“Il Grande Spirito”, di Bruno Mattu

(Un racconto lungo una vita, forse anche di più vite, che si snoda attraverso le pieghe dell’animo alla ricerca delle tracce dei passi compiuti e da compiere, a volte nelle direzioni sbagliate)

 (Agosto 2005)

Bruno Mattu

E’inutile che mi presento, il mio può essere il racconto di chiunque e non sono io che lo narro, ma il mio animo.

La storia non ha un vero inizio, poiché non è la storia di una persona, ma una serie di annotazioni a margine lungo un percorso, in parte compiuto e in parte da compiere…

Ho attraversato molte strade prima

Di giungere a questo punto, strade

Che portavano in luoghi diversi e

Che non m’interessava seguire.

Intravedevo appena il margine di un 

Orizzonte mentre le attraversavo e il mio

Sguardo non poteva andare oltre.

Ora che sono qui, riprendo fiato

Per le mie membra stanche del lungo camminare

E rifocillo i miei pensieri con la riflessione,

Sperando di fare ordine nei miei passi

E capire se, tra le tante che ho attraversato,

Ho tralasciato la strada che avrei dovuto

Seguire per giungere infine al luogo che

Mi sono prefisso di raggiungere.

Quando si scende in basso, più giù di dove gli altri calpestano abitualmente il suolo con i propri passi, si teme di non riuscire più a risalire, perché, invece di trovare mani e braccia pronte ad aiutare e a tirare su, sono tutte intente a nascondere il burrone, versandoci sopra manciate di terra e pietre, seppellendovi chi è caduto in disgrazia, per celarne la vergogna.

Solo nel fondo si può trovare la forza per risollevare le proprie sorti e capire quali persone ci sono veramente amiche.

A volte se non si arriva a toccare il fondo, non si arriva a mettere a nudo il proprio animo e a scoprire quante volte si è camminato nella direzione sbagliata.

Non si deve aver paura di riconoscere i propri errori, perché è solo in questo modo che si trova la strada per risalire.

Solo ammettendo la propria umanità, si può capire l’umanità di chi ci vive intorno e commette gli stessi errori.

Il disprezzo nei confronti dei nostri simili, a volte, lo elargiamo con abbondanza, pensando che non ci costa nulla, invece riempiamo il nostro animo di solchi, che restano incisi e diventano talmente ruvidi, che non riusciamo più a trovare conforto nemmeno nell’Amore con cui non sappiamo più compenetrarci.

Gli uccelli si accontentano delle briciole, come gli uomini che non si vergognano di mostrare i propri limiti e non si sottraggono alla propria umiltà.

Quasi un senso di pudore li spinge a non uscire se ci sono troppi riflettori che li vorrebbero illuminare.

Non illuminerebbero che ombre molteplici, che camminano a stento tra barlumi intermittenti.

Gli uomini nascondono dentro la vergogna di esistere e ne portano il peso ogni volta che per nutrirsi si cibano di altri esseri.

Ma ci sono uomini che si vantano di uccidere e con orgoglio mostrano come trofei parti di animali appese al muro delle loro case, come se avessero bisogno di dire che anche loro sono capaci a fare qualche cosa.

E altri che misurano la propria forza su altri più deboli e nel vincerli con facilità, provano soddisfazione.

Ce ne sono altri che pensano che il metro vada confrontato in base alle ricchezze ed alle cose che si possiedono e, siccome ne hanno molte, ritengono di essere felici.

Tutti costoro da bambini hanno preso gusto al gioco che prediligevano ed hanno continuato a farlo senza essersi educati a crescere insieme ai sentimenti, ma hanno accresciuto solo egoismo e bramosia, tralasciando gli altri.

Come uccelli liberi, esistono degli uomini che migrano da un luogo all’altro senza portare altro che i propri esseri, spinti dal desiderio di trovare pace, inseguiti dall’odio di altri uomini, assetati di potere che vorrebbero annientare e non riescono a fare altro.

Gli uccelli, dall’alto dei loro voli, a volte pindarici, non vedono confini e spaziano liberi da un posto ad un altro, superando ogni barriera,con le sole forze delle loro ali.

Esistono dei momenti in cui sembra che il mondo si possa manovrare a proprio piacimento, come se tutto dipendesse da noi e dai nostri desideri. Si ha la sensazione che possiamo scegliere se fare o non fare delle cose e, qualunque sia la nostra scelta, sia sempre quella giusta.

Poi improvvisamente si scopre che non è la stessa cosa. Si vorrebbe fermarsi, tornare indietro e cambiare. Ma non è più possibile. Gli avvenimenti ci capitano addosso, senza che possiamo in alcun modo modificarli.

C’è un limite oltre il quale non è più possibile tornare indietro.

Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Le strade sono lastricate di lapidi di persone che hanno capito sulla loro pelle l’esistenza di questo limite.

E purtroppo molte altre ce ne saranno. 

Perfino sulla cima dei monti non si è abbastanza in alto per toccare il cielo e  vorremmo riuscire a sfiorarlo sulle punte appena dei nostri piccoli piedi.

I rami degli alberi, protesi come braccia, accolgono gli uccelli e li riparano e lasciano che ci facciano sopra i loro nidi.

Ma per fare tutto questo, si tengono ben ancorati sulla terra con le loro radici.

