Cari lettori di Alessandria Today, è con immenso piacere che oggi voglio sottoporvi la mia intervista ad un’autrice davvero molto in gamba, creatrice di una saga che vi emozionerà, così come ha emozionato me, garantito! Ma non perdiamo tempo in chiacchiere! 🙂

Cara Elisa, ringraziandoti per aver accettato di rispondere alle mie domande, ti faccio la mia prima, consueta domanda: chi sei? Presentati ai nostri lettori. Le presentazioni non sono il mio forte, quindi mi scuso se potrà suonare banale. Mi chiamo Elisa Cavezzan, ho 29 anni e sono originaria del trevigiano. Attualmente vivo a Monastier di Treviso con mio marito Michele e i nostri due gatti, Goku e Chichi. Sono diplomata geometra, sebbene lavori come operaia in una fabbrica di lampade d’epoca. La lettura è sempre stata la mia più grande passione. Ricordo che, fin da quando ero piccola, ho sempre avuto un libro accanto che riprendevo in mano non appena avevo un momento libero. Tanto per rendere l’idea, alle medie mia madre era costretta a tenere sottochiave “Harry Potter e l’ordine della fenice” perché continuavo a leggerlo al posto di studiare! Negli ultimi anni ho iniziato a dedicarmi alla scrittura, a cui riservo ogni istante che mi è possibile. “Le cronache di Giada” è il mio primo progetto letterario e “L’Altopiano dei draghi” rappresenta l’inizio della saga.

Come, quando e perché ti sei avvicinata alla scrittura? Sebbene l’italiano sia sempre stata la materia che mi suscitava più interesse durante gli anni scolastici, non ho mai preso realmente in considerazione l’idea di sedermi a tavolino e iniziare a scrivere. Fin da piccola ho sempre letto molto, passando da un genere all’altro senza alcuna distinzione. Il fantasy, però, mi ha aperto le porte di un mondo completamente nuovo. Ho iniziato ad appassionarmi a questo genere grazie all’italiana Licia Troisi con il suo “Le cronache del mondo emerso” e, da allora, non lo ho più abbandonato. Nel 2016, poi, l’azienda per cui lavoravo è fallita e mi sono ritrovata a casa con un mucchio di tempo libero e un’idea maturata da un sogno che continuava a frullarmi in testa. Con il passare dei giorni, quest’idea ha continuato a crescere, fino a diventare la trama di fondo de “Le cronache di Giada”. Da quel momento ho iniziato ad appassionarmi al mio nuovo progetto, e mi sono finalmente seduta a tavolino per renderlo reale. Così, in quattro mesi, è nata la prima bozza de “L’Altopiano dei draghi”.

Quali sono i tuoi autori preferiti e perché? Come ho accennato nella domanda precedente, io leggo di tutto senza distinzione, quindi non è semplice rispondere a questa domanda. Da brava fantasista ammiro molto J.R.R. Tolkien per essersi posto l’obiettivo di creare un mondo fantasy completo in ogni suo minimo dettaglio, dalla mitologia alle varie lingue parlate dai personaggi de “Il Signore degli anelli”. Adoro l’ironia che C.S. Lewis sfrutta per rendere il suo capolavoro, ovvero “Le cronache di Narnia”, un libro adatto anche ai più giovani, nonostante le tematiche profonde che tratta. D’altra parte, mi sono appassionata moltissimo alle avventure di Sherlock Holmes, e invidio Arthur Conan Doyle per il modo impeccabile in cui si serve del famigerato effetto sorpresa, tanto caro ai lettori. Ultimo, ma sicuramente non meno importante, non posso evitare di citare il nostro Umberto Eco, che con il suo “Il nome della rosa” è riuscito a trasformare un romanzo storico in un thriller da cui è impossibile staccarsi e da cui si impara forse più di quanto accada con i testi scolastici.

