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 “IL QUARTIERE CRISTO: UNA CITTÀ NELLA CITTÀ?” 

Evoluzione dei quartieri come sistemi suburbani 

Margherita Cerruti

A nome dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui (Quartiere Cristo) di cui sono Presidente, desidero ringraziare la neo-dottoressa Margherita Cerruti per l’ottimo risultato ottenuto di 110 e lode presso l’Università del Piemonte Orientale, Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali di Alessandria, con una tesi intitolata “Il quartiere Cristo: una città nella città? Evoluzione dei quartieri come sistemi suburbani”, che rispecchia la vita di un quartiere fondato il 20 ottobre 1666. Nel 1825 viene istituita la parrocchia di San Giovanni Evangelista. Nel 1881 per la prima volta nei documenti del censimento si usa il termine Cristo. Nel 1892 venne proposto di cambiare nome, ma tale proposta fu respinta. Tanti momenti storici, anche se il “Cristo” è il quartiere più giovane della Città. 

L’opera della Signora Cerruti, è un contributo prezioso per il nostro territorio, sia per noi che abbiamo avuto l’onore di vivere la tesi oggi, sia chi il Cristo lo vivrà fra molti secoli. 

L’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui ha pensato di fare “sua” questa testimonianza storica e di realizzare un’edizione cartacea e digitale da distribuire gratuitamente a tutti i residenti, per farne un patrimonio di tutti i cittadini. Le prime edizioni saranno consegnate alle scuole del quartiere e poi a tutta la popolazione. 

Grazie, carissima Margherita, per aver raccontato il nostro quartiere come “una di noi”. 

Con stima e riconoscenza. 

Roberto Mutti 3 

Ringraziamenti dell’Autrice 

Questo volume è il frutto del percorso di studi presso l’Università del Piemonte Orientale, Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali con sede in Alessandria. Nel corso dell’anno accademico 2018-2019 ho concluso il corso di laurea magistrale in Società e Sviluppo Locale con la tesi qui pubblicata intitolata “Il quartiere Cristo: una città nella città? Evoluzione dei quartieri come sistemi suburbani”. 

Sarebbero tante le persone a cui fare qui i ringraziamenti, persone amiche e vicine da sempre nella mia vita oppure conosciute lungo il percorso lavorativo che mi hanno sostenuto in questo lavoro, dimostrando in alcuni casi di superare una cortese relazione professionale. 

L’ambiente universitario si è rivelato aperto e vitale in ogni suo contesto, dai rapporti con l’apparato amministrativo ai quelli con i colleghi universitari che ho visto trasformarsi in sinceri legami amicali, non ultimo quello con i docenti non certo limitati alle lezioni tenute ma anche ad incontri in pausa caffè, che spesso da un semplice scambio di chiarimento su una lezione si trasformavano in interessanti chiacchierate. 

Anche il tirocinio curriculare che ho svolto presso il Comune di Alessandria è diventato occasione di conoscenze inaspettatamente coinvolgenti. 

In questa sede, però, mi preme ringraziare le persone che mi hanno seguito e sostenuto in modo fattivo in questo lavoro, mostrandosi sempre presenti e propositive: i Proff. Paolo Perulli e Giacomo Balduzzi, rispettivamente relatore e correlatore di questa tesi di laurea. 

Inoltre è doveroso rivolgere un ringraziamento all’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui – ora rinominata, con una definizione che maggiormente collima con le finalità seguite, Associazione Attività e Commercio del Quartiere Cristo – e ai suoi rappresentanti per aver voluto promuovere questa pubblicazione. 

A tutti, un sentito grazie. 

Margherita Cerruti 4 

Indice 

Indice 4 

Introduzione 7 

1. – Le città come luogo di confronto tra attori 15 

1.1 Comunità, città, metropoli, necropoli 16 

1.2 La comunità nelle varie forme di metropoli 17 

1.2.1 La volontà di appartenenza ai luoghi 19 

1.2.2 I riferimenti spaziali metropolitani 19 

1.2.3 I quartieri e la centralità dei luoghi di incontro pubblico 21 

1.2.4 Povertà e risorse, le reti di sostegno 22 

1.3 L’urbanesimo fordista 23 

1.3.1 I costi sociali del fordismo 24 

1.3.2 Fattori di crisi del fordismo 25 

1.4 I termini post-fordista, postindustriale legati ad una dimensione socioculturale 26 

1.4.1 L’importanza della comunicazione diretta 27 

1.4.2 La concentrazione di infrastrutture 27 

1.5 La città come luogo di scambio 28 

1.6 La città fenomeno politico 28 

1.6.1 Il patto fordista e la sua crisi 29 

1.6.2 Conseguenze dell’esaurimento del patto fordista 30 

1.7 Senso civico, partecipazione e conflitto 32 

1.7.1 La partecipazione, processo inclusivo 34 

1.8 Le politiche della città 35 

1.8.1 La sostenibilità dello sviluppo 36 

1.8.2 Le risorse dei quartieri marginali e la loro rigenerazione 37 

1.9 L’insicurezza, azioni di contrasto e qualità urbana 38 

1.10 La concezione architettonica moderna e postmoderna della città 39 

1.10.1 Lo stiramento dell’esperienza di vita 40 

1.10.2 Culture e conflitti 41 

1.10.3 Il ruolo delle istituzioni locali 42 

1.11 Identità e sentimenti di appartenenza 42 

1.11.1 La stigmatizzazione territoriale 43 

1.11.2 Appartenenza ad una comunità spazialmente definita 43 

1.11.3 Ambiti locali, regionalizzazione, sviluppo delle reti sociali e società locali 45 

1.12 Ambito locale e società locale 47 

1.13 Integrazione orizzontale e verticale 48 5 

1.14 Obiettivi conoscitivi relativi al caso studio: il “Cristo” di Alessandria 49 

1.15 Il disegno della ricerca e i metodi di analisi 51 

2. – Il Cristo dalle origini ai primi anni venti del Novecento 55 

2.1 Il passato lontano dell’area del Cristo 55 

2.2 L’origine del nome Cristo 57 

2.3 Lo sviluppo dell’area sud di Alessandria dall’Ottocento e primi decenni del Novecento 58 

2.3.1 L’opera idraulica “canale Carlo Alberto” 58 

2.3.2 La ferrovia, il cavalcavia, le servitù del demanio militare e le prime industrie 59 

2.3.3 La nascita delle Soms come punto di aggregazione e i rapporti con il socialismo 60 

2.3.4 L’insediamento della fabbrica “Mino” 62 

2.3.5 La presenza di asili e la scuola elementare 63 

2.3.6 La creazione dello smistamento ferroviario 65 

2.3.7 La costruzione della chiesa di San Giovanni Evangelista 65 

2.3.8 La necessità di un piano regolatore in un’area in espansione 66 

2.3.9 La necessità di un nuovo cavalcavia sulla ferrovia, le nuove attività produttive 67 

2.4 La popolazione nell’area sud di Alessandria e le fasi del suo sviluppo nel periodo dal 1821 al 1921 68 

3. – Gli ultimi cento anni di storia del Cristo 73 

3.1 L’area del Cristo nel periodo fascista, il dopolavoro ferroviario e le osterie 73 

3.1.1 Il ventennio fascista: il problema della scuola, il campanile, la deviazione del canale Carlo Alberto e le case popolari 74 

