BLASFEMIE, di Enrico Ratti

GILGAMESH EDIZIONI – GIUGNO 2019 – PP. 128 – Euro 12,00

Recensione di Armando Saveriano

Una poesia che trova il suo blasone nell’ermeneutica filosofico-sociale di una architettura tematica, lessicale, estetica, assonante; un poliedro di livelli e metalivelli che esige ingaggio d’attenzione, e (necessarie) riletture.

L’immagine di copertina, “L’estate improvvisa” (opera dello stesso poeta, che è anche disegnatore/pittore), tecnica mista su cartone intelato, raffigura perfettamente l’atteggiamento dissacratorio che caratterizza le volitanti atmosfere dei 41 testi suddivisi in sei sezioni: l’espressione del volto è di sfida decisa, di indipendenza dagli stereotipi; sembra frapporre una cortina, frenare avvicinamenti, mentre in realtà – o contemporaneamente – invita alla compartecipazione, ad una intesa di empatia.

Questo, per me, il paratesto di “BLASFEMIE”, simbolo di autentica libertà di espressione, nemesi che pur incosciente punisce la Chiesa e i perbenisti superintegrati per il suo/loro patto col diavolo, tanto nel parafrasare Pasolini.

Blasfemie è il biglietto d’ingresso per una proposta di insubordinazione/emancipazione illuminista, a partire da Baruch Spinoza e da Richard Simon, attraversando le desacralizzazioni nietzschiane fino ai vividi e concreti paesaggi scenici interpolati dalla penna irresistibile di Enrico Ratti.

Ha saputo, Ratti, costruirsi/costruirci un mondo con parole che non bastano mai, che immediatamente inchiodano alla fluente pagina il lettore alla “logomatica” (da intendersi nell’accezione etimologica greca di ‘discorso istruttivo’) ai confini della significazione dicibile, scavalcando orizzonti verso un “oltre” di visioni conturbanti, perturbanti, catartico-salvifiche, tagliando i lacci alla censura imposta dai pregiudizi fino alla ieraticità del maieuta affabulatore/demiurgo/burattinaio/genius archetipico.

E’ un ‘doloroso cammino di gioia’, un meditato ma anche pulsionale scardinamento di vincoli azzittenti, dove il cuore non resta mai distante e il ‘noèo’, l’essenza pensabile kantiana, il pensiero della costanza, della giustezza, della comprensione avverso l’effimero, il transitorio, il depistaggio delle cose, la separatezza dalla natura (che è invece la chiave per la realizzazione dell’intenzione speculativo/introspettiva ed etica) attesta la sua fedeltà a misura e compiutezza al di là di sviamenti, di perdite (inevitabili) di deflessioni nevrotiche.

Ogni lettura celebra un incontro con una voce etica (non posso non rifarmi all’accademico ebreo-lituano Emmanuel Lévinas, secondo il quale l’etica è soprattutto un’ottica) che restituisce echi emozionali vibranti lungo luoghi inesplorati dell’anima (almeno questa è la prima sensazione) e induce a pensare che, se versi migliori non potevano scaturire dall’allodola personale del poeta, versi vieppiù stratificati e streganti debbano ancora esser composti e/o comunque si avvicenderanno nelle pagine successive.

D’altronde, per citare una diffusa massima del libanese Kahlil Gibran, “il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta”.

La silloge ha uniformità stilistica e tenore alto e flessibile di pensiero pur nella rifrazione molteplice della differenziazione/diversità/difformità di visioni, di sensitività mnestico-eidetiche; realizza una brillante coesione di lucida ‘vis’ che è il cardine delle sei sezioni, dall’ingegnoso “Tema di Leonardo” (si gusti in particolare le jeu à la Buñuel ‘Beccodicarta’ e il nucleo icastico di ‘La Riche’) alle freudiane “Lettera al Padre.

La pietra. L’autorità”, “L’arte del malinteso. Mater materia”, dall’intellettuale e nerudiano erotismo avviluppante e raffinatissimo di “Belle, come nome anonimo, vi ritrovo” alla spettacolare mise en scène di “Davanti alla città che sale” e alla finale mise en abȋme gidiana de “Nel fuoco dell’oggetto”, sezione dominata dall’humus stupefacente, incondizionato e arroventante dell’imprescindibile “Il colore oscuro dello specchio” (dal respiro di poemetto) fino alla magistrale conclusione folgorante (e sottilmente dichiarativa di poetica) di “Ramo del novembre sconosciuto”.

Merita una notazione a parte la composizione ‘A un ladro entrato di notte in un’osteria’ (vertice della quinta sezione “Davanti alla città che sale”), un gioiello letterario che è parabola e novella, col trasporto timbrico e tonale del “Dichcterisches”, e che ha costa d’approdo teatrale, tra un guizzo di Calvino e uno di Marcel Schwob.

“E nella notte nuda/nessuno è con me,/nessuno veglia,/nemmeno i contadini e le comari/addormentati in quella casa,/con la terra sotto i calli./ In quell’aldilà,/che odora di cenere e cotone,/leggero come un fanciullo/penetro nel buio di una stanza/e nel cuore di un minuto smisurato/ciò che conta non è il bottino/ma profanare un luogo sacro…” Un libro che si nutre (e che nutre) di visceralità traghettante, di estro pittorico e di curiosità conoscitiva, di memoria che si fa istante presente e di specchio del momento che si fa memoria.

                                                                                                                                                       ARMANDO SAVERIANO