Voglio complimentarmi con te perché hai creato una struttura narrativa efficace e convincente ma dimmi come è nato questo ricco impianto e quanto hai impiegato per renderlo davvero cosi perfetto? Per me “L’Altopiano dei draghi” è ben lontano dall’essere perfetto. Ogni volta che lo rileggo trovo qualche errore, sebbene adori alla follia questo mio primo “bambino letterario”. La progettazione che sta alla base della saga mi ha tenuta impegnata per diversi mesi. E’ un processo continuo, perché si evolve ogni volta che Giada entra in un mondo nuovo, e muta in base alle esigenze narrative del momento. E’ la parte più difficile del processo di scrittura, perché mi porta a scegliere cosa sia opportuno svelare della trama principale per tenere alta l’attenzione del lettore e cosa sia meglio celare per mantenere quel velo di segretezza tanto importante per le saghe composte di più libri. L’effettiva stesura del primo libro, al netto della progettazione, è durata quattro mesi. Le successive revisioni si sono protratte a lungo, dato che riprendevo costantemente la lettura del manoscritto, e si sono concluse solo quando ho finalmente trovato Argento Vivo Edizioni, nel 2018, che ha deciso di accogliere me e il mio primo romanzo nella sua collana.

La scelta del Creatore di generare una bambina e non un bambino è uno strizzare l’occhio al femminismo? Anche tu riponi maggiore fiducia nelle donne o semplicemente volevi che la tua protagonista fosse una donna? Io non mi reputo una femminista, perché credo fermamente che siano le scelte e il carattere di una persona a renderla buona o cattiva, e non il genere a cui appartiene. Ho scelto Giada come protagonista assoluta della mia saga perché il fantasy è spesso popolato di personaggi maschili, tutti dotati di forza o di abilità stupefacenti che li distinguono dalla massa. Sebbene anche Giada sia evidentemente diversa dagli altri personaggi, lei non vanta capacità ultraterrene, ma si limita a sfruttare i suoi talenti naturali per dimostrare agli altri di potersi ritagliare un posto nel loro mondo.

Quanto c’è di te in Giada? Giada è un personaggio a cui sono molto affezionata, perché vorrei viaggiare come lei in luoghi sempre nuovi e conoscere personaggi fantastici e diversi tra loro. Ho riversato nella mia protagonista un mix di emozioni e sensazioni, tentando di renderla un essere umano a tutto tondo, dato che è l’unica appartenente della nostra specie in un mondo abitato da creature totalmente differenti. I miei punti in comune con Giada sono sicuramente l’amore e il rispetto per la natura, l’affetto che la lega alla sua famiglia e la determinazione di portare a termine i suoi progetti.

Perché hai scelto proprio i draghi fra i tanti possibili animali fantastici? Non ho mai avuto alcun dubbio su quale fosse il popolo da cui Giada avrebbe dovuto iniziare le sue avventure. Ho scelto i draghi perché sono terribilmente bistrattati nel mondo del fantasy. A eccezione della saga “Eragon” di Christopher Paolini e di poche altre, infatti, questi bellissimi animali sono considerati malvagi, subdoli, spietati oppure vengono impiegati alla stregua delle bestie da soma. Io volevo dare una nuova chiave di lettura a questi personaggi fantastici, così ho provato a immaginare cosa accadrebbe se decidessero di radunarsi insieme e di costruire una società.

Quanto la tua famiglia ha influenzato i personaggi del testo e le dinamiche fra loro? Anche tu hai un rapporto così intenso e speciale con tuo fratello, lo stesso che Giada ha con il drago Sheed? Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia molto unita, che mi ha trasmesso l’importanza del supporto reciproco. Mio marito Michele è stato il primo a cui ho confidato la mia idea di iniziare a scrivere, ed è stato il mio primo sostenitore. Mia madre Daniela e mia sorella Sara sono state le mie prime lettrici e, se non fosse stato per i loro consigli, forse non avrei continuato a scrivere. Mio fratello Luca è il più dinamico, quindi mi ha dimostrato l’importanza dell’impegno costante per raggiungere i risultati. Mio padre Gianflavio mi ha aiutata a capire che i draghi non possono ragionare in ore, né utilizzare il metro per calcolare le distanze. Il rapporto che intercorre tra Giada e Sheed è il legame più solido del libro e, per me, è l’insieme delle relazioni che mi uniscono a ogni membro della mia famiglia.