Le praterie sconfinate sulle quali corrono liberi i cavalli, accolgono le ombre delle nuvole che scivolano soffici lungo il bordo del cielo.

Le stelle vi punteggiano frasi che leggono sottovoce gli innamorati che sussurrano teneri sentimenti alle loro fidanzate.

E’ davanti panorami come questo

Che i nostri occhi ritrovano il coraggio 

Di spalancarsi e i nostri sguardi

Precipitano fino in fondo al nostro

Animo …

La gratuita generosità del sole spesso non viene colta, mentre i fiori dischiusi donano ai nostri occhi offuscati il loro esempio e gli insetti e gli uccelli se ne nutrono a profusione senza pensare e donano i loro suoni e il loro canto allieta le nostre orecchie, sempre più sorde.

Finché è solo il corpo a cercare nutrimento, qualunque pietanza si divori con bramosia sembra non riesca mai  a saziare.

Tant’è che appena terminato si ha di nuovo fame.

L’errore è che ci si nutre sempre dello stesso piatto, cercando ogni volta qualcosa di diverso, che non si è capaci di trovare.

Ma se non si è capaci di assaporare e di gustare nutrendo anche il proprio spirito, si tralascia sempre una parte di sé, forse quella più importante, l’unica che nel corso della vita è in grado di crescere, mentre il corpo, raggiunta la maturità fisica, lentamente declina e si consuma.

Non si resta sempre giovani, nonostante le menzogne che il mondo ci propina, il nostro destino terreno è nella polvere.

Inutile perdere il nostro prezioso tempo a preoccuparci di curare il nostro aspetto esteriore. Il fisico è solo un supporto, ciò di cui occorre preoccuparsi è quello che vi si trova all’interno e che lo anima.

Se non si impara a far crescere il proprio spirito, a superare la materialità della sua nascita, come si può sperare di conservarlo per un’altra vita?

Le cose che ci circondano ci trattengono, abbiamo bisogno di toccarle, di possederle, ma sono solo degli oggetti che agghindano questo mondo, fatti delle stesse sostanze che formano i nostri corpi che vengono corrosi dal tempo. 

o che esseri 

Sparsi su questo mondo

Alla ricerca

Del qualcosa che ci manca.

Il vento che soffia libero

Si muove senza portare con sé

Che il proprio spirito

Per non avere briglie e bagagli

Che ne possano ostacolare

La libertà del movimento.

Le canne e i giunchi che si piegano

Al vento

Rendono omaggio

Alla profondità del suo spirito

Che le sfiora facendo loro dono

Del movimento.

Esiste un tempo dove i germogli crescono e si sviluppano, i boccioli dischiudono i loro petali alla luce del sole. La materia esprime la vita che la anima e vorrebbe salire verso quel cielo azzurro che ne rasserena i passi, ma la gravità che ne regola i movimenti, lascia poco spazio alla libertà dei desideri, zavorrandone continuamente le spinte verso l’alto. E quegli slanci, a volte così generosi, restano solo sospesi nell’immaginazione dei pensieri sublimi, mentre le mani contano e toccano le sostanze, le bocche se ne nutrono per dare sostentamento al proprio esistere.

I fiocchi colorati di azzurro o di rosa appesi ai portoni delle case testimoniano i nuovi arrivi.

I conoscenti, gli amici e i parenti si stringono intorno ai neo-genitori e si felicitano per la nascita.

Tutti portano regali per il nascituro e per la mamma. E’ una specie di pedaggio per poterlo vedere: nessuno si presenta a mani vuote, tantomeno con un trattato filosofico sull’importanza della vita e sulla sua insostituibile preziosità.

Passato il momento di euforia iniziale, la nuova famiglia dei neo-genitori si fa carico dei problemi connessi all’educazione ed alla nutrizione del neonato.

In questi primi anni anche i migliori genitori vengono spesso messi alle corde dalle difficoltà che via via si presentano.

L’errore che spesso si commette è il riaffiorare degli egoismi individuali rispetto al bene comune dell’essere famiglia: ognuno antepone il proprio sudore a quello altrui. La famiglia, anziché essere una, risulta costituita dalla somma di più individualità.

Il piccolo non si sottrae a questo errore, anzi, incoraggiato dai comportamenti sbagliati dei genitori, impara ad espandere il proprio egoismo, già di per sé molto accentuato.

Ancora una volta ognuno segue il proprio istinto materialista e non impara a far crescere il proprio spirito. Del resto è più facile e comodo seguire una strada che scende, rispetto a quella che sale e con difficoltà. 

Si nasce sempre senza saperlo, veniamo tratti fuori all’improvviso e colti del tutto impreparati, piangiamo.

Il nutrimento che ci viene dato ci consente di crescere, ma non sempre ci basta.

Piangiamo per opportunismo e continuiamo, trovando conveniente farlo.

Il cibo ci viene elargito perché dobbiamo crescere nel corpo. Ma nello spirito c’è qualcuno che ci nutre?

Ci vengono dati sufficienti stimoli per crescere e non solo nelle facoltà mentali?

Che esempi sommergono i nostri sguardi ingenui appena ci affacciamo oltre il bordo del box, dove impariamo a tirarci su e a muovere i primi incerti passi?

Perché impariamo subito la legge del mio? E gli altri, “il Prossimo”, dove rimane?

