Racconti: APPARENZE – Favola Blues, di Ernesto Torta

Nubidinchiostro

APPARENZE

Favola Blues

Teresa abitava sola, in quel piccolo appartamento, camera cucina e balconcino al secondo piano nei carrughi genovesi. Aveva un piccolo cane, Bobby, e un cuore generoso. Non era povera, anzi avrebbe potuto definirsi benestante se avesse accettato l’ aiuto del padre, un vedovo imprenditore che se la passava bene. Invece lei non voleva niente, lavorava in una cooperativa sociale che si occupava di disabili e si accontentava di inseguire il suo sogno. Diventare una grande chitarrista. Amava l’ amore, Teresa, amava il blues e il rock e piaceva a tutti ma restava sola per scelta. Al massimo si innamorava a tempo, una settimana o un mese ma mai troppo. Sentiva di doverlo al mondo, non poteva vedere solo una persona felice. Lei ne accontentava tanti, limitandosi però nella lunghezza di un rapporto. Era libera insomma, suonava e scriveva, eccome se scriveva. I suoi testi erano sempre uno spettacolo odierno, ma badate bene con tanti riferimenti ai Grandi. Melville, Proust Goethe persino Catullo per chi sapeva leggerli. Non credeva Teresa, che vi fossero veramente gli analfabeti funzionali, pensava che fossero solo persone che avessero perso la speranza. Quella sera tornava con un mazzolino di margherite che Silvano, il suo disabile preferito, con sindrome down, gli aveva regalato quando, appena chiusa la porta, sentì quel rumore provenire dal balcone e vide Bobby con le orecchie dritte e in posizione di attacco. Si avvicinò cauta e dalla porta finestra lo vide. Mauro era lì, arrampicato al muro a meno di mezzo metro dal suo balcone. Capelli lunghi e arruffati, un tatuaggio sulla spalla, in jeans e canottiera bianca. Sembrava un Romeo improvvisato, in realtà aveva in mano un orologio e un piccolo portagioie. Si accorse di lei e sorrise, aveva dei bei denti e non sembrava un ladro. Eppure non c’erano dubbi quella nella sua mano era la refurtiva. Teresa si affacciò e gli chiese – Cosa stai facendo? – Mauro rispose – Volevo mettere un fiore sul tuo balcone e mi sono arrampicato, ma ho visto questi oggetti fuori dalla finestra del primo piano e volevo darli a te, per riconsegnarli al proprietario. Tu non mi riconosci, ma ieri hai cantato davanti al campo Rom che stavano chiudendo. Ecco io ero là, ti ho ascoltata e mi hai rubato il cuore solo con il tuo canto.- Poi le diede quegli oggetti e salto’ via correndo, si girò solo per lanciarle un bacio al volo. Dopo pochi minuti Teresa restò sola, con Bobby accanto al letto. Compose una canzone e sembrava avesse pianto. Prese una decisione e si
avviò verso la caserma dei Carabinieri, avrebbe consegnato a loro quegli oggetti. Appena fuori in strada vide Clara l’ anziana vicina che stava parlando con una sua conoscente. Si avvicinò ad ascoltare – È tutta colpa mia Simona, avevo messo il portagioie in borsa e mi ero tolta anche l’ orologio. Mi sono fermata un attimo per prendere un documento e mi sono caduti. Oramai sono andati persi. Erano gli ultimi regali del mio povero marito. – A Teresa si illuminarono gli occhi e le disse – Guarda Clara, un ragazzo li ha trovati e li ha dati a me perché tu non c’eri. Dentro al portagioie c’è il tuo documento. – Clara alzò gli occhi al cielo e rispose – È un miracolo, con tutti i delinquenti che ci sono in giro, hai incontrato un angelo. –
– A dir la verita, sembrava più uno zingaro, ma bello, bello veramente. –
Ritornò a casa Teresa, con Bobby andò sul balcone e vide quella gerbera rossa attaccata alla ringhiera con un pezzo di fil di ferro.