Giovanni socchiuse la porta della camera. Nella penombra, la sagoma scura di Elvira sembrava informe, vicino alla culla. Sollevò la lampada ad olio per fare luce e vide la moglie dondolare la piccola Serena tra le braccia al suono dolce di una ninnananna.
«Perché hai gridato, Elvira?». Un sospetto si fece largo nella mente. D’un tratto la voce cambiò, come strozzata dalla paura.
«Lei è qui, dentro di noi e non se ne andrà più». Alzò la testa per guardarlo. Gli occhi neri come un opale brillarono, un guizzo di schegge variopinte scintillò per sfidarlo, in un attimo si spense e lo sguardo diventò denso come la pece.
Giovanni curvò la testa e le spalle, fissò la finestra, la nebbia sembrava uscire dalla rimessa delle auto, appoggiò la lampada tremolante sul tavolino e si avvicinò da dietro, cauto e spaventato. Pose le mani sulle spalle di Elvira e respirò profondamente. Si era aspettato una reazione violenta invece lei rimase immobile, la bambina con la manina in bocca a esplorare il mondo, tentava di sollevarsi temeraria. La luce fioca della candela sullo scrittoio, illuminava il visino paffuto. Quella creatura non era stata toccata dal maleficio di Ester. La rosa rossa brillava intensa tanto da riflettersi sul vetro. Possibile che Magda avesse ragione? Quale sarebbe stato lo scopo della sua attesa? Si domandò. Serena gorgogliò qualche suono di prova e lo distolse dai pensieri cupi. Le accarezzò la testolina liscia e gli sembrò sorridergli. Posò le dita callose sui rari capelli biondi e seguì la breve linea fino al nasino. Attratto dallo sguardo su di lui, incrociò i suoi occhi. L’azzurro chiaro svanì per diventare un guizzo multicolore sopra all’opale nero, lucido e luminoso come un cielo di stelle. Il viso si distorse in un’espressione maligna.
«Serena è mia e questa volta nessuno me la porterà via», pronunciò l’entità con voce strisciante.
Gli occhi si spensero e come quelli della madre poco prima, si addensarono come la pece.
«Volevo che morisse…», quasi piangente, Elvira sembrava lottare contro lo spettro che la divorava da dentro, ero gelosa, è lei che mi provoca. Cacciala via Giuàn. Liberaci».
D’un tratto capì. Un ultimo sguardo alla rimessa e seppe cosa doveva fare. Afferrò la lampada, tolse il grosso mazzo di chiavi dal chiodo e uscì.
Domenico imprecò vedendolo arrivare come Caronte tra fiumi di nebbia. Tirarono fuori Magda e le fecero inalare il liquore. Lei afferrò la bottiglietta e ne tracannò un sorso generoso. Era ancora la ragazzina selvaggia e indomita che non si lasciava scoraggiare da niente.
«Non mi hai raccontato tutto, vero?», Giovanni la fissò con severità.
«Fammi leggere i diari», la sollevò da terra accompagnandola all’esterno sotto il suo sguardo incredulo.
«Domenico!», lo chiamò risoluto mentre afferrava una lattina, in origine lucida, ora sporca e arrugginita, ma riconoscibile dall’odore.
«Lei inizi dal roseto e dia fuoco a tutto il giardino», l’autista inebetito sollevò appena il braccio per prendere la benzina, come sotto ipnosi.
«Poi prenda la mia famiglia e scappate da qui più in fretta che potete». E gli passò il fucile con la determinazione che in pochi conoscevano.
«I cristiani sono più pericolosi dei fantasmi, dice sempre mio padre».

Michela Santini

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