Siamo circondati di “oggetti”, da toccare, da leccare, da mordere, da sentire, sono nostri, ne siamo padroni: è la nostra proprietà, non sappiamo separarcene. Perché?

Siamo nati da poco, ma siamo già convinti materialisti e viviamo di materia. Siamo già materia-dipendenti e non conosciamo, né vogliamo alcun vaccino per guarire da questa terribile malattia contratta alla nascita e che rischiamo di portarci dietro per tutta la vita.

“L’Età dei Perché”

E’ un momento magico, un’opportunità straordinaria che ogni individuo ha nella propria vita. Purtroppo per lui viene quasi sempre disattesa ed umiliata.

Ogni bambino tra i tre e i quattro anni sente il fondamentale bisogno di confrontarsi con il mondo che lo circonda, ma, poiché non si sente in condizione di capirlo, chiede aiuto ad un grande di cui si fida e inizia a tempestarlo di domande a raffica, in qualunque momento della giornata, caratterizzate tutte dalla presenza della parola “Perché” all’inizio e dal punto interrogativo alla fine. E non gli da tregua, finché non ottiene delle risposte soddisfacenti.

Qualunque grande che si rispetti, per quanto grande possa sembrare, in realtà è un bambino cresciuto, che si porta dentro tante lacune che nessuno ha saputo colmare quando anche lui aveva l’età dei perché. Di conseguenza, pur se tenta di dare delle risposte più o meno esaurienti, alle domande più profonde, precipita lui stesso in un mutismo, dopo aver tentato di balbettare qualche brandello di parole in risposta.

Il bambino capisce che il grande ne sa meno di lui e, nella migliore delle ipotesi, si tiene anche lui le lacune dentro, sperando che quando sarà grande non avrà un figlio che gliele metterà a nudo.

La cosa più triste è che nessuno di noi riesce più a trovare il tempo di porsi delle domande e di cercare con calma e in profondità, delle risposte esaurienti, pur sapendo che dentro l’animo le risposte sono già tutte scritte, basta ascoltarsi, in silenzio, lontano dalla fretta di questo mondo.

Il bambino vive di percezioni mediate dai genitori con i quali vive e non ha un concetto concreto del mondo che lo circonda, a meno che non sbatte contro una realtà cruda, all’improvviso e senza mediazioni.

In quel caso s’imbatte nel piano di supremo attrito, che lacera ogni velo che gli offusca lo sguardo e vede realmente ciò che ha davanti, misurando i propri limiti con le dimensioni reali del mondo che lo circonda.

Se è fortunato, riporta solo fratture alle braccia o alle gambe e la sofferenza inevitabile lo educa al rispetto per la vita e impara a prendersi cura di sé.

Il dolore, quando lo si conosce, ha una faccia peggiore di quanto si potesse immaginare, eppure, superato il peggio, poco a poco si alleggerisce lo spavento.

Ma cos’è il dolore, se non la misura della sofferenza, il metro che ci consente di conoscere i nostri sentimenti, che spesso giacciono distesi, incapaci di nutrirsi e crescere in noi?

Quando la nostra vita scorre placida e serena, senza sobbalzi, non abbiamo  affatto la necessità di domandarci il perché delle cose e non proviamo alcun desiderio di impegnarci per raggiungere dei risultati.

Ma quando dolore tocca il nostro corpo o il nostro animo, allora ci svegliamo dal torpore dell’appagamento e reagiamo rinforzando i nostri sentimenti e attingiamo al nostro patrimonio di umanità, del quale avevamo dimenticato di disporre.

Quando perdiamo una persona cara, che l’abitudine a frequentarla aveva assopito in noi l’importanza della sua presenza, improvvisamente misuriamo nel nostro animo un vuoto immenso, che ci fa soffrire oltre ogni immaginazione.

Per attutire questo dolore grande, che ci pervade da dentro, siamo costretti ad aprire il rubinetto dei sentimenti e stringerci tutti noi che questa persona la conoscevamo e parlarne come se fosse ancora tra noi.

L’esuberanza e la vitalità che esprime il corpo di un adolescente, non trova argini che possano contenerlo. Instancabile dal mattino al tramonto  e oltre, non sosta mai a lungo in un luogo, ma si muove insistentemente alla ricerca e non bastano le raccomandazioni dei genitori, che si preoccupano per l’incolumità di quella giovane vita.

L’adolescenza è l’età più incerta: nessuno sa mai come un giovane possa maturare.

Il desiderio di rivalsa e di libertà e la voglia di affermare con forza il proprio io, finalmente libero dalle pastoie dei divieti imposti senza ribellione, spinge ogni giovane ad insorgere persino agli insegnamenti più elementari e ragionevoli, per il solo gusto di sperimentarne l’esattezza sulla propria pelle.

Ogni adolescente sente l’insopprimibile desiderio di ricostruire il mondo, come se tutti gli ex-adolescenti che l’hanno preceduto non fossero esistiti o avessero perpetuato nell’errore, senza avere a loro volta tentato di modificarlo.