3.1.2 Il periodo della guerra, i bombardamenti e la resistenza 76 

3.2 La ricostruzione nel dopoguerra, l’area di emarginazione delle Casermette e Villaggio Profughi ma anche un’idea di urbanizzazione alla base dell’attuale Cristo 77 

3.2.1 Lo sviluppo del Cristo: edilizia scolastica, religiosa ed abitativa 79 

3.3 I cambiamenti negli anni Settanta al Cristo 82 

3.3.1 L’emergenza della tossicodipendenza e la vita sociale al Cristo 87 

3.3.2 Gli anni di crisi industriale e la deindustrializzazione 88 

3.3.3 L’eterno problema dei collegamenti tra il Cristo e la città 91 

3.4 Il Cristo e il nuovo millennio 91 

3.5 La popolazione del Cristo oggi 95 

3.5.1 Il quartiere Cristo visto dai suoi abitanti 104 

3.5.2 La sicurezza 106 

3.5.3 Presenza di interventi e di servizi socio assistenziali al Cristo 108 

3.6 L’attrattività del Cristo, una zona dove si desidera abitare? 111 

3.7 Corso Acqui e il Cristo di fronte ai cambiamenti del commercio e del consumo 117 

3.8 Lo spiazzamento di una generazione politica 122 

4. – Il Cristo: da quartiere a sistema urbano? 125 6 

4.1 Alessandria: i suoi quartieri e l’evoluzione del Cristo 126 

4.1.1 La nascita di un sentimento di appartenenza territoriale 132 

4.1.2 Aumento demografico al Cristo, piani regolatori, suddivisioni di classe e stigmatizzazione territoriale 133 

4.1.3 Un’analisi socio-economica del territorio e della sua urbanizzazione 138 

4.1.4 Il Cristo: un sistema integrato tra reti parziali locali 141 

4.1.5 La sicurezza non solo interpretata come repressione dei reati 144 

4.1.6 Partecipazione e presenza di reti sociali accessibili, inclusive 145 

4.1.7 Il Cristo attraverso la cultura popolare e l’immagine riportata dai media 147 

Conclusione 151 

Bibliografia 153 

Indice delle interviste 160 7 

Introduzione 

L’interesse di questo scritto è rivolto all’analisi di una media città italiana e in particolar modo all’evoluzione di un suo quartiere, al suo sviluppo e all’identità comunitaria vissuta nell’immaginario collettivo dei suoi abitanti. In generale i quartieri si possono considerare ambiti socio-territoriali attraverso i quali avviene una effettiva suddivisione della città e luoghi dove le relazioni sociali si intensificano. Comunemente sono considerati unità interne ad un perimetro urbano con una propria identità micro-locale se subentrano barriere naturali come fiumi o urbanistiche come linee ferroviarie che ne delimitano i confini all’interno della planimetria cittadina. Queste caratteristiche li trasformano in un territorio dove maggiormente diventano visibili e percepibili i cambiamenti demografici e sociali, risultano ambiti territoriali dove agevolmente possono relazionarsi soggetti ed organizzazioni che definiscono azioni congiunte per la soluzione di problemi e necessità sociali anche in un’ottica di collaborazione e sussidiarietà con il Comune e gli enti pubblici. 

Eppure l’attenzione rivolta dai ricercatori alle periferie contemporanee sottolinea una perdita di significato identitario non potendo più avvalersi della dicotomia centro ed esterno con la conseguente definizione per differenza. Una parte della letteratura (Nancy, 2002, Sennett, 1990, Koolhaas, 1995) narra le metropoli contemporanee come aree dai margini non più definibili, zone di attraversamento di flussi, nodi di collegamento di una rete senza confini se non il mondo con individui costretti a riorganizzare la vita quotidiana per una sovrapposizione di orari sociali e obbligatorie scelte nell’uso del tempo. Se la percezione del tempo sociale muta in parallelo varia anche quella dello spazio che si frammenta attraverso un processo di stiramento e specializzazione (Giddens, 1990). I vari tipi di spazi, per il lavoro, divertimento, residenziali, culturali, sono a volte distanti tra loro creando ai soggetti una vita quotidiana sparsa nel territorio e fonte di insicurezze dovendo dipendere da trasporti efficienti e gestiti da sistemi astratti ed impersonali. Risulta uno svuotamento che contrasta con l’individuo alla continua ricerca di un’appartenenza, spaziale o meno, ad una comunità. 

L’immagine delle città che ne deriva sembra non dare più spazio ad una dimensione simbolica comunque non dissociabile dalla vita sociale e dall’esperienza quotidiana degli abitanti pena lo spaesamento e disorientamento dell’individuo (Jamenson, 1984). L’individuo può reagire in modo inconsapevole costruendo un processo di identificazione affettiva al territorio sentendosi compreso in una comunità spazialmente definita (Strassoldo, Tessarin, 1992). Alcuni individui o gruppi, in base a specifiche strategie, hanno interesse ad influire 8 

sull’identità cittadina o sui sentimenti di appartenenza rafforzando una coesione interna attraverso un forte legame territoriale. Diventa una strategia di promozione di un’immagine positiva di sé collegata ad aree specifiche. In tal modo si instaura un processo di empowerment che si origina in ambiti a cui corrispondono confini definiti che creano l’ambiente di interazione tra soggetti che posseggono comuni mezzi interpretativi e agiscono in modo contestuale (Petrillo, 2016). Ciò avviene se sono presenti segnali che favoriscono la sintonizzazione delle interpretazioni, attraverso indizi promossi dagli stessi attori o già presenti nell’ambito spaziale e temporale dell’azione. In tal modo si crea una cornice simbolica al cui interno gli attori agiscono e ciò che mettono in atto acquista un significato. La scala spaziale che consideriamo in questa tesi è la città e in particolar modo la periferia, individuando uno specifico quartiere. 

