Appunti di un ragionamento ( capitoli 11 e 12 ) di Bruno Mattu

Un romanzo di Bruno Mattu che si compone di 14 capitoli, pubblicheremo 7 post in sequenza con due capitoli ciascuno, ecco i primi due… Pier Carlo Lava 

“Premessa”

Nella vita di un uomo la Luce gioca sempre un ruolo fondamentale, fin da quando apre gli occhi per la prima volta e lascia che vi penetri dentro.

Senza di essa non riuscirebbe neppure a guardarsi e a capire chi è o cosa potrebbe essere.

Ne sono passati di anni dal momento in cui Stelvio ha conosciuto la Luce.

E’ un nome buffo il suo, di quelli che non si sentono spesso in giro. Lo conoscono in pochi e sono loro che lo chiamano quelle rare volte che lui si sente chiamare da qualcuno. Molti che lo frequentano non ci sono più: i lustri quando passano e ne trascorrono in tanti, sembra che non possano fare a meno di cancellare da vicino le persone che più sono care. Una persona più va avanti e più gli sembra di vivere come in una forma di groviera, circondato da tanti buchi, i vuoti lasciati da coloro che sono volati via, dai quali non si può avere più la risposta alle domande che gli si fanno. La tristezza viene proprio da quell’improvviso silenzio che tace a tutte le domande.

Ha il nome di una montagna: forse perché la madre nel generarlo aveva avuto l’impressione di vedervi una persona forte, salda sui propri principi, come sono salde le pendici di una montagna.

Il padre l’aveva visto, ma era troppo indaffarato nei suoi impegni di lavoro per trovare il tempo di pensare un nome.

Stelvio. Ora che sono trascorsi decenni, la cima della sua persona si è imbiancata, proprio come la vetta di quel monte da cui trae il suo nome.

Non è molto alto , ma le sue gambe sono ancora solide.

In questo mondo in cui si misura tutto, dal primo respiro all’ultimo anelito, si sente sempre il bisogno di paragonare. Anche l’età delle persone viene paragonata a qualcosa per rendersi conto del suo trascorrere, anche se basterebbe guardarla in fondo agli occhi una persona e capire che quella che le si attribuisce con i numeri, in realtà è diversa da quella che essa vive dal di dentro.

Anche lui esprime con gli sguardi un’età differente da quella che i capelli bianchi, il viso scavato e le dita lasciano presumere.

In effetti si può parlare di un’età indefinita.

E’ lo spirito che si ha dentro che determina il reale stato d’invecchiamento di una persona.

Spesso le persone giovani sono maggiormente invecchiate di quelle anagraficamente anziane.

Sono gli occhi che fanno la differenza tra le persone, o meglio, è dagli occhi che si scopre quanto si sono arrugginite le persone.

Gli sguardi di chi si volge intorno rivelano apatia e indifferenza o curiosità e interesse.

Chi è sicuro di aver già visto tutto, non spreca tempo a voltarsi e si annoia a tenere ancora a lungo gli occhi  aperti. Chi , invece, sente di non aver affatto imparato mai abbastanza, non vorrebbe mai chiudere gli occhi e si aggira  con la stessa ingenua curiosità di un bambino.

Un bambino, già, ma chi riesce ad esserlo a lungo?

Cap. XI

 “In che misura l’Architettura influenza l’uomo?

La forma del mondo in cui vive riflette l’animo di chi ha edificato. Le stradine curve e le case addossate le une alle altre, tipiche dei paesini medievali, testimoniano innanzitutto una grande comunanza nel vivere ed una solidarietà reciproca. Nessuna casa poteva fare a meno della vicina per sostenersi ed ogni tassello era fondamentale per il sistema difensivo dell’intero sistema. Gli individui che vivevano in quei paesini avevano uno spiccato senso comune e si sentivano innanzitutto parte della comunità, prima che di sé stessi.

L’allontanarsi delle case, le une dalle altre, prima nelle città rinascimentali e successivamente, sei-settecentesche, ottocentesche ed infine nel novecento, hanno via via testimoniato un reciproco allontanamento delle persone, le une dalle altre ed un progressivo venir meno di quei legami di comunità che spingevano alla solidarietà reciproca.

Oggi i profili di taluni edifici sono così taglienti, che feriscono perfino gli sguardi rivolti verso il cielo.

Quando sono stati costruiti non ci si è affatto preoccupati di ammorbidirne le forme: forse perché la fretta di finirli ha fatto dimenticare per strada la gentilezza.

Le persone che ci sono andate a vivere dentro, hanno acquisito nel loro carattere questa spigolosità e si sono trasformate, tralasciando la loro affabilità.

Le città si sono riempite di tanti edifici spigolosi, che sgomitano gli uni con gli altri, per trovare posto ed innalzarsi sopra le loro fondamenta.

Hanno divorato in fretta i tanti prati dove correvano e sorridevano i bambini, togliendogli perfino gli spazi dove giocare.

Questi hanno perso la loro allegria: costretti a far rotolare i loro palloni sull’asfalto accanto alle ruote di tante macchine, non provano più la gioia di un prato, profumato di erba e di fiori, ma rimbalzano solo tra distese grigie e nere e si sbucciano spesso tra i tanti spigoli che assiepano i loro pomeriggi.

Le città si sono fatte ordinate. I nuovi quartieri hanno strade larghe ed ogni tanto trattengono dei fazzoletti d’erba che vengono recintati con cura. In essi vengono collocate delle attrezzature ludiche che i bambini possono usare per esprimere la loro voglia di gioco.

È così difficile socializzare in quelle strade larghe: i palazzi tra loro lontani non consentono alla gente di incontrarsi spesso perché ognuno prende una direzione diversa.

