L’ULTIMO BALLO, di Leonardo Migliore

– L’ULTIMO BALLO –

di Leonardo Migliore

La memoria risplende nel beato risuonar 

di violini nella selva dell’infanzia,

dolce stormire di fronde in quell’andar 

del tempo senza notte.

La tela nostalgica delle emozioni,

la fiamma della natura arde nel tenero cuore di una mamma,

che, con steli di fiori, annoda la trama dell’eternità,

dispiega candidi rivi,

ali d’argento,

il bacio del sole.

Sugli stessi steli bruchi laboriosi tessono le crisalidi,

il fango profuma di rosa,

dall’umiliazione traspare l’apoteosi.

La farfalla è sbocciata,

nelle mie gambe lunghi viaggi per monti e pianure.

Cambia l’universo,

divento soffio per decollare nel vento,

inconsapevole della congiura che m’attende,

sogno e gioisco.

Nel crepuscolo la pena s’infittisce,

le pareti della mia camera si stringono,

piove pece dal soffitto del cielo.

I sensi si corrompono in uno spazio bagnato di delitti,

parole deliranti vagano rintronando gli orecchi,

l’orizzonte è nel cerchio putrefatto di un bambino assassinato,

le mie mille domande precipitano inascoltate in brocche frantumate.

È la guerra che mi piega nello sconforto.

Mi contorco nello sforzo di dilaniare la mia carne dall’addome,

un proiettile nel cratere di un profondo ombelico offro al mondo, 

il mio corpo in sacrificio per la pace.

Su di me scorre sangue puro, 

sgorga il lume d’amore dei miei genitori.

Le farfalle sono morte,

solo efferati criminali mi circondano.

Mi traggono in salvo,

volti scavati e impauriti 

ingoiano un dolore che spreme copiose lacrime.

E scocca la rivolta. 

Dalle mie viscere scoperte originano vulcani

che, con ceneri e lapilli, 

seppelliscono 

piante e pietre,

buoni e cattivi,

città e contadi,

compassione e saggezza, 

sconvolgono 

venti e mari,

creano una coltre

che anche il sole offusca.

Le mie difese sono spezzate da tanto orrore,

solo tu, cara notte, mi resti

e la mia vita la curva del tuo seno

trattiene

sull’orlo di un abisso.

Non sono più il pargolo di una volta,

il mio cuore non è più limpido,

ho lottato e ucciso,

non merito d’ascoltare il soave suono delle tue parole

e sentire, come fuoco, le tue carezze morire sul mio corpo.

Chi sono per decidere della sorte di altri uomini?

Gli ostacoli sono tanti,

ho affrontato esperienze deprimenti,

conosco la disperazione più straziante,

aiuto i più deboli e indifesi,

la mia causa è nobile.

Vorrei morire e forse sono già morto,

e, se prima Dio non mi avrà rimesso i peccati,

non potrò andarmene.

Mi resta un’altra opportunità.

È quella di nascondermi,

di tentare la fuga,

di trovare un’imbarcazione.

Potrei ancora salvarmi,

riscattare le mie infime azioni,

penetrare il sole con un calice d’oro sbalzato 

per avere tue notizie. 

Cencioso davanti a una casa sbrecciata da colpi di artiglieria

non dispero più di riuscire nei miei propositi.

La flora mi disvela il tuo fiore,

la tua voce serafica mi raggiunge.

Mi proponi l’ultimo ballo,

quello di quando tu eri il mio angelo

e io il tuo tesoro,

quello di quando ti schiarivi la voce

e al tuo canto volavamo in un abbraccio.

Ricordi magici e cicatrici trasporto nello zaino,

in tre fotografie è tutta la mia famiglia,

in un fazzoletto un pugno di terra della mia città.

Fra le tenebre, 

cesello lo scafo del mio incerto avvenire.

Si compie il miracolo del giusto:

alla fonda segnali in codice con torce,

è il momento di salpare per il mare senza confini,

l’esistenza non è mai banale,

il desiderio non ha limiti.

Una dolce melodia intona:

“Questa volta, figlio mio, vola fin dove non hai mai volato,

vivi sereno, sii felice, ti aspetterò. 

Lenirò ai quattro angoli della terra 

i tuoi pensieri tristi, la tua malinconia.

Il cuore di mamma ti sarà sempre accanto.”

_ Foto dal Web