L’indagine empirica si concentrerà su Alessandria e più specificatamente un suo rione, il Cristo. Si è scelto di porre l’interesse su una città di dimensione media, 93.631 abitanti1, in un paese come l’Italia nel quale solo il 15,29% della popolazione risiede nelle sei aree metropolitane composte da oltre 250.000 residenti. I 99 comuni che comprendono almeno 60.000 abitanti, escluse le aree metropolitane, arrivano ad una popolazione simile a quest’ultime con il 15,88%2 del totale. Al fine di identificare l’universo delle città medie in Italia viene utilizzato come criterio la presenza di una taglia demografica minima per circoscrivere zone urbane che ricoprono un importante ruolo funzionale e strategico nell’ambito delle politiche di sviluppo nazionali ed europee. Esse sono città che, se comparate sia in termini proporzionali che assoluti alle metropoli, risultano avere un peso non inferiore a queste ultime. Per collocare la città di Alessandria all’interno dell’organizzazione del territorio nazionale, così come esso si struttura a partire dalle relazioni tra persone e tra soggetti economici e sociali, viene utilizzato lo studio condotto da Istat nel 2014 sui sistemi locali del lavoro (Istat, Rapporto annuale 2015, pp. 43-46). La geografia dei sistemi locali del lavoro (Sl), generata dagli spostamenti quotidiani delle persone per raggiungere la propria sede lavorativa, descrive con un buon grado di approssimazione i sistemi urbani giornalieri, luoghi dove si concentrano la maggior parte delle attività e degli spostamenti quotidiani delle persone e dei soggetti economici. L’organizzazione spontanea e in buona parte autonoma delle scelte e delle azioni consente di osservare il “paese reale” nelle sue differenze e nelle sue particolarità, approssimando meglio i perimetri di relazioni, reti, scambi e flussi che caratterizzano i luoghi 

1 Dati Istat aggiornati al 01/01/2019, URL: <https://www.tuttitalia.it/piemonte/provincia-di-alessandria/98-comuni/popolazione/&gt;, [sito visitato l’8 gennaio 2020]. 

2 Dati Istat aggiornati al 01/01/2019, URL: < https://www.tuttitalia.it/comuni-per-fasce-demografiche/&gt;, [sito visitato l’8 gennaio 2020]. 9 

mostrando un quadro profondamente diverso da quello descritto dalle partizioni amministrative (comuni, provincie e regioni)3. Dall’applicazione di metodologie di analisi statistica alla geografia funzionale dei sistemi locali emergono sette raggruppamenti di sistemi locali omogenei rispetto alla struttura demografica, alla dinamica della popolazione e alle forme dell’insediamento residenziale. Sintetizzando le loro caratteristiche distintive tali gruppi possono essere definiti come: le città del Centro-nord, la città diffusa, il cuore verde, i centri urbani meridionali, i territori del disagio, il Mezzogiorno interno e l’altro Sud. I gruppi hanno una marcata connotazione geografica: i primi tre sono composti in larga misura da sistemi dell’Italia centro-settentrionale, gli altri quattro includono quasi esclusivamente sistemi locali del Mezzogiorno. Alessandria, situata nel Nord-ovest del paese, appartiene al cuore verde che risulta il terzo raggruppamento che si delinea per dimensione complessiva. Vi risiedono circa dieci milioni di persone ed è quello più consistente per numero di sistemi locali e di comuni appartenenti (rispettivamente 212 e 3.180). Questi sistemi locali presentano una densità di popolazione particolarmente contenuta con meno di 90 abitanti per km2 e caratteristiche di ruralità con bassa incidenza delle superfici dei centri abitati ed elevata estensione media delle località extra-urbane. Dal punto di vista demografico, tutte le misure descrivono uno sbilanciamento verso le classi di popolazione anziana4. Il sistema locale cuore verde presenta alcuni fattori di dinamicità: circa il 60 per cento della popolazione vive in comuni diversi dal centro capoluogo e i flussi pendolari sono consistenti. Gli indicatori del mercato del lavoro mostrano valori tutti migliori di quelli nazionali, in particolare per quanto concerne i tassi di disoccupazione dove quello totale e quello femminile sono inferiori di almeno quattro punti percentuali ai valori medi. Per contro la popolazione del gruppo è cresciuta meno della media nell’ultimo decennio, anche per il più contenuto apporto della popolazione straniera. In Alessandria la popolazione residente al 31 dicembre di ogni anno dal 2001 al 2018 ha seguito un trend di lieve incremento annuale a partire dalle 85.430 unità del 2001 alle 93.963 del 2014 per stabilizzarsi salvo lievissime flessioni con i 93.631 abitanti del 20185. Il raggruppamento cuore verde include sei gruppi di sistemi locali molto diversi tra loro, che vanno dalle aree montane delle Alpi e degli Appennini alle fasce collinari, per esempio in Toscana e in Umbria, 

3 L’individuazione dei sistemi locali del lavoro e la verifica di come si siano evoluti o trasformati nel corso del tempo si fonda su un algoritmo che opera sulla matrice degli spostamenti giornalieri tra gli oltre 8 mila comuni italiani, e rappresenta pertanto un tradizionale prodotto elaborato sulla base del grande dettaglio informativo assicurato finora solamente dal censimento della popolazione. 

4 Indici di vecchiaia, di dipendenza demografica, di struttura e di ricambio della popolazione attiva e rapporto tra anziani e bambini. 

5 Andamento demografico della popolazione residente nel comune di Alessandria dal 2001 al 2018. Grafici e statistiche su dati ISTAT al 31 dicembre di ogni anno. 10 

ma distinguibili per altre caratteristiche che ben descrivono i destini potenziali di questi territori. Nell’alessandrino sono presenti zone con dotazioni storico-culturali e produzioni agricole di qualità oltra che ad un afflusso turistico di un’utenza rivolta alla ricerca della natura e di un turismo esperienziale. 

