Appunti di un ragionamento ( capitoli 5 e 6 ) di Bruno Mattu

Un romanzo di Bruno Mattu che si compone di 14 capitoli, pubblicheremo 7 post in sequenza con due capitoli ciascuno, ecco il 5° e il 6°… Pier Carlo Lava 

“Premessa”

Nella vita di un uomo la Luce gioca sempre un ruolo fondamentale, fin da quando apre gli occhi per la prima volta e lascia che vi penetri dentro.

Senza di essa non riuscirebbe neppure a guardarsi e a capire chi è o cosa potrebbe essere.

Ne sono passati di anni dal momento in cui Stelvio ha conosciuto la Luce.

E’ un nome buffo il suo, di quelli che non si sentono spesso in giro. Lo conoscono in pochi e sono loro che lo chiamano quelle rare volte che lui si sente chiamare da qualcuno. Molti che lo frequentano non ci sono più: i lustri quando passano e ne trascorrono in tanti, sembra che non possano fare a meno di cancellare da vicino le persone che più sono care. Una persona più va avanti e più gli sembra di vivere come in una forma di groviera, circondato da tanti buchi, i vuoti lasciati da coloro che sono volati via, dai quali non si può avere più la risposta alle domande che gli si fanno. La tristezza viene proprio da quell’improvviso silenzio che tace a tutte le domande.

Ha il nome di una montagna: forse perché la madre nel generarlo aveva avuto l’impressione di vedervi una persona forte, salda sui propri principi, come sono salde le pendici di una montagna.

Il padre l’aveva visto, ma era troppo indaffarato nei suoi impegni di lavoro per trovare il tempo di pensare un nome.

Stelvio. Ora che sono trascorsi decenni, la cima della sua persona si è imbiancata, proprio come la vetta di quel monte da cui trae il suo nome.

Non è molto alto , ma le sue gambe sono ancora solide.

In questo mondo in cui si misura tutto, dal primo respiro all’ultimo anelito, si sente sempre il bisogno di paragonare. Anche l’età delle persone viene paragonata a qualcosa per rendersi conto del suo trascorrere, anche se basterebbe guardarla in fondo agli occhi una persona e capire che quella che le si attribuisce con i numeri, in realtà è diversa da quella che essa vive dal di dentro.

Anche lui esprime con gli sguardi un’età differente da quella che i capelli bianchi, il viso scavato e le dita lasciano presumere.

In effetti si può parlare di un’età indefinita.

E’ lo spirito che si ha dentro che determina il reale stato d’invecchiamento di una persona.

Spesso le persone giovani sono maggiormente invecchiate di quelle anagraficamente anziane.

Sono gli occhi che fanno la differenza tra le persone, o meglio, è dagli occhi che si scopre quanto si sono arrugginite le persone.

Gli sguardi di chi si volge intorno rivelano apatia e indifferenza o curiosità e interesse.

Chi è sicuro di aver già visto tutto, non spreca tempo a voltarsi e si annoia a tenere ancora a lungo gli occhi  aperti. Chi , invece, sente di non aver affatto imparato mai abbastanza, non vorrebbe mai chiudere gli occhi e si aggira  con la stessa ingenua curiosità di un bambino.

Un bambino, già, ma chi riesce ad esserlo a lungo?

Cap. V

 “Quello su cui imprimiamo i nostri passi

Era la terra la sorgente a cui attingere, anche se arida, riarsa, bastavano poche gocce di pioggia per farla germogliare, con tutti i semi che nascondeva dentro.

Toccandola con i polpastrelli, si aveva la sensazione di sfiorare un parente prossimo, da cui non potevamo distaccarci più di tanto.

Quando la vanga scendeva a forza, spintavi dal piede e le braccia sollevavano le zolle, staccate dal suolo e le ribaltavano, era come se si riprendesse fiato, dal di dentro, dal fondo del proprio animo e il sudore che colava sugli occhi e la fatica che si sentiva, erano tutti sintomi che descrivevano un attaccamento salutare che ci faceva star bene.

I frutti non vengono da soli e non si possono cogliere a lungo quelli di altri, senza provare insoddisfazione per la propria incompletezza.

La società oggi esaspera questa sensazione: i frutti sono su enormi banchi, figli dei frigoriferi.

Noi quasi non sappiamo più come sono fatti gli alberi. Mettiamo nelle buste dei frutti già raccolti, già privi di legami con la terra.

Le radici sono lontane, perse.

Vaghiamo insoddisfatti e soffriamo questo distacco.

Abbiamo bisogno del verde per bilanciare quel grigio del quale ci siamo circondati, ma l’erba, se non viene curata non resiste al nostro smog ed ai nostri continui calpestamenti.

L’abbiamo recintata con mura a volerla preservare, ma il sole quasi non vi giunge, offuscato dalla coltre delle particelle inquinanti sospese nell’aria e viene tenuto lontano dagli alti palazzi che ci siamo costruiti.

Sono alte le ombre che circondano le nostre vite e incupiscono la naturale serenità di un mondo che lentamente declina.

