La Chiesa converta la sua pastorale, di Carlo Baviera

Posted on 7 agosto 2020

Carlo Baviera

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Vangelo di Matteo). Mi vengono in mente queste parole quando penso alla situazione in cui ci si trova riguardo alla fede e alla religione. Nonostante sia arduo (diciamo impossibile) stabilire il grado di fede e religiosità delle persone, e nonostante il gradimento (anche tra i poco frequentanti) di Papa Francesco, è facile intuire il sempre maggiore “distanziamento” tra predicazione e insegnamenti, e vissuto, conoscenza della Parola, traduzione dei valori e applicazione delle indicazioni morali ed etiche. C’è disorientamento, c’è un cristianesimo fai da te, c’è una libertà di coscienza molte volte confusa con “io la penso così”.

Nonostante le insistenti richieste (di chierici e laici) di ritorno alle celebrazioni “in presenza” di popolo  e fortunatamente anche una presa di coscienza, da parte di non poche realtà, dei profondi cambiamenti richiesti alla vita delle nostre comunità cristiane dopo l’epidemia c’è chi ha cercato di individuare modalità muove e soprattutto una nuova presenza per evitare che le comunità tornino a concentrarsi su sé stesse e sulla propria realtà slegata da quella civile.

Si sono interrogati anche i teologi. Ad esempio don Roberto Repole, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Torino rileva che «Pur non potendo dare un giudizio globale, credo che l’emergenza COVID-19 abbia smascherato il fatto che la nostra struttura ecclesiale, soprattutto quella parrocchiale, risente ancora di modalità di vita e di espressione che certamente non sono più conformi al tempo che stiamo vivendo. Questa vicenda ha fatto sì che molte comunità cristiane si trovassero sguarnite (una volta che alcune delle esperienze normali, come quella del catechismo e della vita dei gruppi, erano interrotte), nel pensare e nell’immaginare altro. Non sempre le strutture che manteniamo in piedi sono veramente vitali, perché vitale è un’effettiva vita comunitaria. Nel momento in cui non si è più potuto fare le cose di sempre, in alcuni ambiti si è potuto percepire anche una povertà strutturale».

Se non si è più conformi al proprio tempo, non si è più incisivi, si diventa sale che inizia a perdere sapore. Eppure è da anni che si va ripetendo che la parrocchia, resta la struttura pastorale principale, ma deve cambiare profondamente: non più la parrocchia tridentina. Solo pochi hanno saputo realizzare cose nuove.

Un altro aspetto che il teologo mette in evidenza è il ruolo dei media. Uno strumento importante che ha permesso di mantenere i rapporti e che ha consentito, con la possibilità di seguire la S. Messa celebrata dal Papa, di ascoltare il suo messaggio e le sue provocazioni. Però, si osserva, «a dispetto di una visione più sinodale della Chiesa e più collegiale del ministero, il rischio è che il modello mediatico, quello della persona singola che in qualche modo diventa leader, possa segnare fortemente anche la visione della Chiesa».

La pandemia, e quanto ne è seguito, ci  ha fatto aprire gli occhi su realtà che avremmo voluto dimenticare. Ci ha accomunati alla situazione di interi popoli che passano tutta la loro esistenza in mezzo al dolore e alla paura che ci ha toccati: «questa è la prima volta, dopo i drammatici eventi della Seconda guerra mondiale, che nel mondo occidentale si rifannoi conti con il dolore, con la sofferenza, con la precarietà e in maniera anche un po’ brutale con la morte. Questi sono dei temi dell’umanità, soprattutto in certe parti del mondo. Ci sono costantemente delle epidemie delle quali qui da noi non si tiene conto e di cui, mi verrebbe da dire, non tiene conto neanche la teologia. Cioè, la nostra teologia, che certamente deve essere segnata dal contesto occidentale in cui è fatta, è una teologia capace di esprimere, almeno dal punto di vista antropologico, delle tematiche che non coinvolgano soltanto gli uomini e le donne occidentali ma tutta l’umanitàEra un rilievo che si fece già riguardo al Concilio: alcune questioni hanno un’impronta ancora prevalentemente occidentale, ci sono risposte che appartengono alla nostra cultura e visione, e non tengono conto a sufficienza di realtà diverse!

Le stesse difficoltà le si possono rilevare qualora  «si evidenzi la fatica che noi abbiamo a parlare ancora della provvidenza di Dio. Perché da un lato alcuni schemi teologici vecchi non sono capaci di dire come dentro questo mondo, segnato dallo sviluppo scientifico e tecnico, Dio è presente. [..]  si evidenzia la mancata centralità del tema escatologico nella teologia cristiana, soprattutto di un escatologico che davvero parta dal risorto».