Per individuare la recente trasformazione alessandrina dobbiamo considerare gli anni a cavallo tra Otto e Novecento che registrano l’ennesimo cambiamento urbano favorito dal consolidarsi della presenza industriale: Alessandria e la Borsalino, con i suoi 3500 dipendenti alla fine degli anni dieci, che ormai si identificano; la dimensione che più tardi sarà definita della “one company town” si consolida e sembra farsi invincibile malgrado stiano iniziando alcuni sintomi di debolezza sui mercati globali a partire dalla fine del primo conflitto mondiale. La visione aziendale della famiglia Borsalino si traduce anche in importanti scelte di mecenatismo in favore di operai e cittadini con Alessandria che in pochi decenni vive un modernismo in architettura con due casi: il Dispensario antitubercolare e la Casa per impiegati che la trasformano in una capitale italiana del razionalismo novecentesco. Le vicende belliche del XX secolo, e in particolare i due conflitti mondiali, incidono pesantemente su uno sviluppo che negli anni iniziali del secolo aveva sicuramente registrato il proprio periodo d’oro. Il boom del secondo dopoguerra, condiviso col resto del Paese ma presto rivelatosi fragile, la crescita demografica arrestatasi dopo che negli anni Settanta la città ha raggiunto la quota record di 100.000 abitanti, la difficoltà ad essere riconosciuta come autentica guida di una provincia che preferisce sentirsi “federata”, diventano elementi che incidono sull’immagine che Alessandria ha di sé negli anni più recenti e che rendono difficile ai cittadini pensarsi nei termini di quell’orgoglio che nasce da un senso forte di appartenenza. A conclusione emergono con chiarezza alcuni dati di natura identitaria. Sembra avere caratteri oggettivi e difficilmente reversibili la crisi che alcune vocazioni cittadine hanno conosciuto nel corso dello scorcio finale del secolo scorso e nei primi quindici anni di quello attuale tra cui quella commerciale, oggetto di una radicale trasformazione di sistema a danno della forma di scambio commerciale fisso e di vicinato. Un caposaldo cittadino, oggetto di una presenza plurisecolare e di una radicata tradizione, viene messo in discussione dalla trasformazione della distribuzione commerciale, che sempre più chiaramente necessita di una revisione di sistema. Ne sono prova il proliferare di insediamenti della grande distribuzione nelle aree urbane periferiche, l’insediarsi dei nuovi sistemi di distribuzione collegati a fenomeni come quello dell’eCommerce, e ancora il grande successo di una realtà prossima alla città come quella dell’outlet di Serravalle Scrivia, capace di una forza di attrazione che supera i 5 milioni di visitatori annui. 11 

Grandi trasformazioni, non necessariamente tutte di segno negativo, hanno interessato anche il mondo della produzione. La crisi dell’azienda alessandrina per eccellenza, la Borsalino, ha tolto alla città un soggetto produttivo dagli elevati numeri e un modo con cui identificare la città durato per quasi un secolo. L’evento critico ha dato vita a un fenomeno evolutivo che col superamento della “fabbrica unica” e la politica delle aree attrezzate di fine Novecento ha favorito il fiorire di centinaia di micro, piccole e medie imprese industriali, commerciali e artigianali, accanto ai nomi più tradizionali dell’Alessandria produttiva come Guala e Paglieri. Questo irrobustimento produttivo si è inoltre accompagnato al rafforzarsi della presenza agricola, sempre attenta a introdurre innovazione tecnologica e colturale per rimanere al passo con i tempi. 

Gli elevati livelli di competitività tra territori originano difficoltà nella gestione e sviluppo della vocazione logistica pur restando uno degli elementi che caratterizza l’economia e la società del capoluogo di provincia. Se il depotenziamento dei collegamenti ferroviari conseguente ad alcune scelte compiute in favore del collegamento Torino-Milano e del sistema dell’alta velocità è risultato oggettivamente penalizzante, restano molti elementi a favore dell’identità logistica alessandrina. Primo tra tutti un dato di fatto geografico e cioè la collocazione della città nel cuore del triangolo industriale, in un ambito spaziale che ne fa l’ideale entroterra a servizio delle necessità dei porti liguri. Altri dati di grande interesse restano la buona disponibilità di spazi vocati e in alcuni casi già attrezzati come l’area di smistamento lungo quella che rimane una importante direttrice di trasporto dal mar Ligure al centro Europa e al centro di un rilevante incrocio della rete stradale e autostradale (Regione Piemonte, aprile 2018). 

La Regione Piemonte, nell’ambito del documento appena sopra citato, realizzato all’interno di un recente programma FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale), ci ha offerto la descrizione di Alessandria come una città di scambi con vocazioni storiche che stanno attraversando radicali trasformazioni, che hanno messo in discussione il tessuto identitario della città. Tuttavia, se ci concentriamo sullo specifico caso studio del quartiere Cristo troviamo alcune peculiari specificità. Il Cristo si caratterizza per un forte senso di identità e appartenenza comunitaria, un’alta presenza di attività commerciali ed artigianali di vicinato vocate nel fornire qualità ed eccellenze nei prodotti e nel servizio. Inoltre sono presenti organizzazioni, associazioni interessate alla valorizzazione del territorio e con capacità di fare rete, cooperare, dialogare con le istituzioni pubbliche e private per ottenere obiettivi anche specifici ma non in contrasto al bene comune del quartiere. Ne deriva la presenza di un capitale sociale creato 12 

attraverso l’interazione umana che avviene in specifici e delimitati spazi urbani dove rapporti di vicinato e cooperazione originano anche sorveglianza sociale e sicurezza. 

Il Cristo pare in grado di mettere in atto attività collettive che posseggono proprietà auto-organizzanti, di coesione e continuità nel tempo. Emergono elementi come le reti che collegano i soggetti, individui o gruppi e che assumono una tipologia locale, reti corte in quanto posizionate su una scala territoriale che permette una relazione face to face di fiducia e reciprocità. Una seconda caratteristica è l’insieme di prerogative di un ambiente locale che la rete dei soggetti operanti all’interno considera come patrimonio con potenziali possibilità di valorizzazione. Il terzo elemento è il rapporto che la rete locale instaura col milieu locale e l’ecosistema e che potrebbe permettere alle potenzialità del milieu di diventare valori comunicabili e scambiabili. 

