerra. Patto scellerato possibile per l’appunto ai totalitarismi. Sappiamo anche che Hitler alla fine, per nulla trattenuto dal patto, sia pure scellerato, procedette con l’ulteriore scelleratezza di attaccare l’U.R.S.S. col seguito di genocidi ben noti alla memoria di tutti.

Farei seguire alcune valutazioni. Intanto va detto, magari suscitando qualche reazione, che Stalin non aderì al “patto scellerato” per motivi tattici: le sue intenzioni puntavano alla spartizione dell’Europa o parte di essa. Ironia tragica e eterogenesi dei percorsi storici: ottenne ciò che voleva, ma, come noto in un completo ribaltamento delle alleanze (Yalta docet), conseguenza non necessariamente prevedibile e prevista degli eventi bellici. Ciò detto però va anche precisato che la guerra fu voluta e scatenata da Hitler, non già dall’Unione Sovietica; la quale, in ogni caso la permise, tappeti d’oro!

Secondo. Va riconosciuto che l’armata rossa contribuì in modo determinante alla sconfitta del nazismo e che a Stalingrado maturarono le premesse di tale sconfitta; e tutto questo per non lasciare aperta una polemica che finirebbe per aprire dubbi o rimozioni sulle responsabilità di un comunismo e di una realizzazione collettivista che, nel corso della guerra e del dopo guerra ha provocato crisi epocali in tutti i Paesi coinvolti con le conseguenze di almeno cento milioni di morti (parola del “Libro nero del Comunismo”).

Terzo. Le indubbie responsabilità del totalitarismo sovietico e comunista, non giustificano alcuna omologazione e non spiegherebbero alcuna declinazione della specificità del totalitarismo nazista: ciò sarebbe decisivo per una ripresa dei razzismi e per un negazionismo, sia pure involontario, della specifica vicenda della Shoah. Si capisce benissimo che oggi le preoccupazioni di riprese autocratiche in atto inducano una valutazione attenta delle conseguenze del totalitarismo già sovietico, ma se due fenomeni diversi non possono mai essere omologati, resta sempre in agguato il pericolo di un revisionismo negazionista. Parlando di Shoah non si può nascondere la difficoltà della memoria storica.

Quarto. Il caso Italia. So bene di avere dei critici, ma nel nostro Paese non è il comunismo che ha fatto danni, ma il fascismo. Certo il P.C.I. nel secondo dopoguerra si è sentito fortemente condizionato, non senza specifici entusiasmi, dai “fratelli sovietici” però il suo comportamento ha permesso di contenere le spinte classiste della base, allo stesso modo che la D.C. è riuscita a contenere le derive populiste e reazionarie di una parte della sua base. La conseguenza fu quella di una reciproca legittimazione delle forze popolari che ha permesso una buona tenuta democratica.

A mio avviso, tutti i nodi sottesi al ragionamento individuato nelle quattro osservazioni (e chissà quante ancora) andrebbero affrontati: solo il superamento di tutte le nostalgie autocratiche legate alla persistenza di una insufficiente memoria storica degli eventi e delle deviazioni totalitarie potrebbero aprire ancora speranze per il futuro dell’Europa.