Nodi al pettine, di Agostino Pietrasanta

Posted on 28 giugno 2020

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: La  chiusura delle scuole e l’interruzione dell’attività didattica possono considerarsi le scelte più problematiche della crisi sanitaria. Più volte ho ribadito che gli interventi a distanza sono molto più inadeguati di quanto non si ammetta: chiunque sia stato nella scuola sa cosa significa una presenza che coinvolga anche emotivamente gli alunni e quanto sia proficua l’interazione che rende veramente efficaci gli apprendimenti. Certo ho anche ammesso che l’interruzione totale del rapporto con la scuola avrebbe comportato danni ben più rilevanti e gli strumenti della comunicazione posti in essere hanno evitato il peggio: insomma si è reso d’obbligo il male minore, “meglio che niente”.

Ora stanno provando a riaprire e si arrabattano (non offenda l’espressione, perché qui nessuno ha diritto di scagliare la pietra per primo) in una difficile opera di organizzazione e di tanto si accontentano o sono forzati a accontentarsi, rimandando o evitando definitivamente di affrontare il vero snodo del sistema formativo e il suo costitutivo carattere di fondazione democratica della Nazione, secondo lo stesso spirito dell’impianto costituzionale.

Andiamo però per gradi successivi e cominciamo dalla questione organizzativa. Non so voi, ma personalmente ho l’impressione che alla prova dei fatti le distanze previste nelle nostre aule scolastiche non siano possibili in alcun caso. Provate a immaginare i rapporti tra adolescenti che necessariamente si muovono tra i banchi, si incontrano nelle ricreazioni, si accompagnano all’uscita, tentano di carpire qualche suggerimento o offrire qualche aiuto a un amico in difficoltà; provate insomma a ricostruire la vita reale di inevitabili rapporti posti in essere in un’aula e traetene le inevitabili conclusioni. Mi si dirà che ci saranno regole da rispettare: forse sulla carta saranno anche adeguate, al lato pratico non facilmente praticabili, se non del tutto impossibili.

A parte tali considerazioni di normale buon senso (tali almeno mi parrebbero senza presumere di aver comunque ragione) e senza entrare del merito complesso e forse confuso, delle varie proposte che a giudizio dei responsabili, sarebbero adeguate, e rimanendo per ora al fatto organizzativo, il vero snodo sta nella consistenza numerica delle nostre classi e mi fa specie che il premier abbia preso atto solo ora della questione, “la classi pollaio”. Va detto, onestamente che la maggiore responsabilità non è la sua: da decenni si formano i gruppi classe col criterio del risparmio, si accorpano gruppi di studenti fino a trenta unità e anche oltre, non si pensa a una didattica che proponga attività interattive adeguate e si gonfiano i numeri obbligando dirigenti scolastici e docenti a maratone di intervento tanto per l’insegnamento quanto per le valutazioni e poi si prende atto (e magri poi si smentisce subito aumentando la confusione) che forse le capienze sicure (!?) lascerebbero fuori circa un 15% degli studenti. Potrei chiedere che cosa ne facciamo di questa percentuale che poi è fatta di persone umane e di aventi diritto all’istruzione per dettato costituzionale, ma evito la domanda per venire all’unica possibile soluzione che è stata prospettata, ma subito accantonata per le inevitabili reazioni che comporterebbe: la soluzione purtroppo dei doppi turni. Non è che mi vada bene, la considero obbligata al fine di tentare un minimo di risultato sul terreno dei distanziamenti, ovviamente dimezzando i gruppi classe portandoli a circa quindici persone. Questo però comporterebbe un aumento di spesa improponibile per la scuola: lo sarebbe per i vitalizi, per gli stipendi dei dirigenti, per le vie delle tangenti, per la scuola no. Eppure una preside (dirigente scolastica) la soluzione l’avrebbe indicata: portare l’orario di insegnamento dei docenti al massimo permesso dalle norme (24 ore settimanali: e parlo di insegnamento, non di servizio effettivo che sarebbe ben più cospicuo) pagate a norma di legge già operante, ma il bilancio dello Stato, le relative compatibilità finanziarie, peraltro già finite nel Tevere, per la scuola non lo permettono. E allora si stanno cercando alternative sulle quali, a dispetto degli accordi Stato-Regioni, mi permetto di nutrire qualche dubbio.

Il vero problema però resta di altra natura e non si limita alle grane di carattere organizzativo che la pandemia impone. Se mai siamo alla classica occasione che dovrebbe richiamare in agenda il sistema formativo come vorrebbe l’impianto costituzionale ancora vigente, nonostante gli interventi che si sono susseguiti negli anni sulla Carta costitutiva della Repubblica. I padri costituenti, pensando a una democrazia che non si fermasse alla concessione dei diritti individuali e personali pur indispensabili, preoccupati di rendere ogni cittadino capace di scegliere nella dialettica democratica, libero non solo sul piano economico, ma anche dai limiti di competenza, non potevano intervenire che con la scuola, facendone lo strumento cardine dell’ordinamento democratico. Si venne così a realizzare la svolta più rivoluzionaria dell’impianto statale repubblicano: si passò dal minimo indispensabile di formazione del cittadino perché rispondesse al dettato della classe dirigente, al massimo possibile di competenze indispensabili alla libertà consapevole della persona umana. Ciò detto, va constatato che non se ne fece nulla salvo il parziale tentativo della riforma della scuola media (1962). Così la scuola si è accartocciata come cenerentola e problema residuale. Questo nell’ordinario ha creato sconquassi anche nei processi della politica e nelle ricadute istituzionali; nei casi straordinari (e ora siamo al caso più che straordinario al limite di rottura) l’esondazione diventa incontenibile. Così ci sono classi di trenta alunni, ci sono insegnanti scelti sulla soglia senza concorsi e con sanatorie “ope legis” (cosa che ha creato discriminazione con chi ha vinto i concorsi), si sono scelti percorsi formativi troppo spesso rispondenti a operazioni clientelari, si sono ridotti gli stipendi a vergognose elemosine in cambio di assunzioni arraffate e alla stregua delle forzature sindacali (ognuno fa il suo mestiere) e si sono determinate le ben note condizioni che già negli anni sessanta alcuni osservatori attenti avevano denunciato invano:si pensi a opere di grande successo editoriale come “Le vestali della classe media” di Barbagli e  Dei (1969). Soprattutto la professione docente è diventata, in molti casi, una soluzione di “recupero” o di “ ripiego” Altro che organizzazione delle distanze: come asciugare l’oceano con la carta assorbente.

Inutile aggiungere che solo in un futuro forse, e con altra classe dirigente, si potrebbe tentare una ricostruzione dalle fondamenta poste dalla bistratta “Carta costituzionale”. Ovviamente i nodi, prima o poi, vengono al pettine.