Non sono rilievi da poco. Anche la constatazione di essere ripetitivi in una serie di celebrazioni, di non comprenderne più il significato profondo o di ritenerli riti quasi scaramantici, convenzioni socio-religiose, una specie di tassa da pagare.

«Mi pare che questa vicenda abbia messo in evidenza come la celebrazione di alcuni sacramenti appaia come il tutto della vicenda ecclesiale, sotto il quale non c’è niente, e qualche volta anche che del sacramento si ha ancora una visione oggettivistica. Per esempio, non è parso evidente nella nostra vita ecclesiale che l’eucaristia non la si può pensare riducendola all’ostia e riducendo la comunione a un fatto individuale, ma che appunto la teologia è per la Chiesa e che c’è un nesso profondo tra corpo eucaristico e corpo ecclesiale».

Questo ragionamento del legame tra eucaristia e corpo ecclesiale (altro aspetto che si dimentica spesso) è importante anche per l’impegno pubblico, per la traduzione nella vita civile e temporale delle Parole che sono “il cibo” domenicale (quanto lo è l’ostia consacrata) e anche dell’attività missionaria: «Potremmo dire che la missione della Chiesa, in tutte le sue forme, non può essere appannaggio soltanto di qualche soggetto ecclesiale – i preti, i vescovi, le religiose o i religiosi – ma è un fatto che concerne la totalità del popolo di Dio nella molteplicità dei carismi. Mi viene da dire provocatoriamente: ma soltanto in questo periodo medici e infermieri cristiani, che vivono il loro essere medici e infermieri come cristiani, possono esprimere la vicinanza della Chiesa e attraverso questa vicinanza la stessa vicinanza di Dio, oppure anche in altri contesti? Forse ciò che è avvenuto adesso manifesta ciò che normalmente accade e su cui però non pensiamo a sufficienza. Noi oggi parliamo spesso di una Chiesa in uscita pensando che a uscire debbano essere ancora una volta vescovi, preti e religiosi, quando forse si tratterebbe di pensare che la Chiesa è già fuori là dove vivono delle cristiane e dei cristiani laici che dall’interno delle loro professioni, delle loro competenze e delle loro relazioni vitali sono la Chiesa che si rende presente dentro questo mondo».

Sono tutte riflessioni non nuove, ma mai veramente messe in essere da tante comunità, da tante parrocchie e Diocesi, da tanti credenti. Ormai sembra prevalere una specie di individualismo anche nel vivere la propria fede e nell’osservare gli impegni che ci derivano dal Battesimo e dalla Confermazione.

All’inizio citavo il Vangelo di Matteo. Quella pagina si conclude con «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Preghiamo, ma ricordiamo che gli operai sono tutti i battezzati, non soltanto i sacerdoti o i religiosi. E questi non dimentichino che è il laicato che svolge (già) il compito importante nel mondo, nella vita quotidiana; ma il laicato va aiutato, incoraggiato, sostenuto, gli va data fiducia. Non solo compiti sostitutivi dei sacerdoti!!! (come in fondo anche la recente <Istruzione sulla conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa>, emanata dalla Congregazione del Clero sembra indicare).

Una Chiesa in uscita è anche, soprattutto se si considerano le difficoltà economiche e sociali previste per i prossimi mesi, impegno a sostegno del lavoro. Si dovrà andare oltre il semplice sostegno assistenziale (che resta essenziale); senza sostituirsi ai compiti che competono a Centri per l’impiego o agli imprenditori serve la fantasia di mettere in piedi interventi per “aiutare” le persone a trovare lavoro o a creare impresa. Deve essere tradotta per il XXI secolo la capacità dimostrata nell’ottocento e novecento, di creare Casse Rurali, Banche, Cooperative, Leghe bianche, associazioni di mutuo soccorso, scuole artigianali per giovani o di ricamo e cucito per ragazze, fabrichette nei piccoli centri. Oggi vanno sviluppati microcredito e fondazioni di comunità, cooperative sociali, iniziative sull’esempio del Progetto Policoro, formazione di giovani artigiani e ancor meglio nascita di studi associati di professionisti neolaureati (come sarebbero utili uffici di lavoratori autonomi e piccole imprese di idraulici, elettricisti, muratori, che emettono regolare fattura, sottraendoci alla complicità dell’evasione fiscale!). La testimonianza della carità, che è parte importante dell’annuncio di salvezza, non può non contemplare questi aspetti. Altrimenti si continua a parlare al vento senza essere compresi.