Oggi ho guardato a lungo la campagna fuori, quando c’era luce, e il fuori appariva in pace, non capiva di cosa stessimo parlando, aveva grembi partorienti, rami impazziti, era un adolescente e tutto il caparbio inconscio. Dal tramonto in poi, il fuori è stato anestetizzato, non più in desiderio di presenze, ma in cerca della vena di bontà del male. Il fuori, prima di tirarsi addosso la povera coperta, l’ho sentito sussurrare “non sono”.
.

In giro si avvertono brividi muti e una schiera di esistenze assenti. Quel microscopico essere potrebbe riposare tra l’erba e l’oscurità: ora non ci sono ospiti disponibili, siamo rari per le strade. Dal finestrino chiuso guardo la rotonda che dorme, un’aria ferma al semaforo che controlla la paura. Col rosso la fissa, poi le ridà il via, a respirare.
Seguo fermamente l’iorestoacasa ma di tanto in tanto lo interrompo, devo portare la spesa e i medicinali a mia madre, confinata da sola e novantenne. Sono l’unica persona che si affaccia alla porta della sua casa, dietro una mascherina, a distanza di due metri. L’unica che lei vede in carne e ossa, con la voce ovattata dietro la fibra protettiva. Pochi minuti, lo stretto necessario per la consegna sulla linea di confine. Delle parole di incoraggiamento, rassicurazioni, poi le mando un bacio bardato, restando sulla soglia per non portarle nessun danno. Allontanarmi in quel modo, dopo aver dato le quattro mandate con la mia copia della chiave, mi lascia tanta amarezza.

.

Mi sono abituata al rituale del pane – stasera l’ultimo impasto, e penso a prima: lo facevo di tanto in tanto per divertimento.
Si diventa capaci di cambiare per necessità, capaci di aspettare un tempo assente e infinito notizie, telefonate, parole di vicinanza. Si diventa monadi in un rifugio, alterni frastuoni e silenzi, sospiri tra primavera e nebbia.

.

Ieri è arrivato al citofono un uomo, uno sconosciuto (anche se un conoscente, sarebbe stata ardua cosa provare a dire chi) tutto vestito di bianco: “dobbiamo disinfestare l’interno, le scale”.
Mi sono affacciata, sorpresa e quasi contenta di “vedere gente”. Non gli si scorgeva il viso, solo speciali occhiali a coprire l’ultima zona vulnerabile. Ma gli occhi hanno avuto coraggio e parlavano meglio della bocca. Si chiedevano l’utilità di quel lavoro antivirus, anticipavano un gesto fantasioso portar via ogni polvere, hanno avuto la scintilla dei bambini. Poi si sono abbassati con un ritorno al reale: la fantascienza uscita da un romanzo-predizione a privarci dell’abbraccio, a trascinarci in pagine che un tempo ci meravigliavano, avvincenti nel loro genere drammatico: storie, sui nostri scaffali.
Storie, ora invece, di idee trasformate in corporeità, di silenzi diventati glicerolo e alcool, guanti come prima pelle. Spazi di una perfezione alterata. scissione, evoluzione.

.

Ogni giorno tengo d’occhio la situazione del piccolo comune dove abito, dell’aera intorno già toccata dal virus, cerco notizie di una regione d’Italia sofferente dove ho i miei cari, poi di un Paese continentale e della sua capitale a 2000 km, dove c’è una parte di cuore che non so quando rivedrò. Guardo il calendario per disorientamento, ricevo notifiche venti ore su ventiquattro, penso a tutte le “ultime volte che”, mi chiedo ancora come sia possibile, se siamo svegli, se siamo allucinati, catturati, sedati. Penso senza respirare, stringo misure senza pensare, amo la lettura, vedo film, inganno il tempo, odio di dovere per forza ingannarlo, do un grido senza gridare, mi rassicuro, dormo per spegnere gli interruttori, mi sveglio di continuo perché hanno solo finto di spegnersi.

.

