DI SERA, di ANNA ACHMATOVA, recensione di Elvio Bombonato

In giardino la musica suonava

un suo inesprimibile dolore.

Fresco e aspro sentore di mare

esalavano le ostriche nel ghiaccio

Mi ha detto: “Sono un amico fedele!”

e ha toccato il mio vestito.

Com’è diverso da un abbraccio 

Il contatto di queste mani.

Così si lisciano gatti o uccelli,

così si guarda a flessuose amazzoni…

Solo un riso negli occhi tranquilli

sotto l’oro leggero delle ciglia.

Ma le voci di mesti violini

cantano, dietro un velo di fumo: 

“E dunque benedici i cieli: sei

la prima volta sola con l’amato.

ANNA ACHMATOVA, 1912  (trad. Michele Colucci)

La poetessa (Odessa 1889 – Mosca 1966) – la più importante del ‘900 russo insieme a Marina Cvetaeva, di cui fu amica – desiderava essere chiamata poeta. Fu perseguitata per quasi tutta la vita, anche dopo la morte di Stalin, pur non avendo mai fatto politica.  Nel 1921, imperante Lenin, suo marito, Gunilev, fu accusato di complottare contro lo Stato, e fucilato.  Nel 1938 il figlio, colpevole di portare il cognome del padre, fu condannato alla deportazione in Siberia.  Arruolatosi nell’Armata Rossa, finita la guerra, fu rimandato in Siberia.  Dopo alcuni anni liberato. Il giudizio della Achmatova sull’Urss fu: “Ma noi abbiamo imparato che sa di sangue, soltanto il sangue”.  Nel 1912 venne in Italia per visitare le città d’arte; per tutta la vita lesse la Commedia dantesca.  Oggi il suo valore, sia come poeta sia come donna, è universalmente riconosciuto.