Il quartiere appare come un sistema locale pensato dai residenti come una “città nella città”6. Il Cristo sembra rappresentare un’immagine di sé distinta dalle restanti aree cittadine, disegnare confini che delineano una comunità che si ritiene in grado di conservare, rigenerare o ricreare un proprio capitale sociale. È una descrizione che contiene il superamento della nozione di periferia come marginalità rispetto ad un centro. Emerge, al contrario, l’immagine di un quartiere segnato da rapporti significativi tra attori, con reti relazionali sociali e spazializzate attivate da un costante coordinamento spazio-temporale dei soggetti. Ciò può avvenire in un determinato territorio che comprende risorse a cui attingere per il proprio sviluppo, un territorio che si è configurato in base alle caratteristiche assunte dal sistema sociale nello scorrere del tempo. Non si crea certamente un’area autosufficiente ma un sistema aperto rispetto ad altri sistemi territoriali e il suo collocamento in uno spazio specifico non deve far pensare ad un isolamento da contesti più ampi. La continua ricerca di ogni individuo di un’appartenenza, spaziale o meno, ad una comunità può trovare una possibile soluzione in un’area come il Cristo, dove il luogo abitato e vissuto dall’uomo diventa riconoscibile e definibile, come vedremo, attraverso l’individuazione, a sua volta, di un suo centro storico che consente aggregazione, contatti, nascita di legami e comunione di vita sociale malgrado i cambiamenti storici di contesto. Il rischio è di vedere emarginati ai propri confini quanto è indesiderabile o destabilizzante come conflitti sociali e alcune popolazioni. Per superare il senso 

6 La definizione “città nella città” viene utilizzata non solo dai testimoni privilegiati intervistati ma emerge anche in articoli locali tra cui tra cui quello di Radio Gold del 13 ottobre 2019: “Gran finale della Festa del Cristo ad Alessandria. La “città nella città” sarà ancora più viva questa domenica 13 ottobre”. Fonte: URL: <http://radiogold.it&gt;, [sito visitato il 7 aprile 2020] dove si presenta anche il programma della Festa del Cristo 2019, titolo “Festa del Cristo Alessandria, La Città nella Città!”. Del 5 al 13 ottobre 2019”. 13 

di marginalità ed esclusione diventa importante l’identificazione con un luogo che può essere un punto di incontro ed interazione 

Siamo di fronte ad una visione di sé caratterizzata da un forte senso di identità e un livello di socialità che lega l’area sud di Alessandria, peculiarità che emergono anche attraverso le testimonianze ed interviste raccolte che mostrano comunque inconsapevolezza, come se ci trovassimo di fronte ad un dato di fatto. 

Per scoprire come si sia creato il mix che vede un quartiere porsi in un rapporto alla pari con la città e il suo centro amministrativo diventa necessaria un’analisi storica dello stesso individuando due periodi, i cento anni dai primi dell’Ottocento ai primi del Novecento (secondo capitolo) e quelli recenti (terzo capitolo). La divisione si considera necessaria in quanto gli eventi, la presenza di infrastrutture, le decisioni politiche e il periodo economico legato alla grande industria fordista furono alla base di una forte urbanizzazione dell’area. Nel secondo periodo all’indicatore popolazione si collegarono ulteriori variabili come decisioni istituzionali indirizzate verso uno sviluppo edilizio popolare che avrebbe accolto sfollati, profughi, immigrati per eliminare la loro presenza nel centro nel tentativo di costruire una decorosa città. In questo modo si originarono aree periferiche con emarginazione e criticità sociali che avrebbero potuto mutare il Cristo in una delle tante periferie degradate, prive di servizi che, nell’immaginario collettivo, sono considerate satelliti dei centri cittadini. Eppure il quartiere ha dimostrato di non dimenticare ed essere in grado di rinnovare un senso di comunità. Di pari importanza sono la letteratura e i contributi teorici ed analitici che provengono da vari ambiti di studi e interessi esposti nel primo capitolo. Contributi che riguarderanno in particolar modo vaste realtà urbane come metropoli e megalopoli lette come le maggiori aree di urbanizzazione future e descritte nella loro forma con modelli teorici generalizzabili. Ma se consideriamo l’area europea e in particolare l’Italia il maggior numero di popolazione risiede in città di piccola e media dimensione che vedono la presenza di zone periferiche che attraverso la loro evoluzione possono offrire interessanti spunti per una virtuosa crescita. Il quartiere diventa oggetto e soggetto delle politiche urbane, il territorio idoneo per rilevare meccanismi innovativi di avvicinamento, dialogo e collaborazione tra istituzioni e società civile anche con modalità originali, innovative e sostenibili di partecipazione in modo attivo a scelte e pratiche collettive indirizzate al rafforzamento della solidarietà, della qualità della vita e dell’ambiente oltre allo sviluppo della propria realtà locale. Nell’ultimo capitolo si considererà il caso studio quartiere Cristo nella sua unica e irripetibile complessità con uno studio di caso condotto a fini descrittivi, 14 

esplicativi, che perseguono le funzioni di descrizione e spiegazione di una specifica realtà di periferia urbana. 15 

1. – Le città come luogo di confronto tra attori 

Numerose analisi di aree urbane si basano sulla visione della città come attore collettivo in grado di riflettere, elaborare strategie, stringere alleanze, in poche parole in grado di agire. Pur trovando stimoli interessanti in queste analisi, si ritiene la città non tanto concepibile come un soggetto ma piuttosto come un luogo in cui gli attori si confrontano (Perulli, 2007) e dove l’agire è messo in atto da singole o più persone. Per Weber (1922) sono “processi o connessioni dell’agire specifico di singoli individui” in quanto non si riconosce alcune personalità collettiva “agente”. In quest’ottica la città diventa una rappresentazione mentale che guida l’individuo nell’azione che si differenzia secondo la categoria con cui pensiamo la città che può essere politica, spaziale, economica ma anche più ristretta come il quartiere o estesa come l’intera regione a seconda delle diverse collocazioni come abitante, turista, funzionario o altro. Comprendere l’agire non si può scollegare da una visione weberiana di “tipi ideali” di città occidentale come ad esempio quella di produzione, commerciale o di rendita createsi dallo smembramento del potere della comunità tradizionale e domestica attraverso lo scambio con l’esterno, il mercato, con la nascita dell’impresa capitalistica, della città e dell’economia monetaria. Questo sino ad oggi dove l’impresa manifatturiera viene rimpiazzata dalla produzione immateriale basata sulla conoscenza senza annullare la rilevanza sociologica del tipo. Diventano tipologie che svelano il rapporto ma anche la tensione tra diverse sfere che si tramutano in zone economiche, politiche, etiche ed estetiche della città contemporanea. La città diventa un ideale laboratorio dell’agire condizionato con forme di collaborazione involontaria, di convivenza passiva o per imitazione, che si intrecciano con l’agire sociale intenzionato, un agire di comunità. Una formazione sociale come la città o lo stato termina la propria esistenza con la sparizione di forme di azione sociale orientate in base al senso (Weber, 1922). Non solo i legami sociali sono presenti nei centri urbani ma anche l’agire contrattuale (Perulli, 2016), di relazioni basate sullo scopo, un agire economico, funzionale che si somma all’agire sociale ma anche a quello per uso e per costume con regole non imposte ma acquisite anche nel lungo periodo. Sono un tipo di relazioni che non interessano esclusivamente la sfera economica ma le ritroviamo in ogni campo della vita sociale, l’ambito politico, creativo e scientifico. Nella città avvengono anche veloci cambiamenti nei significati attribuiti alle relazioni sociali con bruschi passaggi dalla solidarietà allo scontro di interessi possibili fonti di conflittualità. Gli uomini reali tentano di arginare eventuali dispute rappresentandosi come esseri comunitari pensando 16 