Da qualche sera mi sorprendo a guardare opere tutte sullo stesso tema. Soggetti che si affacciano: noi in questo momento. Non è un semplice diletto, né solo curiosità, né fissazione. Piuttosto credo che mai abbiamo guardato fuori con la stessa consapevolezza, che davanti a uno scenario tanto sospeso e tanto più forte di noi, pericoloso e terso in quanto privo di chiasso ed elementi distraenti, ci voltiamo (o meglio ci pieghiamo) inevitabilmente a guardare noi stessi. Intelligenti e cialtroni, colti e superficiali, osservatori e senza una giusta memoria. La voce più abissale, nostra, ci ricorda che, su tutto, siamo amore e morte. Proprio come la natura, e come anche l’arte ci hanno sempre insegnato.

.

Una mattina sulla traccia del virus, lungo  una strada vuota cercando l’indefinibile. Tengo ferma la fotocamera, pronta a scattare. È una veduta lenta, rauca, un che di romanzesco.

.

Parlo a me stessa, dove sono e voglio e so di essere, dove non sono e vorrei, per giustizia ai sentimenti e richiamo alla vita.
Quella poesia l’hai scritta non ispirata a Chagall, né per celebrare il suo anniversario di nascita. La poesia l’hai scritta in questo contesto di chiusura da pandemia e ordinanze, a cui hai fatto un’abitudine subdola che di notte prende il tuo posto, che ha preso a infilare radici, e temi di aver paura che sia un atto chirurgico strapparle di dosso, tornare a percepire una gruccia come una gruccia e un polso come un polso (parte del tuo corpo che -forse?- in questo momento dorme o non dorme, e forse vorrebbe profondamente per non sentire niente, il peso, il freddo, il sudore, l’assenza di contatto) e non come una foglia che sembra cadere e tu rigidamente affondata nel “non sai cosa” non ce la fai a raccogliere. In questo periodo malsano si cercano spiragli: la “fiaba felice” in un cielo di Chagall, eccola l’aspirazione a liberarsi dell’atmosfera greve che intacca lo strato appena sotto quello conscio, dove la veglia comincia a cedere a un oblio che imprigiona e rende insano il sonno, lo interrompe, gli sussurra di non iniziare mai o non finire mai. Gli fa intravedere tesori attesi per il prossimo futuro e poi li trasforma in buio. La felice eterea libertà del dipinto è l’opposto al senso di qualche tesoro magro, di quelli che, già così scarni, per di più sfumano come la notte subentra al giorno. L’opposto si vorrebbe catturare, perciò lo si fa comparire. Mi domando: fino a quando la natura dell’uomo potrà reggere il filtro della solitudine, senza creare scenari di prostrazione dei sensi, sia pure nei momenti di poca coscienza?
.

Non possiamo conoscere gli effetti del trauma collettivo, soprattutto a lungo termine. Gesti, parole, corpo, se saranno gli stessi. e quali momenti la memoria conserverà intatti e su quali, invece stenderà una coperta pietosa, una macchia indecifrabile. E il prima del virus bisognerà scavare e cercarlo, costruire la fase tre, la quattro, la cinque e chissà quante non casualmente e con tutte le forze possibili far rinascere un bene spontaneo e naturale: mi ripeto “non sono un io staccato e lontano, provo questo e quello e agisco per questo e quello”.

.

Dopo quanto tempo, quanto spazio? Sono fuori, siamo un inizio di libertà. Esco dalla banca – e sembrava di doversi imbarcare l’entrarci, per quanto è stato complicato – e poi a prendere un gelato in un caffè tra i più carini del posto. Voglio sentire cosa si prova a tornare normali? Disorientamento. Sembra tutto così cambiato, facce impersonali, viste a metà se va bene e se non hanno occhiali da sole. Chi sta troppo vicino e chi troppo distante, non si sa cosa è meglio o cosa è peggio. Sullo sfondo un percettibile, muto salto di tempo, una disconoscenza amnesica, una zona vuota tagliata e mandata nel nulla. Pervasa di vuotezza, non so…non so, forse sto meglio a casa.

(18 marzo – 22 maggio 2020)

Immagine dal web: Edward Hopper, Cape Cod Morning, 1950, Smithsonian American Art Museum