Giuàn spingeva sui pedali percorrendo lo sterrato che si inerpicava come un serpente strisciante. Dal mercato di Santa Maria avrebbe impiegato un’ora a tornare, ma la vendita dei prodotti agricoli era stata fruttuosa e aveva tempo per un’ultima visita. Superata la collina decise di attraversare le Tre Valli per raggiungere strada delle Querce Antiche. Il carretto leggero dietro alla sua bici saltellava su ogni masso. Ai bordi del sentiero scorrevano veloci fiori viola di malva e papaveri, rovi e sterpaglie. Si sbracciava per scacciare gli insetti fastidiosi che lo pungevano sul collo sudato, la camicia a righe beige e bianche in quei due anni era diventata troppo larga e si gonfiava sulla schiena, ma non si curava molto dei vestiti, gli importava solo di essere pulito, così nascondeva i polsini lisi arrotolando le maniche sui gomiti. Svoltò nella via del paese e il barbiere, soprannominato Figaro, lo puntò già da lontano. Come sempre sostava davanti al negozio a braccia incrociate, in camice bianco con il pettine e le forbici in bella vista nel taschino, battezzava chiunque passasse incollandogli gli occhi sulla schiena fino a che non scompariva, e aveva la vista di un falco.
La strada curvò per Valle Lara, superò il crocifisso davanti alla chiesetta e tornò a salire regolare, Giovanni spinse ancora senza quasi sentire la fatica. Due uomini e una donna erano fermi davanti a un campo di grano, accostati a un carro a motore. Si zittirono al suo passaggio e Giuàn sentì mormorare «È quel d’la casa fantasma Alle Querce Antic… ma sì, do l’è morta qla dona…, sarà almen cent’an fa e ades cend le luc, sbat le finestr…».
Giuàn non faceva più caso ai pettegolezzi, fermò la bici e scese per raccogliere un mazzo di vitalbe. Sua moglie aveva bisogno di recuperare le forze e una frittata era quello che ci voleva. Un gatto pulcioso spaventato dai passi, fuggì lasciando quel che restava del topo appena mangiato e una volta ripartita la bici, tornò a leccare il suo pasto. Alla Valle Castagni affiancò i terreni di granturco, di fronte, cancelli e inferriate delimitavano le proprietà delle famiglie nobiliari, pini, castagni e noci già con i frutti freschi facevano ombra e procuravano un po’ di fresco. Le fabbriche in lontananza si stavano svuotando e la sirena suonava insistente. Sarebbe passato da dietro. Svoltò sul sentiero stretto e impervio e sulla prima curva evitò d’un soffio una grossa auto di lusso che bloccava l’ingresso secondario del palazzo. Provò a riprendere il controllo della bici ma finì giù dalla scarpata con un grido, ribaltandosi sotto al carretto. Si alzò furioso e imprecò fino a quando una donna sconvolta apparve sul ciglio. Lui la riconobbe subito. Aveva la stessa espressione da madonna pentita della bambina seduta nel banco di scuola davanti a lui. La sorella del Duca, la nipote di Dama Ester…

Michela Santini

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