alla città come luogo in cui si costruisce e deposita il capitale sociale (Coleman, 1990). Si tratta di un concetto basato su due elementi analitici: le risorse di tipo morale che trasformano un insieme di individui in una comunità. Ulteriore elemento è lo stock variabile di risorse immateriali e di opportunità per l’azione derivanti dall’insieme di relazioni e reti sociali in cui l’attore è inserito e che è in grado di servirsene (Perulli, 2007). La caratteristica che lo distingue da altri capitali è di essere un bene pubblico che nasce dall’interazione tra individui, diventa il capitale della società civile, un suo prodotto che non deriva né dal privato né dallo stato, in grado di prodursi in modi dissimili a seconda delle forme assunte dalle società civili, dall’interazione tra individui e gruppi e attraverso il rapporto con altre forme di capitale come quello economico o statuale. Jane Jacobs (1961) applica il concetto di capitale sociale alla città e all’interazione umana che prende vita in specifici e ristretti spazi urbani dove rapporti di vicinato, di cooperazione creano anche condizioni di sorveglianza sociale e sicurezza. Il capitale sociale prefigurato dalla Jacobs diventa impossibile in uno sviluppo urbanistico di vasta scala legandosi alla tradizione e a istituzioni sociali come la famiglia, le reti parentali, etniche, di vicinato. Per Coleman (1990) assumono importanza le organizzazioni formali come università, imprese, associazioni, forme di rappresentanza più o meno formalizzata in grado di produrre capitale sociale di tipo tradizionale sviluppando relazioni di fiducia e integrazione. 

1.1 Comunità, città, metropoli, necropoli 

Per affrontare uno studio sulle città o perlomeno sue parti non è possibile trascurare “La città nella storia” di Lewis Munford (1961). Nel libro l’autore presenta un excursus dalla preistoria sino alle moderne città del dopoguerra. Nel libro la città è vista come il ritratto, il monumento e il mezzo biografico per raccontare la storia, attraverso i secoli, della razza umana. L’autore, attraverso un’attenta lettura dei rapporti tra tecnologia, urbanesimo e civiltà, ha arricchito la coerenza tra due termini contrapposti: comunità e società. Da tale dicotomia ha fornito una chiave di lettura della storia urbana individuandone le prime germinazioni nel paleolitico con i gruppi umani non stabilmente insediati ma con la necessità di incontro e scambio. 

Tali proto-città, erano luoghi di riunione che risultavano punti di attrazione per popolazioni nomadi che necessiteranno in seguito di un recinto nel momento in cui si trasformeranno in villaggio con una organizzazione tendenzialmente pacifica ed egualitaria priva di fenomeni di divisione del lavoro. Una grande svolta avviene con la presenza di gerarchie militari e sacerdotali alla base della nascita della città ben differente dal contesto 17 

rurale circostante e al servizio delle caste. Con il tempo questi centri si impongono per le loro caratteristiche dominanti sui precedenti villaggi, mentre le preesistenti religioni che si ispiravano alla natura sono sostituite da una religione trascendente alla base della teocrazia, di un potere divino. Dal villaggio paleolitico si passa a un tipo di organizzazione urbana che, secondo Mumford, manterrà alcuni tratti comuni presenti in tutta la storia delle città, dalla polis greca all’urbanesimo della prima industrializzazione. Ogni traccia umana è però testimonianza di interessi ed angosce. Un esempio è il rispetto per i morti: la città dei morti precede quella dei vivi, il primo germe della città è il luogo di riunione cerimoniale e di pellegrinaggio. Per l’autore il modello è ciclico con la città che origina la metropoli che, attraverso un’espansione insostenibile, si tramuta in necropoli. Per Munford il mondo non deve essere governato dalla tecnologia, diventa necessario raggiungere un equilibrio con la natura. La sua visione ideale è quella che può essere descritta come una “città organica”, dove la natura non è usurpata dall’innovazione tecnologica ma piuttosto prospera con essa. Il suo non risulta comunque un attacco alla città ma piuttosto una valutazione della sua crescita, con i fenomeni di agglomerazione e congestione che essa porta con sé: le reti ferroviarie, per esempio, furono progettate in modo da costringere passeggeri e merci a raggiungere la metropoli prima di ogni altra località. La stessa ottica viene applica alla progettazione della rete viaria dove il problema della circolazione viene risolto con il trasporto automobilistico privato, la forma che prometteva un maggiore profitto finanziario. La demolizione delle mura urbane diviene per l’economia di mercato insieme una necessità pratica e un fatto simbolico; la popolazione è sempre più disseminata e vive un costo dal distacco spaziale sproporzionato rispetto ai presunti benefici: una vita buia, incapsulata, vissuta sempre più dentro un’automobile o come folla solitaria davanti ad un televisore. Per l’autore la metropoli è una città storica cresciuta eccessivamente, comunque un’entità, mentre la conurbazione della megalopoli, al contrario, risulta una non-entità, una città-regione. 

1.2 La comunità nelle varie forme di metropoli 

La forma della metropoli è vista come informe, la meta è l’espansione senza meta; attività umane spontanee come le chiacchiere quotidiane vengono sostituite da professionisti che interpretano sui giornali o per tv tutto ciò che accade: nel mondo metropolitano le masse vivono per interposte persone come lettori, spettatori, ascoltatori, osservatori passivi. I problemi della metropoli sono riflessi di una civiltà in espansione con mezzi scientifici e fini vuoti, primitivi e 18 

irrazionali. Una visione del mondo più organica potrà rendere giustizia a tutte le dimensioni degli esseri viventi e delle personalità umane. Il concetto di comunità in contrapposizione a quello di società risulta alla base di molte teorie sociologiche a partire da Ferdinand Tönnies (1887) che intravedeva nella città la patria della Gesellschaft (società) in presenza di rapporti umani caratterizzati da un alto livello di individualismo e impersonalità con attori che, malgrado i legami, rimangono separati dai propri scopi e obiettivi. Eppure, dalla Scuola di Chicago in poi, la sociologia urbana individua nei tratti distintivi e legami di tipo comunitario le zone definite aree urbane interne alla città, confinate da barriere fisiche, sociali e culturali (Zorbaugh, 1926). 