Tutti i personaggi, anche quelli minori, sono ben tratteggiati e credibili, hai attinto al tuo mondo anche per loro (come i docenti, la zia, i cuochi dei due villaggi…)? Quando sono seduta dietro la scrivania e inizio a scrivere, mi ripeto costantemente che uno scrittore può descrivere solo ciò che conosce. Questo mantra rientra in ogni ambito della mia narrazione. Se i draghi anziani raccontano le storie ai cuccioli, è perché sono cresciuta a stretto contatto con i miei nonni, che amano parlare del passato per trasmetterci i loro insegnamenti e le loro esperienze. Se zia Xelia è una presenza attiva all’interno di grotta Phyre, è perché sono circondata da zii, zie e cugini sempre disponibili a dare una mano o un consiglio. Se Giada decide di salvare un cucciolo abbandonato nel bosco, è perché amo gli animali. Se Ruff, nel suo piccolo ruolo di aiutante, presenta tante sfaccettature, lo devo solo all’osservazione costante dei comportamenti dei miei gatti.

Nel tuo libro affronti tematiche molto importanti e delicate, come l’accettazione del diverso, il bullismo, la violenza domestica, l’integrazione…sono temi a te cari? Perché li hai voluti inserire nel tuo libro? Da lettrice accanita ho imparato che i libri che rimangono in testa sono quelli capaci di lasciare degli insegnamenti. Per questo motivo, quando ho iniziato a progettare la sia saga, mi sono posta l’obiettivo di affidare a ogni popolo un messaggio specifico. In questo primo libro, come hai precisato anche tu, mi soffermo sui temi legati alla famiglia e all’amicizia. In un mondo in cui si parla continuamente di razzismo, mi piaceva l’idea di proporre un luogo alternativo, in cui una ragazza viene accolta e accettata alla stregua di una pari da dei draghi, ovvero da creature completamente diverse da lei. Gli episodi legati a Kice, che riguardano il bullismo e la violenza domestica, rappresentano delle realtà che al giorno d’oggi sono tristemente all’ordine del giorno. Ho voluto inserirli nella narrazione per far capire che anche il bullo più crudele può avere un passato difficile alle spalle e che, a volte, basta ascoltare e dare fiducia alle persone per migliorarne la vita.

Se potessi incontrare un autore del passato, chi sarebbe e perché? Se mi chiedi di sognare, allora io sognerò in grande! Se dovessi scomodare qualche scrittore del passato, mi tufferei nella “Inklings”, ovvero il circolo letterario fondato negli anni ’60 da Tolkien, Lewis e da una sfilza non indifferente di scrittori e professori di Oxford. Ciò che rendeva particolare quest’insieme di menti brillanti era il fatto che si riunivano per consultarsi sulla stesura dei rispettivi libri, per cercare consigli e per migliorare il proprio modo di scrivere. Ma poi spaziavano in diversi ambiti, parlando della società in cui vivevano, di religione e di esperienze dirette. Insomma, erano un gruppo di amici che si riuniva per trascorrere il tempo in modo costruttivo. Tra di loro si era instaurato un cameratismo che, al giorno d’oggi, è difficile ritrovare, perché il mercato odierno tende a schierare gli autori gli uni contro gli altri. I social sono saturi di gruppi che tentano di simulare dei circoli letterari, ma io sono convinta che non siano nemmeno paragonabili alla bellezza di parlare a quattr’occhi con una persona reale.

Elisa, hai dato delle risposte magnifiche ed io non ne avevo alcun dubbio! Complimenti e NON VEDIAMO L’ORA DI LEGGERE IL SEGUITO DEL TUO LIBRO! Tanti cari in bocca al…foxison (è il caso di dirlo!).

Anna Pasquini – Alessandria Today