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Estate
Quest’estate
è entrata come un disegno di bambino
che porta per la prima volta sulla scena
paesaggi e stagioni
e non sa
quale posizione, quale distanza,
soprattutto quale enfasi dare
a colori ed elementi.
E per ignoranza immaginifica
ha messo tutto in primo piano,
con epico disordine,
con improvvisa abbondanza, come se
un paesaggio vagante fosse venuto ridendo
a svuotarsi disordinatamente
in altro paesaggio:
Lune sonnambule sull’orlo dei sogni,
lentischi malati del loro odore,
piante di granoturco alte e tese
come ignare o eroiche,
olivi in preghiera
per tutta la lunghezza e la paura dello sguardo

– Dio mio, allontanalo anche da noi –
bianche chiese volanti di campagna
con dietro pigri crepuscoli
come preti esausti di suonare vespri,
mare adulatore
intorno all’ostinata asimmetria delle montagne
e meriggi eretti
che stanno sull’attenti davanti al sole.
E sopra
nuvole di caldo innamorato.
Quest’estate
non l’aspettava nessuno;
è venuta come qualcuno dato per morto.
E ha portato di nuovo imbarazzo,
una tensione dimenticata
e un’insonnia
per cose date anch’esse
per morte.
(Faceva tanto caldo dentro gli occhi,
c’erano caffetterie fumose,
tutta la notte canzoni ardenti,
mani ubriache che danzavano
e dicevano sciocchezze ad altre mani.
In alto
notti poetesse scrivevano.)

Quest’estate
come un disegno di bambino,
completato da qualcuno
con cose date per morte
come poesia poggiata su altra poesia.

Ora
quest’estate
è sangue secco sui nostri giorni.
La trovammo morta
in un monologo a proiettile.

Kikí Dimulà, da “L’adolescenza dell’oblio”