Oggi il termine comunità si collega al territorio in generale e a spazi urbani in particolare, richiamando la distinzione analitica indicata da Max Weber che separava i legami di tipo comunitario da quelli sociali in quanto relazioni che si distinguevano per differenziati interessi e motivazioni degli attori ma che coesistono tra loto (Weber, 1986, pp. 38-40). Per Bagnasco (1999, p. 37) non esiste società contemporanea di qualunque dimensione con soli legami di tipo comunitario ma tracce di tali legami persistono nelle società locali, anche a livello infraurbano. L’idea di comunità diventa l’antidoto di fronte all’incertezza, alla discontinuità e alla disgregazione delle città contemporanee indirizzando i comportamenti, i disegni progettuali e anche le scelte politiche di alcune aree urbane (Balduzzi, Servetti, 2014, p. 96). 

L’ideale di comunità risorge quando questa viene meno (Bauman, 2000). Se la comunità viene associata ad un senso positivo per Bauman il problema è che la ricetta con cui vengono realizzate le “comunità realmente esistenti” non fa altro che rendere ancor più acuta e difficile da sanare la dicotomia tra sicurezza e libertà. Le mappe che rappresentano l’identità di ciascuno sono multiple, non si collocano in un luogo. 

L’analisi sociologica della città, a livello italiano, ha rivolto l’attenzione a fenomeni della cultura comunitaria sviluppatisi a livello socio-economico in sistemi contemporanei con caratteristiche urbane. In questi ambiti diventa un fattore rilevante la fiducia reciproca tra soggetti che hanno rapporti interpersonali anche in campo economico regolati da norme precise ed impersonali ma che richiedono garanzie per il raggiungimento di soddisfacenti transazioni anche con meccanismi in grado di ridurre l’incertezza. Eppure, come riportato nel testo “Sociologia delle città” (Mela, 2016, p. 34), nella società contemporanea persistono anche rapporti di reciprocità non finalizzati al profitto ma regolati da norme e valori profondamente sentiti quali i rapporti nella cerchia familiare, reti amicali, organizzati da associazioni di volontariato o di self-help (Bagnasco, 1999). 19 

1.2.1 La volontà di appartenenza ai luoghi 

Eppure anche nelle nuove dinamiche post-metropolitane l’individuo cerca l’appartenenza, spaziale o meno, a comunità epistemiche che, autosostenendosi, offrono senso (Perulli, 2009, p. 23). Diventa una visione del rinnovo urbano visto come continua capacità di adattamento interpretato da Norberg-Schulz (1979, p. 18) come: “Proteggere e conservare il genius loci significa infatti concretizzare l’essenza in contesti storici sempre nuovi. La città abitabile non deve perdere la centralità ma ricordare, conservare e restituire, incrementare, riprodurre, moltiplicare”. Il rischio della città compatta è lo spostamento verso i propri confini di popolazione e conflitti sociali con un ampliamento delle periferie che vede un estremo esempio europeo nelle banlieu francesi, il moltiplicarsi di cités per immigrati. Il bordo della città diventa luogo di esclusione sociopolitica ed etnica. I bordi della New York di Sennett (1991, p. 201) sono un mosaico poco o per nulla penetrabile a causa di una urbanistica che pianifica la chiusura dei bordi conflittuali e dissonanti della città invece di agevolare esperienze di incontro e riconoscimento tra diversi. Ma anche un urbanesimo che tenta di evitare la perdita di popolazione e favorire la mescolanza sociale ed etnica (Sennett, 2004, p. 23) può risultare fallimentare se gli abitanti non si sentono rispettati e coinvolti. Non rispettati in quanto non visti come essere umani a pieno titolo e non coinvolti perché trasformati in spettatori dei propri bisogni e consumatori di servizi di assistenza. 

1.2.2 I riferimenti spaziali metropolitani 

Per Jean Luc Nancy (2002, pp. 38-39) “C’è stato un tempo in cui la città tentacolare è emersa dalla città comunale e fortificata: oggi una molteplicità di tentacoli forma una ragnatela che unisce e al contempo separa le città e le campagne, in una proliferazione frattale […] La città è una totalità sparpagliata”. L’idea di centro della città decade di fronte alle città americane come Los Angeles osservata da Nancy come puro attraversamento: “il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte, o al contrario”. Una griglia urbanistica che annulla le caratteristiche degli ambienti naturali e sociali come le proprietà geografiche dei luoghi. Così nasce la neutral city che, attraverso la neutralizzazione degli spazi, permette uno sviluppo infinito della rendita capitalistica, l’etica spaziale del capitalismo di Weber (1991, p. 214): “ora veniva sul mercato della vita, si chiudeva alle spalle la porta del convento e imprendeva e pervadeva proprio la vita quotidiana mondana nella sua metodicità, a trasformarla in un’esistenza razionale nel mondo eppure non di questo mondo e per questo mondo”. Il mondo 20 

assume il significato di “mondano” determinando lo straniamento che coglie il soggetto nello spazio di mercato. Il modello urbano a griglia prettamente americano (Sennett, 1990, p. 53) disorienta coloro che si muovono all’interno non riuscendo a stabilire il valore di “luoghi senza centri né confini”. 

In questa raffigurazione urbana il centro si moltiplica al contrario della città generica di Rem Koolhaas e Bruce Mau (1995) dove l’indifferenza al luogo diventa un valore pur scontrandosi con un paradosso: “cittadini senza città” poiché la banalizzazione e la perdita di senso dei luoghi finiscono per annullare l’idea stessa di città e di mondo inteso come “spazio di sensi” (Nancy, 2002). 

L’impatto della globalizzazione induce il dibattito scientifico a perdere interesse verso la dimensione spaziale. Gieryn (2000), con il suo articolo intitolato “A Space for Place in Sociology”, invita gli studiosi di questa materia a dedicare maggiore interesse a tale dimensione. In un’epoca di profondi e accelerati mutamenti negli stili di vita e nelle tecnologie, in cui la compresenza spaziale diviene relativa e la separazione spazio-temporale nelle interazioni sociali tra gli individui sembra prevalere, l’autore si chiede se abbia ancora senso oggi parlare di luoghi. Con il termine “place” l’autore identifica tre elementi compositivi: dimensione geografica, dimensione materiale, significato e valore. La prima dimensione si riferisce all’unicità di un luogo, è ciò che lo contraddistingue qui e ora e ciò che può renderlo attrattivo anche a persone lontane. La componente materiale si riferisce alla natura artificiale o naturale, un luogo ha una sua fisicità con cui siamo costretti a relazionarci; ogni fenomeno sociale passa attraverso la spazialità di un luogo. Lo spazio anonimo si trasforma in luogo grazie a quel processo di collocazione di idee, significati e valore economico. Lo spazio diventa l’esito di un processo di produzione sociale e Gieryn giunge all’identificazione delle modalità con cui tale processo si compie: il potere, le professioni, il senso dei luoghi. Attraverso la dinamica del potere la produzione dei luoghi è frutto dell’azione di gruppi di individui, di coalizioni che intervengono nello spazio esercitando il proprio potere economico e perseguendo finalità specifiche. Ma la forma spaziale è frutto del lavoro di specifiche professionalità: architetti, ingegneri, maestranze, designers, fornitori vari, artisti, ecc. Il risultato finale di questi luoghi è in realtà immagine di questi professionisti dove la forma e la tipologia di un grande edificio urbano costruito da un’archistar diviene simbolo riconoscibile della coalizione che ha trasformato, in base ai propri obiettivi, un determinato spazio, e conseguentemente immagine stessa di una città. Infine, dal lato dei cittadini, Gieryn identifica una terza dinamica, il senso del luogo; anche se i luoghi possono essere costruzioni plateali, grandiose, espressione reale 21 

