«Domenico per cortesia, scendi a Valle Tremola, alla bottega del sarto e fatti dare una camicia di stoffa robusta che questa è strappata, sporca… e logora», criticò acida.
«Era perfetta per me fino a quando non mi hai spinto giù nel burrone», commentò offeso.
«Sei tu che ti credevi Girardengo…», sollevò un ciglio con ironia.
Sospirò sollevato quando l’automobile si fermò davanti alla Casaccia, scese cauto reggendosi allo sportello per l’improvviso dolore alla spalla e alle ginocchia e si diresse verso il portone bitorzoluto, zoppicando. Sua moglie lo guardava dalla finestra con l’espressione sospettosa e sbalordita. Aprì piano l’uscio e sentì Magda dare ordine di cercare un meccanico per bici e carretto rotti e la vide dirigersi alla villa.
«Ester! Sono Maddalena, la nipote di tua sorella. Ti ricordi di me?» Gridò rivolta alla finestra. Se sperava in un segno rimase delusa. Giuàn imbarazzato, salì il primo scalino e quasi inciampò sul secondo quando vide l’espressione severa di Maria crocifiggerlo senza appello. D’un tratto si voltarono verso Magda che mostrava la rosa, nascosta fino a quel momento dietro alla schiena.
«Te la ricordi, Ester? È la tua Grand Chateau. L’ho riportata a casa». Alzò il mento sicura, certa di aver provocato lo spettro. Giuàn avrebbe giurato che per un momento il vetro grigio fumo fosse diventato trasparente, mostrando volto della dama così come era dipinta nel quadro in cima alla scalinata centrale della villa.

I bambini correvano eccitati intorno alla grossa auto ferma davanti alla Casaccia, mentre Domenico raccontava storie incredibili di piloti e di corse, ogni tanto soffiava annoiato in attesa che la sua padrona si decidesse ad uscire da quella vecchia casa di contadini.
Scrollò gli abiti appiccicosi per il caldo umido e grattò con foga la camicia per la puntura di un insetto. Il modesto piatto di uova e vitalbe non l’aveva saziato e non vedeva l’ora di tornare in albergo per finire il prelibato prosciutto di Parma che aveva rubato nelle cucine il giorno prima.
La fiamma delle candele proveniente dalla stanza tremolava di continuo e ad un tratto si spense, poi un grido spettrale dal muro di edera gelò la tenuta. Domenico bussò con forza al portone ed Elvira socchiuse appena, ansiosa di tenere i figli al sicuro. Lo fece accomodare al tavolo di nuovo illuminato e sporco di cera, e gettò uno sguardo offeso al marito suggestionato dai racconti della donna.
Magda non aveva l’aspetto di una contadina, indossava un abito scuro a fiori, morbido e avvolgente che scopriva le gambe magre, scarpe con il tacco e un giro di perle al collo, i capelli erano legati in uno chignon e portava guanti e cappello che aveva gettata. Non poteva biasimare Giovanni, che la fissava a bocca aperta mentre lei raccontava tra uno spavento e l’altro, le storie scritte sui diari di Dama Ester. Ad un certo punto non resistette più, girò nervosa per la cucina, afferrò lo strofinaccio e lo piegò lasciandolo sopra al ripiano, spostò il vassoio del caffè per metterlo prima nell’acquaio poi dentro il mobile, poi di nuovo sul tavolo. Sistemò le sedie e quando ricominciò con lo strofinaccio, Giuàn la interruppe.
«Perché non ti siedi», chiese curioso, «sei strana».
«Ah! Davvero?». Rispose Elvira a pugni chiusi premuti sui fianchi.
«Cos’hai?», domandò lui insofferente.
«Niente» e tornò seduta incrociando lo sguardo tagliente di Magda che la osservava con sufficienza.
«Sono stanca, vado a dormire», Esclamò con lo stomaco in subbuglio. L’avrebbe strangolata.

Michela Santini

http://www.raggiodisoledotblog.wordpress.com