Ma nessuno ha le bacchette necessarie a fare magie e la forza di uno non può nulla per cambiare un sistema, a meno che non si incanali in una ragionevolezza condivisa e organizzata che utilizzi le armi proprie dell’amore verso il prossimo per scardinare il sistema materialista, rinunciando alle lusinghe edonistiche e rimboccandosi le maniche per costruire azioni concrete che sappiamo gettare ponti tra i popoli di questo mondo  e spezzare le catene di dipendenza e di odio reciproco, per tentare di ascoltare il battito profondo che c’è nello spirito di ognuno.

Purtroppo molti adolescenti sono troppo affascinati dalle lusinghe e cavalcano con orgoglio la loro adolescenza, come fosse una tigre, sentendo solo i richiami del proprio branco.

Che nutrimento sostiene lo spirito di un adolescente?

La famiglia, a volte,non lo riesce nemmeno a capire e gli sbatte la porta in faccia tutte le volte che lui parla.

Forse sbaglia le parole o forse il tono, che non rispetta nessuno, o forse perché pretende di avere degli oggetti di cui non riesce a fare a meno?

Perché non riesce a fare a meno?

Forse perché i suoi amici non lo guardano nemmeno se lui non mostra di possedere gli stessi oggetti che loro possiedono?

Ma che amici sono?

Misurano le persone da quello che hanno intorno o che si portano addosso?

E dentro? Nessuno li misura?

Quanto sono vuoti questi adolescenti?

Devono puntellare con degli oggetti il grande vuoto che trattengono a stento ogni giorno della loro vacua vita. E se ogni giorno non si distraggono con degli espedienti, che fanno? Rischiano d’implodere?

Ma che fine hanno fatto i loro spiriti?

In quale anfratto sono riusciti a murarli e a nasconderli?

E perché li hanno dovuti nascondere?

I loro genitori non li ascoltavano più e per toglierseli di torno, gli regalavano degli oggetti e li lasciavano le ore davanti la televisione e i suoi programmi sempre più diseducativi?

Quando sono defunti alla vita?

La droga in cui si sono rifugiati, li soddisfa? Oppure …

…in fondo il grande vuoto che si sentono dentro li spaventa e non sanno più come fuggirlo. E basterebbe solo un piccolo aiuto, ma nessuno dice loro le parole giuste e gli spiega come far rinascere il loro spirito…

I divertimenti che stordiscono le menti non fanno sentire l’armonia interiore dello spirito, ma assordano i corpi e ne modellano i lineamenti, adeguandoli ad un’immagine, perfetta e irraggiungibile, che spinge tanti a tentarne l’emulazione con diete improbabili e abbigliamenti senza carattere, che però vanno di moda.

I giovani che ne escono, ebbri della loro esuberanza e delle droghe che si propinano, pur di assomigliare a dei modelli cui non somigliano, spesso perdono la bussola della loro vita e, quando non periscono in incidenti, si trascinano a stento in una vita che non riconoscono, troppo distanti dalla loro interiorità, di cui hanno dimenticato l’esistenza. 

Quando si diventa grandi?

Forse quando si smette di sognare e di credere alle favole a lieto fine?

Ma questa sarebbe la risposta di un grande pessimista e non sarebbe obiettiva.

Un grande ottimista, poiché continua a credere nei lieto fine e non riesce a smettere di sognare, né di credere alle favole, probabilmente potrebbe essere indotto a ritenere che non è ancora cresciuto, se prestasse fede alle convinzioni del grande pessimista.

Fortunatamente sa che non è così: nessuno è mai grande, nel senso che nessuno smette di mutare il proprio modo d’essere a seconda delle esperienze che si trova ad avere lungo tutto il corso della sua vita.

Chi si illude di essere grande, è chi ha voluto smettere di sognare e si è rinchiuso in un ambito, più o meno stretto, più o meno soffocante, ritenendo che fosse vantaggioso limitare i propri sforzi cognitivi nei confronti dell’Universo che lo circonda.

Ma a rinchiudersi in un ambito, un essere vivo, che è legato all’ambiente tutto che lo circonda, rischia di recidere dei legami vitali, che alla lunga lo possono portare a generare delle insoddisfazioni interiori e delle frustrazioni, che avranno conseguenze per la qualità e la durata della sua vita.

Nessuno nasce imparato e nessuno è in grado di soddisfare appieno i propri bisogni ed è in grado di reputarsi maturo.

Il mondo è pieno di immaturi convinti della propria maturità basata sull’età.

Siamo abituati a muoverci su strade comode, calibrate sull’ampiezza dei nostri passi e spesso ci piace muoverci senza camminare sulle nostre gambe.

Le misure delle nostre città sono proporzionate alle dimensioni pratiche dei nostri pensieri, spesso esageratamente ristretti in ambiti soffocanti, perfino per i nostri civilizzati istinti.

Viviamo in questi luoghi, che sentiamo ogni giorno più angusti, senza più trovare in noi l’entusiasmo per l’esplorazione del nostro intimo e vaghiamo, tra un respiro e l’altro, da una tappa all’altra del nostro giornaliero cammino automatico.

Siamo come imbrigliati in un’esistenza e non abbiamo neanche il tempo di soffermarci, mentre percorriamo le distanze fisiche che separano tutti i luoghi su cui si intrattiene la nostra vita.

Intorno, probabilmente, si muove qualcos’altro, che i nostri pensino riescono a percepire.

Il mondo è pieno di uscite che nessuno di noi scorge, mentre il suo sguardo è offuscato dall’affanno della sua vita. Le strade ne conservano la memoria nelle lapidi lasciate a testimonianza ai lati.

