Sulla cattiva (auto)strada, di Angelo Marinoni

Angelo Marinoni

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Abbiamo investito molte parole su “appunti” per tenere nel giusto rapporto fatti e opinioni; personalmente ho criticato molto la derubricazione a opinioni dei fatti e quindi non posso che manifestare soddisfazione quando anche nella cronaca i fatti vengono presentati come tali e non filtrati dalle opinioni indotte dominanti.

La inaccettabilità di una conservazione dello stato societario delle autostrade italiane è il dato universalmente riconosciuto, l’opinione è sul come modificarlo.

Il Governo attraverso una trattativa molto complessa è arrivato a un risultato rispetto al quale le forze politiche farebbero cosa positiva al paese se non lo affrontassero con la consueta tifoseria da stadio pro o contro usando come unico elemento di valutazione il colore della maglia.

Fra i commenti meno circensi vi sono quelli che individuano l’operazione governativa di ingresso importante dello Stato nell’aspetto societario di Autostrade come la prima cosa veramente di Sinistra con il gaudio di quelli di Sinistra e la perplessità di quelli di Destra, per la prima volta dopo anni con un confronto fra Sinistra e Destra quindi fra impostazione della gestione dei servizi pubblica contrapposta a una gestione privata: dopo anni Sinistra e Destra hanno l’occasione di confrontarsi su qualcosa di diverso e più utile che non tricolori contro arcobaleni, simboli religiosi contro citazioni di John Lennon.

Tornando al casus belli ciò che importa è che non si prenda la solita “cattiva strada” di deandreiana memoria, quella scelta sbagliata e ineluttabile che i decisori italiani sanno continuamente prendere quando si trovano nella necessità di adottare nuovi modelli gestionali.

La scelta della gestione pubblica è una opzione, corretta o sbagliata è sovrastrutturale rispetto al come: ovvero come si arriva alla gestione pubblica?

In Italia si è sempre fatta molta confusione confondendo gestore e erogatore e molta propaganda è stata e viene fatta ogni qual volta ci si confronta con la costante inefficacia dei servizi italiani: come le regioni che si lamentano con il Governo di non sostenere i collegamenti ferroviari interregionali pur dipendendo da loro la programmazione e pur avendo fatto quasi in contemporanea programmazioni e accordi di servizio in totale autonomia come se ogni Regione fosse un’isola e come il Governo nazionale che promuove infrastrutturazioni senza che vi sia una pianificazione dei servizi che abbia la minima consapevolezza di cosa farci correre sopra.

In un contesto del genere una gestione pubblica cosa significa? Significa che le infrastrutture, come è meglio che sia, saranno gestite direttamente dallo Stato che le renderà accessibili a tutti oppure che lo Stato sarà titolare di azioni di una società di diritto privato e capitale pubblico che eserciterà un monopolio di fatto con tutte le conseguenze immaginabili di un regime di monopolio?

È normale che un ente pubblico gestore di un servizio debba andare a trattativa come contraente debole con un monopolista di capitale pubblico che costruisce un mercato su misura al suo plusvalore come troppo spesso succede soprattutto negli ambiti regionali?

Ecco la cattiva strada del sistema ferroviario regionale, ecco la cattiva strada che prenderà Alitalia (al netto delle distorsioni di uno dei pochi mercati che funzionano e dello spreco di denaro pubblico) ed ecco la cattiva (auto)strada che rischiamo di imboccare.

Occorre fare chiarezza su due fatti non opinabili, appunto :

Gestione dell’infrastruttura e gestione del servizio sono due cose diverse:

La programmazione del servizio e il modo in cui questo viene esercito sono due cose diverse.

Ecco che una infrastruttura di interesse nazionale che è anche strumento imprescindibile del sistema socioeconomico continentale non può che essere saldamente in mano allo Stato come garante della piena accessibilità a tutti i cittadini e a tutti gli operatori economici: se tale infrastruttura fosse di proprietà privata non vi potrebbe essere quella garanzia di accessibilità e non vi potrebbe essere nemmeno un mercato in grado di essere strumento funzionale al sistema socioeconomico, perché le dinamiche microeconomiche sarebbero influenzate dalle strategie aziendali del proprietario dell’infrastruttura.

Questo concetto non è di destra o di sinistra, ma una normale prescrizione di una organizzazione statale che sia in grado di mettere i decisori democraticamente eletti nelle condizioni di attuare le politiche gestionali inclini alla loro sensibilità (quindi o pubbliche o private) relative ai servizi che quell’infrastruttura usa e del cui funzionamento lo Stato deve garantire efficienza e sicurezza senza vincoli di bilancio e quindi di strategie aziendali.

L’efficacia, come il costo sociale, di una gestione pubblica o privata di un servizio dipende dalla programmazione: rispetto a una pessima programmazione il bus o il treno, per esempio,  non mutano la loro inefficacia sia che siano privati sia che siano pubblici, allo stesso modo una gara scritta bene può dare alti livelli di efficacia rispetto al servizio erogato consentendo a chi lo opera quel margine operativo che è obiettivo di qualunque operatore economico.

L’errore è pensare che un operatore economico pubblico sia più incline all’efficacia del servizio che all’efficienza industriale: un operatore economico per definizione deve avere prioritaria una efficienza industriale altrimenti si avvia al fallimento che per essere evitato deve portare a soldi pubblici concessi (non investiti) e alla distorsione di quel mercato in cui non è riuscito a stare e che quindi viene finanziato non per erogare servizio ma per tenere in piedi operatori inefficienti, Alitalia negli ultimi vent’anni per esempio.

Occorre quindi comprendere che un conto è fare in modo che lo Stato garantisca e renda accessibili e sicure le infrastrutture e un altro è gestire i servizi che su quelle infrastrutture devono insistere.

I primi devono essere pubblici e non avere alcun aspetto societario, i secondi possono essere pubblici (ma allora non devono tendere all’efficienza industriale e alla crescita societaria, ma solo a gestire in modo efficace un servizio limitatamente all’ambito territoriale di riferimento) oppure privati e l’efficacia del servizio erogato non starà nell’assetto societario di chi eroga, ma nella programmazione e nella capacità di scrivere gare e affidare servizi di chi è gestore, per esempio la Regione o la Provincia rispetto a un servizio di trasporto o di assistenza.

La cattiva autostrada da non imboccare è, quindi,  la confusione fra Stato e operatore economico, fra accessibilità al servizio e il servizio stesso.