Hagía Sofía, di Gianni Castagnello

Posted on 24 luglio 2020

Gianni Castagnello

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Alessandria: La decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di riconvertire l’edificio di Santa Sofia in moschea ha suscitato vaste reazioni per il valore universale del complesso d’arte, religione e storia fatto costruire dall’imperatore bizantino Giustiniano nel VI sec. e aggiunge un ulteriore ostacolo a quelli che da tempo sono sparsi sul cammino dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Erdogan lo ha annunciato il 10 luglio scorso, dando seguito a un proposito già formulato nel 2019 in occasione delle elezioni amministrative.  La quasi millenaria basilica di Santa Sofia, passata per molteplici vicissitudini, tra le quali la barbarica devastazione compiuta dai crociati nel 1204 (vedi la descrizione romanzesca che le dedica Umberto Eco nel 2° cap. del suo “Baudolino”, Bompiani, 2000), era diventata moschea dopo la conquista turca di Costantinopoli compiuta dal sultano Maometto II alla fine di maggio del 1453.

Conclusa, con la sconfitta nella prima guerra mondiale, la parabola dell’impero ottomano e proclamata la repubblica turca, nel 1934, Mustaf Kemal Ataturk, trasformò il complesso di Santa Sofia in museo, riconoscendone così il molteplice valore storico e artistico, nel quadro del suo ambizioso progetto di rinascita della Turchia come stato nazionale, moderno e laico, benché con una popolazione in maggioranza islamica.

Ora, il Consiglio di Stato turco ha dato compiutezza formale alla decisione del presidente Erdogan, annullando il decreto del 1934 perché avrebbe violato il diritto di proprietà acquisito da Maometto II e dai suoi eredi con la conquista del 1453. Il 24 luglio si terrà a Santa Sofia una grande preghiera, con la presenza del presidente turco e il complesso monumentale ritornerà ad essere moschea, posta sotto l’Autorità statale per gli affari religiosi; dovrebbero essere mantenute, vedremo con quali vincoli, le visite turistiche. Durante la preghiera, i mosaici con le rappresentazioni di figure umane, non ammesse dall’Islam, saranno oscurati con teloni e, in futuro, con un sistema di proiezioni laser.

Le reazioni sono state molteplici. All’Angelus di domenica 12 luglio, Papa Francesco, dopo aver commentato la parabola del seminatore, si è detto addolorato per la scelta del governo turco su Santa Sofia.

Ha ovviamente espresso il suo dispiacere il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, ricordando che la scelta divide due mondi, che l’Hagia Sofia appartiene a tutta l’umanità e rappresenta un luogo simbolo di incontro, di dialogo e di coesistenza pacifica dei popoli e delle culture, di reciproca comprensione e di solidarietà tra cristiani e islamici.

In una prospettiva laica, l’UNESCO, ricordando che il complesso di Santa Sofia è patrimonio mondiale dell’umanità, ha espresso irritazione per l’iniziativa unilaterale del governo di Ankara e “richiama le autorità turche per iniziare un dialogo senza ritardi, al fine di prevenire qualsiasi effetto nocivo sul valore universale di questo bene eccezionale e sul suo stato di conservazione”.

La decisione del presidente turco sembra essere una nuova tappa della sua ormai lunga navigazione politica verso l’affermazione di una leadership islamica forte che è progredita con la repressione degli oppositori e la riduzione delle libertà democratiche seguite al fallito colpo di stato militare del 2016 e poi con la trasformazione dello Stato turco in repubblica presidenziale confermata dal referendum del 2017.

Erdogan ha scelto da tempo di dare una base religiosa al nazionalismo turco sia per prevenire e assorbire le tendenze fondamentaliste che fermentano nei paesi islamici e sono presenti anche in Turchia, sia per dare sostegno ideologico all’ambizione di allargare l’influenza del suo paese nell’area medio orientale e nell’Africa musulmana. In questa prospettiva la richiesta turca di adesione all’Unione Europea incontra nuovi ostacoli, che si aggiungono a quelli relativi al rispetto dei diritti in patria e alle politiche verso la Siria e verso Cipro, però non è abbandonata. Benché i diversi tavoli di negoziato siano quasi arenati, Ankara la ripropone non tanto sulla base di una convergenza ideale, coronamento del cammino verso la democrazia laica intrapreso a inizio Novecento dalla repubblica di Ataturk, bensì facendo leva su convenienze economiche e geopolitiche, sia della Turchia sia dei Paesi europei.

Alla luce di tutto questo, commentando la riconversione di Santa Sofia in moschea, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ne ha ben sintetizzato le complesse motivazioni giudicandola una scelta più politica che religiosa.

La decisione del presidente Erdogan è un’espressione del realismo strategico che domina la politica, non solo la sua, in questo tempo, e forse l’ha dominata in ogni tempo. Un realismo che in politica fa un uso strumentale di ogni cosa: principi, affermazione di diritti, appelli alla volontà popolare, questioni umanitarie mediatizzate, e si serve logicamente anche della religione, adatta più di altri richiami a muovere gli animi, suscitare consensi, coagulare fedeltà.

L’ultima mossa, dai notiziari del 22 luglio, è l’invito di Erdogan al Papa per la preghiera islamica che celebrerà la riconversione di Santa Sofia in moschea appena due giorni dopo, un invito fatto in modo da non poter essere ricevuto – se non per altro, per i tempi strettissimi – e che sembra formulato per offrire un argomento alle polemiche dell’islamismo intransigente, chiudendo qualsiasi spazio al dialogo sul futuro del complesso monumentale.

Un altro significato avrebbe avuto l’avvio di contatti con le chiese cristiane per organizzare a Santa Sofia – quale luogo sarebbe più adatto? – incontri di preghiera interreligiosa per la pace e la solidarietà tra i popoli. Ma una simile idea resta inconcepibile per le strategie e gli obiettivi del leader turco.

Strategie e obiettivi che provengono, come detto, da un realismo politico buono per vincere le battaglie di oggi, forse di domani, ma di dubbia lungimiranza, perché incline a stabilire esclusioni, a marcare identità e fomentare tensioni. In questa logica, a Santa Sofia e Istanbul viene imposta un’identità islamica, perché furono conquistate, dimenticando che sono state anche luogo di incontro tra Occidente e Oriente, tra popoli e religioni, detto con un po’ di enfasi: crocevia di civiltà; ed oggi proprio questi aspetti della loro storia una politica lungimirante dovrebbe valorizzare.