Giorgio Penotti musicista di Alessandria

Rumore di sottofondo, di Giogio Penotti

(Che cos’è la musica oggi nei locali pubblici?)

Alessandria: Ho cominciato a frequentare i locali dove si fa musica dal vivo da adolescente, negli anni ’70, sia come protagonista che come spettatore. Non ho girato il mondo, ma la provincia sì e poco di più, però mi sono fatto un’idea di come sia cambiata in questi decenni la fruizione della musica in questi locali. Parlo più come musicista che come avventore ovviamente, e faccio riferimento solo alla mia esperienza, non ho fatto ricerche approfondite. Le persone che considerano la musica un valore importante e che sono disponibili ad ascoltarla con tutta l’attenzione che merita, come esperienza totalizzante sensoriale ed intellettuale, rappresentano sicuramente una minoranza nella popolazione, e in fondo non si può pretendere che non sia così. Però bisogna capire che cosa intendiamo per “minoranza” sia in termini quantitativi che qualitativi. Mi spiego meglio: io credo che per almeno un ventennio, ancora per tutti gli anni ’80, nella nostra società ci fosse una ampia minoranza attiva che viveva la musica nel modo che ho descritto prima. Perciò minoranza sì, ma ampia, non una nicchia per intenderci, e quel che più conta attiva, più attiva della maggioranza. Questa minoranza era animata da passione e curiosità, si andava nei pub più per la musica che per la birra, per ascoltare un musicista che si conosceva e che piaceva, ma anche per ascoltare un perfetto sconosciuto, giusto per soddisfare una sana curiosità. In questi locali (faccio solo un esempio: il Caffè della Pesa di Vignale) non c’era perfetto silenzio, come in un teatro, ma un brusio equilibrato, moderato, educato, di chi sa che oltre una certa soglia non si può andare perché si manca di rispetto a chi suona. A partire dagli anni ’90, non so come né perché, qualcosa è cambiato. Me ne sono accorto una sera proprio al Caffè della Pesa, suonava Claudio Fasoli, una grande del jazz italiano. Il locale era pieno di gente, ma quasi tutti passavano di lì per fare mezzanotte, l’ora giusta per andare in discoteca, per bere e raccontarsela un paio d’ore prima di entrare nella bolgia della musica techno house. Fasoli suonava imperterrito in mezzo al casino ed io ero molto imbarazzato per lui.

Personalmente, come musicista, ho vissuto diverse situazioni altrettanto imbarazzanti, ma di una ho un ricordo preciso. Una compagnia di amici piuttosto numerosa, una ventina di persone, cenava in un ristorante di Alessandria, avevano prenotato solo per loro la sala del pianoforte, e avevano chiesto la musica. Io e Rudi suonavamo il nostro repertorio di standard ed evergreen interpretati per pianoforte e sassofono. Per carità sapevamo di non essere John Coltrane e Mccoy Tyner, ma non eravamo neanche un registratore o una radio, eravamo pur sempre due persone vive che suonavano dal vivo per questi signori. Appunto, i “signori” ad un certo punto, diciamo subito dopo avere mangiato il primo, hanno attaccato con l’argomento sesso. Sapevo che secondo il bon ton non si dovrebbe mai parlare di sesso a tavola, fino a quel momento avevo sempre pensato che fosse una regola esagerata e bacchettona, ma quella volta la mia opinione è stata messa fortemente in dubbio. Quelli erano amici di vecchia data, erano in confidenza, va bene, ma noi che pure eravamo lì con loro non li conoscevamo neanche! Eppure tra un bicchiere e l’altro è partita una gara a chi la sparava più grossa sulla scopata più bella, sugli attributi maschili o femminili più performanti, con accurate descrizioni, con i nomi dei protagonisti assenti, con tutti i trionfi o i cilecca che erano capitati nel corso delle loro esistenze. Il turpiloquio estremo era diventato la lingua ufficiale della sala, e certe parole pronunciate con particolare foga echeggiavano tra le pareti mentre noi suonavamo Misty o Yesterday. In quel momento avremmo potuto sbagliare tutte le note, suonare stonati, non sarebbe cambiato niente, noi non esistevamo più.

Per fortuna non è andata sempre così, se no avrei smesso di suonare, tuttavia col passare del tempo ho avuto sempre più la sensazione del deterioramento di certe situazioni in cui si fa musica. Situazioni piccole, è vero, ma purtroppo molto frequenti, soprattutto in una realtà provinciale. Quante occasioni per suonare offre il nostro territorio? E in quali luoghi si suona regolarmente? Sono pochissimi e spesso sono locali come quelli di cui stiamo parlando. Credo quindi che quella “ampia minoranza attiva” oggi si sia veramente ridotta ad una nicchia, e il mio timore è che si tratti di una nicchia di anziani. La maggioranza ha perso passione e curiosità, forse più la curiosità che la passione. Si va ad ascoltare un musicista che si conosce personalmente, se è del posto, oppure un nome veramente noto, non si accetta più il l’incognita che potrebbe portare ad una nuova scoperta. La gente ha un rapporto veramente strano con la musica. Quando mangia vuole chiacchierare indisturbata, e fin qui posso capire benissimo, anzi condivido. Ma allora la cosa migliore non sarebbe il silenzio? No, la gente preferisce che ci sia comunque musica di sottofondo. Se è possibile anonima, quella delle radio interne dei supermercati o delle catene di ristoranti, a volume talmente basso che non percepisci chiaramente le melodie. E’ come un rumore di sottofondo, indistinto ma perenne. Qualche volta si tratta di radio mal sintonizzate con un buzz di fondo prevalente. Ogni tanto mi viene voglia di fare una domanda infida ai camerieri: “Ma non vi disturba stare tutto il tempo con questa musica nelle orecchie?” In genere rispondono: “Non la sentiamo neanche più.” Ti sbagli, non la ascolti ma la senti, entra nel tuo cervello attraverso le orecchie ed inquina la tua anima fino alle radici.

Brevi Note biografiche

Giorgio Penotti (Alessandria 1957), ex insegnante di lettere, musicista irregolare, discontinuo ed eclettico, ha studiato chitarra, sassofono, flauto traverso, altri strumentini a corda e a fiato, non ha mai conseguito un titolo di studio musicale, però si è cimentato avventurosamente nella composizione e nell’arrangiamento, scrivendo canzoni, brani jazz e colonne sonore. Su queste strade ha camminato per quarant’anni con diversi gruppi che suonavano o suonano folk, jazz, canzone d’autore, musica da strada.