Impariamo a conoscerci nel corpo, sapendo muoverne ogni muscolo e studiando a fondo il nostro aspetto, nel corso di tutta la vita.

Ma del nostro animo non arriviamo a conoscere che piccoli indizi superficiali, senza sforzarci di scendere in profondità, eppure è all’interno di esso che nascondiamo i tesori più grandi.

Invece ci preoccupiamo di costruire cose e di circondarci di esse, come se siamo fatti solo di materia!

In fondo la vita è un passaggio per dar modo agli esseri di far crescere il proprio spirito ed essere pronti ad affrontare la tappa successiva, tramutando la propria materia in spirito e liberarsi delle pastoie che ci trattengono tra i granelli di polvere timorosi di spiccare il volo.

Ogni essere ha una sua dote fisica che consiste nella quantità di materia che costituisce il suo corpo.

In natura la dote fisica di un essere è cibo per altri esseri, che si nutrono delle sue carni e vi trovano sostentamento per il proseguimento della loro vita.

La materialità che regola questo meccanismo soffoca i sentimenti che ogni essere può esprimere dal proprio spirito.

Noi uomini, che pur ci siamo affrancati dalla catena alimentare naturale, in realtà ne abbiamo costruita una analoga, che però obbedisce alle nostre necessità.

Ma allo stesso modo usiamo le doti fisiche di corpi di animali per nutrircene a nostro piacimento, indifferenti agli sguardi dolci che questi poveri animali lanciano per salutare la vita che gli viene tolta.

Come uomini abbiamo il vantaggio di pensare la nostra vita, superando il cieco muro dell’istinto, ma spesso lasciamo che gli istinti offuschino le nostre menti e che ci spingano agire in modo irragionevole, sia per noi che per coloro che ci sono intorno.

Siamo a metà strada nel cammino tra la materia e lo spirito, eppure troppo spesso propendiamo per la prima, dimenticandoci dell’importanza del sentire interiore e calpestiamo i sentimenti, coloro che solamente ci possono dare la vita.

Ma la dote spirituale di ogni essere in cosa consiste?

In questo mondo così materiale, sono evidenti solo le doti materiali, delle doti spirituali, a tratti, ne avvertiamo la presenza, ma davanti ad esempi tanto sublimi e alti, che non possiamo fare a meno di vedere. Ma sono casi rarissimi, che spesso non riescono a scalfire i nostri animi intorpiditi dalla troppa inattività.

Viviamo come in una “Circolarità dell’orizzonte”, con gli sguardi sempre rivolti in un circolo di bisogni materiali dal quale non riusciamo ad affrancarci e non sappiamo elevarci al di sopra di essi a percepire ciò che di alto ci si muove intorno.

Eppure abbiamo il dovere di impegnarci a fare qualcosa in più, quasi “un mestiere di militare” in questa vita ed affrontare la materia e non farcene dominare, senza tentare almeno di far crescere il nostro spirito.

Ma ci sono tante persone che si arrendono all’evidenza della loro materialità e all’ingordigia che questa genera. Non si accontentano del necessario e vogliono anche il superfluo, togliendolo al necessario di altri esseri che, privati di questo, stentano a vivere e spesso muoiono senza aver gioito un giorno della loro vita.

Quest’egoismo sfrenato non genera che sofferenza e nessuno degli esseri che ne viene contagiato, vive meglio dei suoi simili, anzi, diffidenti verso tutti, leggono negli sguardi altrui solo invidia e temono per i loro “tesori” di materia, che un giorno rimpiangeranno di non potersi portare dietro, quando lasceranno anche la materia del proprio corpo.

Il loro spirito, rimasto neonato, non è stato un solo giorno in grado di muovere i primi passi, ancora in fasce, nell’altro mondo non sarà pronto a vivere.

Quando mangiamo i frutti, cerchiamo di assaporare quelli più carnosi e maturi e li gustiamo fino all’ultimo, gettando via solo il nocciolo.

Certo per i nostri scopi, il frutto non può darci altro, la sua dote materiale è tutta lì.

Però quel nocciolo che noi gettiamo via con disgusto, nasconde all’interno un tesoro meraviglioso : la vita, che può rinascere e rigenerare una pianta come quella che ha dato il frutto che noi abbiamo mangiato.

Si può quasi dire che ogni essere serbi in sé la possibilità di generare altri esseri analoghi a sé al fine di perpetuare l’esistenza della propria specie.

Però nessun essere può esistere all’infinito.

Ogni cosa ha un inizio, uno sviluppo fino alla maturazione e un lento e inesorabile decadimento, fino ad un termine dell’esistenza materiale.

Ogni essere arriva a prendere coscienza di questo fatto nel corso di tutta la sua vita.

E quanto più accetta tutto ciò, tanto più vive intensamente la propria e contribuisce a far vivere meglio le altrui vite.

E’ inutile impuntarsi e tentare di scardinare il sistema.

Un granello di polvere viene spazzato via in un attimo dall’Universo.

Spesso i bisogni di cui crediamo aver necessità per il nostro corpo, sono inventati e non reali, come fossimo posti davanti ad uno specchio in cui vediamo più cose di quante ce ne siano realmente intorno.

