Racconto: Risvegli, di Stefania Pellegrini

C’è una casa, una casa grigia, in mezzo al niente, dove la vegetazione cresce attorno: disordinata e scomposta, e i ragni vivono indisturbati, appesi alle loro ragnatele.

Dove tralci incolti d’edera verde, intrecciati ad altri, polverosi di un bronzo smorto, s’aggrappano alle mura scrostate, ricadendo su parte delle finestre.

E c’è un altro giorno che s’appresta a nascere, tra i primi rossi chiarori in cielo, in una luce che inghiotte salendo le ombre vaste e diafane.

L’aria di piacevole tepore resta fuori da quella casa dove i suoi abitanti, una donna e un gatto, conducono una vita piatta e desolata.

Poi, ci sono le ferite. Ferite non rimarginate che sanguinano facilmente, di quelle che lasciano un segno impresso dentro, un malessere sordo, martellante. L’apatia, scavatasi un nido confortevole, lì vegeta indisturbata con gli oggetti nelle stanze, abbandonati alla polvere e dimenticati.

I giorni felici, l’amore, gli affetti… un’appendice dolorosa per l’anima appassita della donna ancora giovane che, dopo la morte del marito, vive solo di ricordi. Le emozioni non hanno volto, un nome, affievolite e imprigionate, in un cuore fattosi duro e insensibile a qualsiasi mutamento, pure a quello delle stagioni che si sommano le une alle altre senza essere percepite.

Il freddo dell’inverno, il caldo dell’estate, manifestano fuori i loro umori, la donna sembra non vedere, non sentire, ormai partecipe del niente nell’inevitabile suo lasciarsi trascorrere, come la casa, all’incuria e all’abbandono.

Solo il gatto Aramis, dono del marito, porta un po’ di luce nella sua vita.

È giorno inoltrato quando la donna s’accorge dell’assenza del gatto. Non risponde ai richiami, non è nei soliti nascondigli. Abituata alle sue stranezze, alla sua indipendenza, da subito, non vi fa caso.

Fino a quando, fuori scema la luce, e cala la notte cupa. Il buio coglie la donna su una poltrona davanti alla finestra, in attesa che Aramis ritorni.

È allora che in lei prende a farsi strada una preoccupazione che la scuote per poco dall’apatia. Va alla porta, la apre, chiama il gatto più volte, ma fuori risponde solo il vento.

Che può fare? Aspettare ancora, o andare a letto e rimandare al mattino dopo? Opta per la seconda, ma è inquieta e fatica a prendere sonno. Ogni minimo rumore di fuori la turba, la mette in allarme. Solo adesso realizza di tenere molto a quel gatto, ultimo e unico affetto rimastole, alla sua presenza silenziosa, ma costante.

Nella notte, un rumore secco. Una porta, forse una finestra che sbatte, la sveglia, apre gli occhi. Si tira su dal letto, è impaurita: il vento sta scaricando sugli alberi la sua furia, sbatte le imposte delle finestre, e ringhia come un cane a cui hanno sottratto l’osso.
Un brivido improvviso, di freddo gelido, le attraversa le reni.

Pare che fuori si siano radunati tutti gli animali del bosco, diavoli infuriati con la sua anima distante, in attesa di saltarle addosso.

Realizza: “e se fosse Aramis che cerca d’entrare?”

Si precipita giù dal letto. Va alla finestra, alla porta, nessuno.

S’aggira per la casa, beve un po’ d’acqua, controlla meglio.

Ha freddo, infila la vestaglia, ma i brividi non passano.

È forse in ansia, ha paura?

Non sa spiegarsi: un sentimento insolito, da tempo dimenticato, si appropria di lei, distogliendola dalla solita indolenza.

L’attenzione le cade su un libro: la “Via Francigena”, che spunta da vecchi giornali, e i vecchi ricordi si risvegliano.

Storie di viaggio, d’esperienze che Piero, suo marito, aveva il gusto di raccontarle.

Cerca di cacciare le immagini, la voce gioiosa che risuona nella mente. Mette via il libro, prende un sonnifero, e va a letto sperando di dormire.