Le strade sono fatte per le macchine, per le motociclette, le bici ed i pedoni, ognuno di loro corre su corsie diverse e quando si scontrano si fermano, ma non hanno il tempo di dialogare.

L’Architettura si esprime con episodi che spuntano dal nulla in mezzo ad un prato o circondata da distese di asfalto e di alberi, che ne rendono più gradevole la vista.

Tentano di esprimere un modello da vivere, ma spesso vengono subiti come imposizioni in cui nessuno riesce pienamente ad inserirsi.

In fondo restano idee scaturite dal pensare di poche persone, convinte di riuscire ad interpretare i desideri di molti.

Le intere città sono organismi urbanistici, formatisi nel tempo dall’accostamento di parti tra loro molto differenti. Non sempre gli abitanti delle diverse parti riescono ad identificarsi più con la zona in cui abitano.

L’Architettura tenta di ricucire gli strappi che nel corso dei decenni ci sono stati tra gli abitanti ed i loro territori, ma non è facile ricostruire le identità perdute.

L’agglomerarsi di moltitudini sempre più ampie rende difficile il dialogo quando sono le differenze e le incomprensioni a prevalere.

Eppure gli uomini hanno necessità analoghe, qualsiasi colore della pelle mostrino o sentimenti religiosi esprimano.

Però l’apparire della diversità li indispone al dialogo pacato e al rispetto dell’ospite.

L’ospite, già, ma chi era costui? 

Cap. XII

 “Chi era l’ospite ?

Era un estraneo, che veniva accolto in casa con tutti gli onori.

Anticamente l’ospite era sacro.

Era l’opportunità che veniva data a chi lo accoglieva nella propria casa di esprimere tutta la propria ospitalità, dimostrando le proprie doti di generosità e di affabilità.

All’ospite non si negava nulla, anzi, si cercava di rendere quanto più gradevole il soggiorno nella propria dimora.

Saper accogliere degnamente un ospite era considerata una grande dote e sintomo di prestigio presso i propri pari.

All’ospite si offriva il cibo migliore ed il vino più prezioso, per giaciglio gli si riservava il migliore e non si lesinava alcunché, né, tantomeno ci si preoccupava di informarsi su quanto si sarebbe trattenuto nella propria casa: egli aveva diritto a restarvi quanto voleva , anche anni.

L’ospite non poteva mai vedersi come nemico, perché non poteva depredare nulla, visto che tutto gli veniva offerto ed anzi, di tutto la parte migliore.

L’ospite era una finestra che si apriva su terre lontane: i suoi racconti sugli usi e i costumi del suo popolo arricchivano le conoscenze di chi l’ospitava.

Era un messaggero di pace.

Le società arcaiche, basate sull’agricoltura e l’allevamento, che poco avevano dimestichezza con i commerci, non temevano affatto il rompersi dei rigidi equilibri che le regolavano. Al potere vi erano caste aristocratiche ed oligarchiche; la Società stessa era divisa in rigide caste, inoltre chi deteneva il potere anche saldamente in pugno, aveva gli strumenti per conservarlo.

La società umana si è evoluta attraverso i secoli, la cultura che prima era nelle mani di pochi, si è diffusa e mano a mano che si diffondeva nei diversi strati sociali, consumava la rigidità delle classi.

La figura dell’ospite ha perduto quell’aura proto-romantica di messaggero di pace e di viaggiatore disinteressato.

Da aristocratico si è trasformato in pezzente, vestito di cenci e con bagagli di miseria.

La gente, anziché accoglierlo con tutti gli onori, ha iniziato ad inveire contro la sua venuta ed anche in sua presenza, temendo che gli portasse via la terra da sotto i piedi e il pane dalle mani.

Lo ha visto come un temibile concorrente, capace di qualsiasi sacrificio pur di trovare lavoro, anche di svolgere lavori che nessuno vuole più, per poi fare carriera e salire poco alla volta tutti i gradini e superare in bravura coloro che lo ospitano, fino a diventare lui il padrone.

Si è perduta la capacità di discernere: le persone sono troppo attaccate alla materialità della vita e non percepiscono che quello che si pone davanti i loro sensi.

Ecco perché l’ospite si è smarrito: sono spariti coloro che lo potevano accogliere.

Chi è rimasto è guardingo come un cane rabbioso, che tiene le sue zampe sopra l’osso, pronto a mordere qualunque altro cane che si avvicini, anche se non ha intenzione di sottrargli l’osso.

Non era questo lo spirito dell’ospitalità!

La causa di questa sparizione è forse da imputarsi alla diffusione di una pseudo-cultura, in sostituzione della cultura vera e propria.

Chi tiene ampi i suoi orizzonti, non teme la presenza di altri simili: sa che c’è terra, aria, acqua e vita per tutti, se pacificamente ci si organizza e si svolge con diligenza ognuno il proprio compito.

Se invece l’orizzonte che si ha davanti è basso e ristretto come l’entrata di una casetta di un cane, anche l’avvicinarsi di un solo estraneo lo spinge ad abbaiargli contro tutto il proprio timore.

È solo la cultura che consente di dar respiro agli orizzonti, che aiuta i sensi a non fossilizzarsi sulla ristrettezza dei bisogni.

La cultura, già, ma cos’è esattamente?

Continua…

Capitoli precedenti….

https://alessandria.today/2020/08/08/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-1-e-2-di-bruno-mattu/

https://alessandria.today/2020/08/09/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-3-e-4-di-bruno-mattu/

https://alessandria.today/2020/08/10/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-5-e-6-di-bruno-mattu/

https://alessandria.today/2020/08/11/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-7-e-8-di-bruno-mattu/

https://alessandria.today/2020/08/13/appunti-di-un-ragionamento-capitoli-9-e-10-di-bruno-mattu/