Per giunta la pubblicità ci racconta delle favole, cui noi, a volte crediamo, spinti dalla bramosia e dalla curiosità.

La mente umana è talmente ingenua da abboccare agli ami lanciati nello stagno del mondo e, pur tentando di resistere, non può non essere attratta dai cerchi che vi si spandono sulla superficie, colpita dai minuscoli sassolini che vi vengono lanciati, con disinvolta intenzionalità.

La nebbia soffice che avvolge i nostri sguardi, sorpresi nel tentativo di scrutare l’intorno, fa trasalire i nostri pensieri mentre tentano di immaginare l’Oltre e non lo raggiungono con la vista, offuscata da quel biancore soffuso, che separa gli ambiti e li limita in tanti intorni piccoli.

Un po’ come il nostro vivere per compartimenti, stagnati alle meraviglie e tutti presi nell’immediato, senza guardare più avanti della punta del proprio naso.

Perché si vive male?

Forse perché siamo troppo presi a preoccuparci delle scarpe che indossiamo, mentre non ci rendiamo conto di dove ci conduce il sentiero che abbiamo preso e lo continuiamo a percorrere senza nemmeno guardare dove poggiamo i nostri piedi.

In fondo la società di oggi ci insegna a fare questo: occhi bendati, corpi ben vestiti e via! Avanti alla cieca, sperando che il domani non sia troppo peggio dell’oggi!

Ma la nostra memoria che fine ha fatto?

Non ci dobbiamo ricordare di ciò che è stato l’ieri, altrimenti il ricordo ci può far soffrire.

Dobbiamo continuamente distrarci per non ricordare tutto quello che avevamo e che oggi non c’è più.  

Il vetro è trasparente e consente di penetrarlo con lo sguardo finché la luce che si trova al di fuori di dove siamo noi è più forte di quella che vi è dalla nostra parte.

Tutto quello che c’è in quel luogo è chiaro e illuminato e ci si mostra in tutte le sue sfumature.

Ma se quella luce si affievolisce e prevale quella dove noi siamo, sulla superficie del vetro che divide questi due luoghi, prevale l’immagine nostra e di tutto quello che abbiamo intorno, come se quel vetro, improvvisamente, fosse uno specchio che impedisce di vedere ciò che vi si trova oltre.

Per questo motivo noi non possiamo vedere ciò che esiste oltre la Morte.

La luce di questo mondo prevale ed è troppo forte perché i nostri occhi di materia possano riuscire a vedere oltre.

Ma se noi imparassimo a vedere con il cuore, probabilmente riusciremmo a percepire almeno qualche sagoma e probabilmente soffriremmo di meno per le carenze di materia di cui siamo fin troppo circondati. 

Solo il silenzio consente al pensiero di elevarsi, salendo i gradini della comprensione.

Il chiasso assordante che circonda le nostre vite soffoca il desiderio di meditare che è proprio della natura umana, creata come ponte tra la materia e lo spirito.

Ma se non viene messa in grado di esprimersi, un’esistenza è persa dietro l’inutile, quasi a rotolare tra i sassi lungo il crinale di una montagna, che frana a valle nell’impeto di un temporale.

Nulla può arginare la furia cieca di un elemento, se non l’interrompersi della sua forza.

Le leggi che regolano l’universo obbediscono ad un principio di corrispondenza della materia e l’equilibrio delicato che consente la vita su questa terra è fragile, al punto che basta poco ad incrinarlo.

L’arroganza di alcuni esseri, spinge frequentemente fuori dei binari il treno dell’esistenza che, prima o poi, deraglierà.

Quando ci si divide e non si perseguono gli stessi obiettivi, con generosa solidarietà, ma ci si intestardisce a seguire interessi egoistici, il vento della vita trova più spazio per crescere e diventare forte a discapito della nostra fragilità di esili giunchi e non possiamo che piegarci alla sua supremazia e sgretolarci come granelli di polvere, senza ancoraggi che tengano.

Il deserto arido che separa le nostre esistenze, pur vicine e spesso parallele, favorisce l’acuirsi di solchi che impediscono il dialogo al di là delle dune.

Fossimo stati uniti come fascine strette, avremmo resistito alle più forti tempeste e anche nel buio della notte, non avremmo avuto paura di non conoscere il nostro destino.

Avremmo vissuto e non stentato a vivere all’ombra delle nostre paure, timorosi uscire allo scoperto con i nostri sentimenti di uomini.

Cosa spinge alcuni uomini a coltivare il proprio spirito?

Forse lo stesso Amore che ne spinge altri a coltivare la terra perché possa dare frutti?

Coltivare non deve essere sinonimo di raccolto egoistico. 

I contadini lo sanno bene.

Nessun contadino che ama veramente la terra che coltiva, tiene per sé tutti i frutti che raccoglie e non ne dona ad altri ed alla terra stessa.

La generosità di qualcuno esiste in quanto qualcun altro, a sua volta, ha ricambiato.

La Natura stessa è generosa con chi è generoso.

Un contadino che fosse egoista, probabilmente, dopo un primo anno di buoni raccolti, che tenesse tutti per sé, gli anni successivi, non otterrebbe gli stessi risultati e alla fine morirebbe di fame, perché l’aridità di cuore contaminerebbe la terra e tutto ciò che vi si trova sopra.

