Giovanni si fece pregare prima di salire in auto e si aggrappò al sedile del guidatore come il naufrago all’albero della barca ignorando il sangue e la terra che si posavano sulla tappezzeria bianca e immacolata. Sotto gli sguardi sarcastici della donna, puntò gli occhi terrorizzati sulla strada quando Domenico accelerò. 

«Sì direbbe che non sei mai salito su una vettura, Giuàn», lo canzonò lei. 

«Si direbbe che ti sei confusa, Magda», rispose lui a tono, «se non ti sei accorta, qui siamo in campagna e non ai Campi Elisi». 

«Me la ricordavo più larga», si giustificò indicando la strada. 

«A dieci anni e sulla carriola trainata da me che ne avevo quattro in meno». Lei per tutta risposta gli mise una Grand Chateau davanti alla faccia. La rosa rossa strappata al Duca Ercole Mosca stava chiusa nella mano di quella svampita che gli aveva rubato l’idea e stava ammiccando complice. 

«Ho un piano», sottolineò decisa, intuendo i suoi pensieri. 

«Scordatelo!», sentenziò Giovanni e tornò a guardare la strada. Sentì il fianco pungergli e senza voltarsi si mise sulla difensiva. «I tuoi piani non hanno mai funzionato. Sento ancora le vergate sulle mani per i guai che mi hai causato…». Il ricordo vivido dei tempi della scuola riemerse violento insieme all’espressione severa del maestro Calcinari mentre lo puniva. 

«Mio cugino Ercole vuole comprare Villa Ester e cacciare te e la tua famiglia fuori dalla Casaccia. Vuoi vedere i tuoi figli morire di fame?». Giuàn avvertì lo stomaco intrecciarsi e soffocare tra le budella, Magda, attenta, colse la paura nei suoi occhi. Fu in quel momento che capì di avere vinto di nuovo e lui si rese conto che non sarebbe riuscito a cavarsela neanche stavolta. 

«Domenico per cortesia, scendi a Valle Tremola, alla bottega del sarto e fatti dare una camicia di stoffa robusta che questa è strappata, sporca… e logora», criticò acida. 

«Era perfetta per me fino a quando non mi hai spinto giù nel burrone», commentò offeso. 

«Sei tu che ti credevi Girardengo…»,Magda sollevò un ciglio con ironia. 

Sospirò sollevato quando l’automobile si fermò davanti alla Casaccia, scese cauto sorreggendosi allo sportello per l’improvviso dolore alla spalla e alle ginocchia e si diresse verso il portone bitorzoluto, zoppicando. Sua moglie lo guardava dalla finestra con l’espressione sospettosa e sbalordita. Aprì piano l’uscio e sentì Magda dare ordine di cercare un meccanico per bici e carretto rotti e la vide dirigersi alla villa. 

«Ester! Sono Maddalena, la nipote di tua sorella. Ti ricordi di me?» Gridò rivolta alla finestra. Se sperava in un segno rimase delusa. Giuàn imbarazzato, salì il primo scalino e quasi inciampò sul secondo quando vide l’espressione severa di Elvira crocifiggerlo senza appello. D’un tratto si voltarono verso Magda che mostrava la rosa, nascosta fino a quel momento dietro alla schiena. 

«Te la ricordi, Ester? È la tua Grand Chateau. L’ho riportata a casa». Alzò il mento sicura, certa di aver provocato lo spettro. Giuàn avrebbe giurato che per un momento il vetro grigio fumo fosse diventato trasparente, mostrando il volto della dama così come era dipinta nel quadro in cima alla scalinata centrale della villa. 

Michela Santini

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