Come fa l’erba a farci compagnia se non le prestiamo alcuna attenzione?

I prati diventano polvere e la terra, sempre più riarsa, grida la sua sete aprendosi, ma non vi è nulla che noi sappiamo dargli.

Colmiamo il nostro dispiacere con distrazioni che ci distolgono, ma nulla ci da soddisfazione.

I solchi degli aratri si stagliavano lungo gli appezzamenti come tracce di enormi pettini visti dall’alto e si alternavano mischiando le direzioni e i colori che le coltivazioni via via vi dipingevano, come macchie su una tavolozza gigante di un pittore che cercava di abbinare le sfumature.

Era il sudore della fatica che donava agli uomini la gioia. L’ago della bilancia che tutto rendeva equo. Nessuno osava ribellarsi al tempo che occorreva per raggiungere un risultato, né tanto meno ci si sottraeva: perché era la somma delle fatiche compiute che costituiva la sostanza stessa dell’esistere.

Gli alberi che sono in città li potiamo in continuazione, quasi a non voler dar loro lo spazio per allungare le loro braccia sopra le nostre teste a rammentarci come una volta ci piaceva provare la sensazione di protezione che la loro presenza ci dava, come dei fratelli maggiori che sui loro rami sostenevano il peso di tutto ciò che ci opprimeva e ci davano modo di respirare.

Oggi ci infastidisce quasi la loro presenza e abbiamo paura dei loro rami, che possano venire giù sopra le nostre teste e le nostre macchine, stanchi di reggere il peso di un mondo che abbiamo solo saputo abbruttire.

Restano silenti con le loro braccia al cielo, nude del fogliame e dei cinguettii, spettri che puntellano a malapena la traiettoria sempre più solitaria dei nostri discorsi.

Ma che uomini siamo,dimentichi della nostra umanità?

Dov’è l’umanità?

Cap. VI

 “Dov’è l’umanità?

Siamo in tanti, tutti individui diversi, uomini e donne e ci muoviamo tutti seguendo dei percorsi, più o meno pensati. Impieghiamo il nostro tempo a fare qualcosa: a vivere. Spesso ci contrapponiamo gli uni agli altri per il raggiungimento di obiettivi che confliggono e abbiamo bisogno delle regole per inquadrare i movimenti ed impedire che l’anarchia spazzi via il tutto, come un mare in tempesta che piomba improvviso sulla spiaggia.

Ci sono coloro che si reputano migliori e pretendono che le regole ci siano per essere rispettate dagli altri.

Le regole non sono immobili: si muovono anch’esse, anche se più lentamente, come dei lacci che trattengono in parte il movimento libero e lo costringono entro limiti certi, ma vengono trascinate lungo il cammino, in avanti e costrette dalla foga ad allentare la loro presa.

L’umanità è tutta racchiusa nella dolcezza di uno sguardo rivolto verso il proprio simile, nel sentimento di profonda solidarietà che si prova verso un’altra persona che in quel momento si trova in difficoltà e nella determinazione di offrire il proprio aiuto concreto, come un ponte che le consente di guadare quel torrente impetuoso ed ostile.

E’ difficile oggi scendere dalla propria cavalcatura per portare soccorso: non si tratta più di un animale, come era un tempo in cui bastava legare le briglie ad un ramo e lasciarlo a mangiare un po’ d’erba. No! Oggi si tratta del Tempo, che per definizione stessa non sa attendere nessuno e non ammette alcuna sosta, fosse anche per un motivo di vitale importanza. Non mangia erba, ma si nutre della fretta delle persone che tentano di andargli dietro e le invecchia propinando loro promesse che puntualmente non mantiene. Nessuno sa andare al suo passo, anche se sono in molti coloro che provano a cavalcarlo.

Tutti risucchiati in questo vortice temporale, non abbiamo neanche il tempo di guardarci intorno e corriamo come elettroni, dimentichi del nostro essere uomini. 

Solo quando restiamo ai lati, messi da parte da quel rapido scorrere, disarcionati, riusciamo a guardare al di là del muro invisibile della fretta e vediamo finalmente con quello sguardo che ci viene dal profondo: con la nostra umanità.

E’ solo rendendoci simili al nostro simile che possiamo percepirne la sua condizione e ritrovare in noi l’umanità perduta.

Oggi sembriamo tutti automi, mossi per inerzia da fili invisibili che ci fanno compiere movimenti analoghi in rapida successione. Sembriamo vivi, ma la vitalità non ci viene da dentro: è costruita dal di fuori e ci viene fatta indossare, come una divisa invisibile che ci consente di assumere tutta una molteplicità di atteggiamenti che rispondono a delle esigenze che non sono le nostre.

Non siamo affatto contenti di questo nostro stato,eppure,  imbevuti di fatalismo e superficialità viviamo, quasi incapaci di esprimere profondità.

La profondità, già, ma cos’è?

Continua…

Capitoli precedenti

https://alessandria.today/2020/08/08/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-1-e-2-di-bruno-mattu/

https://alessandria.today/2020/08/09/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-3-e-4-di-bruno-mattu/