Le nuvole, ricolme di vapore acqueo condensato, riversano tutto il loro prezioso tesoro sulla terra, senza preoccuparsi del fatto che dopo dissolveranno.

E’ troppo importante il compito che è stato loro affidato nella notte dei tempi per far continuare la vita su questo pianeta, perché qualcuna di loro si possa rifiutare di svolgerlo e tenga ciò che ha tutto per sé.

Una nuvola egoista che svicola tra tutte le nuvole, evitando di urtarle per non perdere ciò che ha e che cerca sempre i cieli sereni per stare tranquilla di continuare ad esistere e che se ne infischia di svolgere il suo compito, non si è mai vista!

Del resto che se ne farebbe una nuvola del proprio essere?

Avrebbe senso la sua ricchezza di acqua se lei non può bere e né tanto meno può avere sete?

Di cosa ha bisogno una nuvola perché abbia senso il suo esistere?

Probabilmente di una terra arsa da dissetare!

Di cosa ha bisogno un uomo ricco di beni materiali?

Probabilmente se riesce a superare la bramosia dell’egoismo, che spesso attanaglia chi si lascia essere schiavo delle cose e, invece, percepisce l’importanza di trovare un senso al suo esistere, allora arriva a capire che forse può dare sostegno a quelle persone che non possiedono beni e che mancano del necessario per vivere.

Ma la molla che spinge a far ciò non deve essere un tornaconto personale, perché il disinteresse è ciò che viene premiato.

Al punto che chi cerca gloria per sé, spesso viene umiliato e, quando il caso gli consente di agire aiutando con vera generosità e senza secondi fini,allora viene riconosciuto il suo valore.

Abbiamo molto da imparare dagli esseri che sembrano più insignificanti, che spesso non vediamo, perché i nostri sguardi sono rivolti più in alto, verso le mete cui siamo spinti dalla nostra ambizione, che ci fa dimenticare l’umiltà delle nostre origini.

Spesso ne calpestiamo gli sforzi con la nostra arroganza.

L’ossessiva ricerca di una perfezione, basata solo su canoni materiali, ci impedisce di seguire con attenzione gli indizi lasciati per le nostre anime.

E se ci si sofferma troppo sull’apparenza, si perde di vista la sostanza di un cammino intrapreso in direzione della meta stabilita.

Chi indugia nella sua immagine, dimentica l’importanza della profondità.

Non andare al nocciolo della vita e fermarsi appena alla buccia, impedisce di assaporare l’essenza.

Se solo ascoltassimo

Più spesso

Il nostro battito,

Questo cuore che pulsa

Instancabile,

Forse non avremmo

Tutta questa fretta

Di affaticarne il passo.

Con le nostre parole possiamo

Solo sfiorare la profondità.

Ci avviciniamo al bordo senza

Riuscire che a lambirne appena

Il limite

Ma oltre il nostro percepire non può.

E restiamo sospesi tutta la vita

Incuriositi

Ma senza appagare che la speranza

E lasciamo che i nostri sguardi

Si accontentino della luce,

Che riflessa illumina a tratti

I nostri volti

In pallidi sorrisi.

Siamo come pecorelle smarrite che ci siamo rifugiate all’interno dell’ovile in attesa che torni il Pastore e ci rassicuri dalle insidie che circondano le nostre fragili vite.

Il venticello delicato che sfiora i nostri visi è una Sua carezza per incoraggiare la nostra umanità, spesso piccola nella Fede e frastornata dalle lusinghe di un mondo fin troppo terreno.

Le nostre menti di frequente non arrivano a contenere l’equilibrio del Suo Spirito e smarriscono la bussola per il cammino, attratte da magnetismi fasulli che servono a imbrogliare i nostri passi.

E davanti i cataclismi, piccoli granelli di polvere spaventati, ci sentiamo abbandonati e gridiamo le nostre accuse.

Ma questo venticello leggero ci sussurra la speranza e le nostre orecchie sorde che fanno finta di non sentire per chiedere di più, ancora non hanno capito che gli occhi guardano ma non vedono che ne cinge gli orizzonti agli sguardi prigionieri di materia.

In basso, dentro, in fondo al battito di ogni essere, prima ancora che allarghi il suo primo respiro, è già scritto a carattere indelebile nel suo spirito, che il suo muoversi su questa polvere come polvere, ha il solo scopo di educarne lo spirito a crescere oltre i limiti del suo essere materia nella materia.

Riuscire a spiccare il volo nel corso della sua vita è il dovere necessario cui viene chiamato. 

E’ nel suo diritto rinunciare: ma sappia fin d’ora di restare solo nella polvere. 

La luce, per quanto sia veloce il suo passo, molto più del nostro, obbedisce alle stesse leggi che regolano la materia alle quali obbediscono i nostri corpi.

Ci sembra, a vederla quando i raggi ci sfiorano l’epidermide come un’entità continua, e invece i suoi passi veloci lasciano continuamente delle impronte e sono quelle che noi vediamo.

Ma la luce non calpesta nessuno, sfiora le superfici dei corpi e ne illumina i contorni, mentre stanno fermi o eseguono i loro movimenti.

Di ognuno mette in luce i colori che affiorano sulla loro superficie.

L’animo sussulta di gioia alla vista della luce, perché gli consente di vedere intorno.

