IN MEMORIA

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
in una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

GIUSEPPE UNGARETTI, Locvizza, 30 settembre 1916

Moamed Sceab fu amico e coetaneo di Ungaretti, conosciuto ad Alessandria d’Egitto e ritrovato a Parigi, alla Sorbona. Si uccise 25enne nel 1913. Visse la “situazione di rischio e di desolazione di chi non ha patria” (Franco Fortini): il déraciné, topos del Decadentism, “dannato e libero nello stesso tempo (Carlo Ossola), che non seppe liberare il proprio sconforto. Ungaretti scrive una cronaca di giornale, con un registro linguistico arido e spoglio, per non cadere nel patetico, asciutta, connotata da fatti minimi: il funerale seguito solo dalla padrona dell’albergo, il numero 5 della rue des Carmes – nel quartiere latino -, il camposanto d’Ivry ‘che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera’. Memorabile l’epigrafe finale. Parigi è grigia, sfiorita, disfatta, triste; Ungaretti non dice come l’amico si sia ucciso e perché. La lirica, autobiografica, scritta dopo tre anni in trincea, è un canto funebre, una testimonianza tramite il ricordo.