Al risveglio è ancora preda di strane sensazioni, il vento è scomparso e Aramis non è tornato. La donna è seriamente preoccupata: – “Gli sarà successo qualcosa?”

“Si sarà azzuffato con un altro gatto, sarà ferito e non riesce a tornare?”

“Avrà mangiato qualche boccone avvelenato?” –

Sente una morsa stringerle il petto nel realizzare che potrebbe non rivederlo più, l’idea la fa star male.

Apre la porta, fuori è tutto come ogni mattina, eppure c’è qualcosa di diverso, lo sente.

Si guarda attorno, osserva il bosco di betulle poco lontano, il silenzio ovatta ogni cosa, il tepore del sole la carezza timidamente.

Deve ritrovarlo a ogni costo, pensa, ma la paura frena il suo istinto.

Entrare in quel bosco da sola? E se dovesse perdersi?

Eppure non sarebbe la prima volta… ma allora c’era Piero con lei.

La donna si fa coraggio e prende ad avanzare titubante. Prova a chiamare Aramis, prima debolmente, poi più forte.

Aspetta, fa ancora qualche passo… niente.

Il sole le sorride benevolo, quanta luce nel cielo azzurro! Dimentica le sue reticenze ed entra nel bosco. Avanza di qualche passo, i rododendri sono rossi in fiore, e le ginestre nugoli gialli, è un rigoglio di vegetazione.

Si siede su un tronco e lascia che l’ambiente la contagi lentamente. Per un attimo dimentica la paura, dimentica tutto. Qualcosa pare sciogliere il ghiaccio, il gelo, che ha nel cuore, ma troppo in fretta, troppo presto. La donna ne è intimorita.

Il coraggio l’abbandona, sente le gambe farsi dure, cosa le impedisce di avanzare?

Resta seduta su quel tronco per un’ora, sperando di ritrovare la forza di andare avanti. Quanti ricordi felici… troppi. Non si sente pronta e torna verso casa.

Un’altra notte insonne, un altro giorno mette fuori i suoi raggi di luce. Intanto, nel dormiveglia agitato, la donna ha maturato l’idea di prendere lo zaino del marito appeso al chiodo e tentare al mattino ancora con il bosco. Se sarà necessario, raggiungerà il fiume.

La giornata bellissima, i passeri, che volteggiano festosi, la incoraggiano ad inoltrarsi sul sentiero, più decisa, stranamente leggera.

Di tanto in tanto chiama Aramis, le ore scorrono ma del gatto neanche un’ombra. La temperatura sale, la donna prende a sudare. Si sfila la giacca di pile, e beve un po’ d’acqua dalla borraccia che ha portato con sé.

Poi qualcosa di inatteso, di bello, un gioco della sua fantasia?… un rumore di passi… una presenza vicina.

Si gira, è sola… Strano scherzo.

Piero… no, non è possibile.

Da quanto tempo non le accadeva più? La percezione si fa più intensa. Le ferite invisibili… la stanchezza, scompaiono e il coraggio la prende per mano. Non è più sola.

Quando raggiunge il fiume, sono passate due ore. Si guarda circospetta, sulla riva solo una barca ormeggiata, simile a quella su cui era salita con Piero.

Quante storie. Hai visto Sara? Non è stato così pericoloso, e ti è pure piaciuto.”

Sorride al ricordo di quelle parole e dei bei momenti passati su quelle sponde.

Un miagolio lontano la riporta al presente. Si fa più deciso, s’avvicina. Due punte di pelo bianco e nero, due code spuntano tra l’erba: Aramis è lì davanti a lei e un grosso gatto bianco lo segue, forse la nuova compagna.

Sara si rasserena, inspira a fondo.

Raccoglie una margherita e la mette tra i capelli, poi si rassetta i pantaloni polverosi. Una farfalla le si posa sulla mano.

Sali sulla barca Sara! L’altra sponda non è poi così lontana… può farcela, anche da sola. È ora che torni a vivere.”

Una voce, che conosce bene, la incoraggia. Si volta verso la barca, è sola.

Stefania Pellegrini ©

DIRITTI RISERVATI.