Il buio impedisce allo sguardo di attraversarlo e l’ombra trattiene per sé una parte della nostra serenità. Ci piacerebbe circondarci di luce per annientare le ombre che assillano il nostro incedere e che lo ancorano al suolo, come una catena che trattiene alla sua palla il condannato ai lavori forzati.

Ma stare troppo alla luce nelle afose giornate estive, ci toglie il respiro.

Abbiamo anche bisogno delle ombre, per rinfrancare i nostri corpi di materia.

Cerchiamo sempre la Luce, come bambini

Spaventati quando stiamo al buio e

Non vediamo da cosa siamo circondati …

La scala di valori è sempre la stessa, estremamente complessa, come un disegno di Escher, dove ne è rappresentata una che è percorribile in tutte le direzioni e su tutte le superfici.

Ciò che muta, da un individuo all’altro è la percezione che esso ne ha dei valori che contiene.

Gli ingressi sono molteplici e al mutare di questi muta l’ordine delle priorità di ognuno.

Ci sono rampe che salgono e rampe che scendono, ma chi le percorre spesso non è in grado di valutare con esattezza la propria posizione e sovente ritiene di notare l’errare del prossimo non rendendosi conto del proprio.

Lo sguardo di ognuno è stretto nei limiti della direzione intrapresa e la rigidezza del verso che si percorre nel tentativo di raggiungere una meta, impedisce di volgerlo all’indietro.

Il tempo che scandisce lo scorrere del percorso non ammette soste, né pause di riflessione e alla fine non si è in grado di stabilire se si sia veramente raggiunta una meta. 

Ognuno è in grado di esprimere un solo punto di vista. Volgere altrove il proprio sguardo significa scardinare tutto il castello delle proprie conoscenze e rischiare di vanificare la validità della propria esistenza.

I punti di vista altrui si possono ascoltare, ma risulta difficile condividerli: ne va dei propri principi. 

Sono trascorso anche io, uomo tra gli uomini, dietro le albe e nascondendomi ai tramonti. Anche i miei passi hanno calpestato l’erba fresca del prato per raggiungere un sentiero incamminato sul declivio di una collina.

Speravo fosse lieve questo scorrere del tempo, pensavo non avrebbero schiacciato i miei calzari le armonie che si muovevano sotto.

Davanti questi panorami sublimi, i miei sguardi sono troppo piccoli e per quanto io mi sforzi, le mie dita non possono sfiorarli.

Eppure l’incedere della nostra vita ci porta ad urtare la bellezza di questi angoli incontaminati e a rosicchiarli a poco a poco.

Come non sappiamo dare frutto con le nostre mani, così non sappiamo dare la vita con le nostre idee e spesso deprediamo, anche senza rendercene conto, ciò che ci circonda.

Indice:

Sospira sopra i nostri affanni……………………………………………………  1

Premessa………………………………………………………………………..   2

Antefatto…………………………………………………………………………  3

Quando si scende in basso……………………………………………………….  4

Gli uccelli si accontentano delle briciole……………………………………….   5

Come uccelli liberi………………………………………………………………  6

Esistono dei momenti……………………………………………………………  7

Perfino sulla cima dei monti…………………………………………………….  8

Le praterie sconfinate……………………………………………………………  9

E’ davanti panorami…………………………………………………………….  10

La gratuita generosità del sole………………………………………………….  11

Finché è solo il corpo…………………………………………………………..   12

Non si resta sempre giovani……………………………………………………   13

Non siamo che esseri…………………………………………………………..   14

Esiste un tempo…………………………………………………………………  15

I fiocchi colorati………………………………………………………………..   16

Si nasce sempre senza saperlo…………………………………………………   17

L’Età dei Perché………………………………………………………………… 18

Il bambino vive di percezioni………………………………………………….   19

Il dolore…………………………………………………………………………  20

Quando perdiamo una persona cara…………………………………………….  21

L’esuberanza e la vitalità………………………………………………………..  22

Che nutrimento sostiene lo spirito di un adolescente…………………………..   23

I divertimenti che stordiscono le menti…………………………………………  24

Quando si diventa grandi……………………………………………………….   25

Siamo abituati a muoverci………………………………………………………  26

Impariamo a conoscerci nel corpo………………………………………………  27

Ogni essere ha una sua dote fisica……………………………………………….. 28

Ma la dote spirituale di ogni essere…………………………………………….   29

Viviamo come…………………………………………………………………..   30

Quando mangiamo i frutti………………………………………………………  31

Spesso i bisogni…………………………………………………………………  32

La nebbia soffice………………………………………………………………..  33

Il vetro è trasparente……………………………………………………………   34

Solo il silenzio…………………………………………………………………    35

Quando ci si divide…………………………………………………………….    36

Cosa spinge alcuni uomini…………………………………………………….    37

Le nuvole ricolme……………………………………………………………..    38

Abbiamo molto da imparare…………………………………………………..    39

L’ossessiva ricerca di una perfezione…………………………………………    40

Se solo ascoltassimo………………………………………………………….     41

Con le nostre parole…………………………………………………………..     42

Siamo come pecorelle……………………………………………………………. 43

La luce……………………………………………………………………………. 44

Cerchiamo sempre la Luce……………………………………………………….. 45

La scala dei valori………………………………………………………………… 46

Sono trascorso…………………………………………………………………….. 47

Indice………………………………………………………………………………48