DECAMERON, di Vittoriano Borrelli

giugno 27, 2020

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L’opera più famosa di Giovanni Boccaccio è contrassegnata da un evento funesto molto simile a quello che stiamo vivendo: la peste che colpì la città di Firenze nel 1348 e il virus da Covid-19 che dall’inizio di questo infausto 2020 sta mietendo vittime e cambiando il mondo. In comune, anche se con ampi distinguo, la reazione ad entrambi i contagi: il lockdown, di massa e indifferenziato dei nostri tempi, circoscritto e volontario nel capolavoro del Boccaccio per mano di dieci ragazzi che decidono di isolarsi per due settimane.

Ragazzi novellieri che nel tempo trascorso lontano dalla peste si danno l’obiettivo di raccontare dieci storie a tema per altrettanti giorni. Di qui le cento novelle del Decameron, un concentrato di pensieri, considerazioni ed osservazioni critiche sul sistema politico-sociale del Trecento retto dal potere temporale, corrotto ed ipocrita. La religione è presa di mira da questi narratori imberbi attraverso una prosa laica e dissacrante dove lo sfogo a tutto ciò che è materiale ed edonico fa da contraltare all’ermetismo farisaico della società di quel tempo.

Il Decameron è forse la dimostrazione più lampante di quanto i mutamenti sociali e di costume passino attraverso una rivoluzione culturale capace di muovere e cambiare certe direttive di vita mettendo a nudo la debolezza o l’inconsistenza delle sue regole. La dissacrazione è la parola d’ordine per cercare di sovvertire un sistema di relazioni basato dal più bieco (e cieco) formalismo che imbavaglia la libera espressione dell’essere.

I narratori, tre ragazzi e sette ragazze, dai nomi inventati (Pampinea, Filomena, Neifile, Filostrato, Fiammetta, Elissa, Dioneo, Lauretta, Emilia, e Panfilocome) per rispetto di una privacy già allora vigente, si cimentano in storie più o meno variegate, tra le quali l’Eros, visto come una necessità naturale,  che assume forse la parte predominante per esaltare la manifestazione dei sensi senza freni ed inibizioni. Sarà l’Eros il termine di paragone usato dal Boccaccio per smascherare l’ipocrisia del celibato ecclesiastico o per rendere lecito ed accettabile l’adulterio soprattutto femminile.

Ma l’Eros boccacciano sarà anche il metro di giudizio severo e censorio della Chiesa che nel cinquecento lo bollerà come dissacratorio e immorale, tanto che l’opera venne riadattata con molte parti delle novelle stralciate o rivedute.

La critica alla prima vera opera di letteratura narrativa italiana offrì tuttavia spunti anche emulativi da parte di commediografi come il Machiavelli che nella sua opera la Mandragola si ispirerà al personaggio del Calandrino, pittore sciocco fiorentino,  che in una novella del Boccaccio è preso di mira con burla e scherzi dagli amici.

Nel 1971 il Decameron approda nelle sale cinematografiche grazie al genio di Pier Paolo Pasolini che porterà sul grande schermo attori sconosciuti che impersoneranno i personaggi del Boccaccio con la verve, l’ironia e la critica sovvertiva che hanno contraddistinto lo stile dello scrittore bolognese.

L’opera del Boccaccio segna lo spartiacque di una mentalità sociale retrograda e dogmatica, un punto di non ritorno a favore della libera individualità che scardina retaggi culturali e comportamentali precostituiti, tale da risultare ancora oggi la più moderna nel panorama letterario mondiale.