Mi piace la guida alta, sembra di aggredire la strada, di non avere ostacoli, ogni salita diventa pianura, ogni curva si trasforma in un’occasione per rilanciare e così corro e non percepisco la velocità, ma viaggio comoda, Ponte Valle, Candelara con la fila di auto davanti alla Pieve, San Rocco, quante volte l’ha nominato mio padre, la torre dov’è cresciuto esiste ancora, ma le sterpaglie e i rovi mi impediscono di avvicinarmi, l’ho intravista da lontano tra gli alberi, poi Novilara, ad ogni curva stavo larga e rallentavo, che carini quei borghi. Faccio quello che mi dice Luca: “gira a destra, vai dritto, a sinistra… A sinistra”. Le sa a memoria.
Ma perché non un giro in moto? Che al mare non ho voglia di andarci. La panoramica non stanca mai e mi getto contro il vento mentre Luca guida, la farebbe a occhi chiusi. “Facciamo l’altarello a piedi”, va bene, tanto non so neanche di cosa parla e non saprei ritrovare la strada. Due grossi cani ci guardano perplessi da dietro la rete, non disturbiamo oppure fa troppo caldo anche per loro, sta di fatto che ci fissano dall’ombra degli alberi davanti casa e latrano leggermente, “magari non abbiamo l’aria di due ladri, camminiamo lenti”.
Alla Gibas guardiamo il mare, “quella casa è dei russi? Chi lo sa!”, “quanto è grosso quel motoscafo che vola sull’acqua e fa la scia? È grande quanto la barca a vela laggiù?”, faccio le domande come i bambini perché non solo non ho senso dell’orientamento, non ho neppure il senso delle proporzioni. Però Luca sì. Sa sempre dov’è casa, dove sono il nord e il sud, se un oggetto è lontano cento metri o due chilometri. Lo invidio.
Saliamo al faro, scendiamo e siamo già alla moto. “Perché?” chiedo. “abbiamo fatto un anello, siamo passati li, là, su giù…”, si, vabbè, lasciamo stare.

Michela Santini

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