della coalizione tra investitori e progettisti, essi non sono mai prodotti una volta per tutte. I luoghi sono prodotti infinitamente da tutti gli individui che lo vivono. La forma dei luoghi influenza la percezione che gli individui si fanno rispetto a quell’ambiente; essi sono in grado di influenzare il giudizio su ciò che sia luogo e ciò che non lo sia. Il luogo è quindi l’esito della produzione culturale che gli individui elaborano rispetto ad uno spazio anonimo. 

1.2.3 I quartieri e la centralità dei luoghi di incontro pubblico 

La città arcipelago sembra annullare l’idea di città compatta, eppure per Orham Pamuk (2006, pp. 68-86) Istanbul ha un’anima. 

Percorrendola sembra infinita e senza centro, un luogo anonimo con un insieme di case abitate da individui senza legami eppure è composta di innumerevoli quartieri dove tutti si conoscono in modo più o meno stretto. Sono quartieri dove si identifica un centro anche se costituito da un negozio punto di raccolta per chi vive il luogo e interagisce con gli altri residenti. Jane Jacobs (1961) individua negli innumerevoli contatti che avvengono per strada, sul marciapiede, nelle piccole attività commerciali di quartiere l’impulso alla nascita dei rapporti basati su rispetto e fiducia, alla sensibilità per il carattere pubblico degli individui, un universo di relazioni che nascono con la presenza di una strada pubblica vista come luogo di incontro e scambio aperto a tutti coloro che vi vivono. L’autrice si dimostra critica rispetto ad una suddivisione della città in varie zone determinate per la loro destinazione essendo finalizzate ad una urbanistica prescrittiva con la necessità di predeterminare gli assetti fisici e spaziali della città negando la capacità auto organizzativa della comunità. Al massiccio rinnovo urbano di metà Novecento, allo zoning, la Jacobs contrappone concetti che prevedono un uso diversificato del territorio e occhi sulla strada per uno spazio difendibile. La sicurezza, nell’idea della Jacobs, non è appannaggio esclusivo della forza pubblica; essa è messa in atto soprattutto da una complessa e inconscia rete di controlli spontanei e di norme accettati e fatti osservare dagli abitanti stessi. Per quanto la polizia sia presente e diffusa capillarmente in un quartiere, anche problematico, non sarà mai in grado di garantire completamente l’esercizio della sicurezza. La strada con i suoi marciapiedi figura la metafora della sicurezza urbana. Per l’autrice un’altra condizione necessaria per una circolazione pacifica fra gli estranei tra le vie di una metropoli sono gli insediamenti commerciali. Questi esercizi offrono sia ai residenti che agli estranei ragioni concrete per frequentare i marciapiedi su cui si affacciano creando 22 

animazione suscitata dalla gente che frequenta questi negozi diventando a sua volta un’attrattiva per altra gente. 

Una comunità locale che si presenta su piccola scala è vitale ma a rischio di una gentrification omologante, di smarrire valori come peculiarità e mixitè in contrasto permanente con la somiglianza tipica dei gruppi primari (famiglia, etnia o associazione) altrettanto fondativa della nostra società. Nel contempo è un’ampia scala quale la metropoli che consente accessibilità e apertura ma se diventano continue e illimitate si crea il conflitto con la privacy e la sua tutela rendendo difficoltosa la ricerca di una sintesi (Bagnasco, 1994, Perulli, 2009). Negli anni in cui la Jacobs critica la zonizzazione delle grandi città americane una regia statale francese pianifica e realizza zone di edilizia sociale (1958 – 1973). Si creano aree di relegazione sociale su base di classe ed origine etnica. Diventano zone con una forte presenza di giovani francesi di origine extra-europea con il doppio di disoccupati rispetto ai loro coetanei di origine francese che hanno cinque volte maggiori possibilità di accedere a colloqui di lavoro (Castell, 2007, p. 121 sgg.). Lo Stato non sembra impegnato nel creare le condizioni di una completa cittadinanza sociale. “Effetti di luogo” sono stati definiti da Bourdieu (1993) i risultati diretti ed indiretti, voluti o inattesi, dell’intervento statale nello spazio. Luogo, spazio fisico dove si trovano agenti in possesso di diversi e maggiori capitali economici, sociali e simbolici, in grado di escludere altri e occupare posizioni esclusive. Lo spazio diventa luogo in cui il potere esercita una violenza simbolica che non viene percepita come tale. Lo Stato interviene sulle città imprimendo una forma dall’alto e dal centro segnando lo spazio sociale. 

1.2.4 Povertà e risorse, le reti di sostegno 

La povertà non viene messa solo in relazione alla mancanza di un reddito adeguato ma anche alla scarsità di risorse ritenute variabili nel tempo e nello spazio. Attraverso l’analisi empirica dei percorsi seguiti dai soggetti e che portano a condizioni di povertà (Guidicini, Pieretti, 1992) emerge che le risorse mancanti non sono solo monetarie ma comprendono un insieme di fattori culturali come il grado e livello di istruzione, politici potendo o meno influire sulle decisioni politiche tramite propri rappresentanti, relazionali per la presenza o meno di contatti con reti di solidarietà e sostegno. Per Berzano (1992) e Mela (1993) importante, per un’analisi della povertà urbana, è considerare le reti sociali. La povertà non deve essere letta come uno stato permanente ma una condizione anche temporanea dipendente dall’indebolimento delle relazioni sociali a cui il soggetto si connette nella ricerca di soddisfacimento dei propri bisogni 23 

materiali ed immateriali. Sono reti che aiutano i soggetti nella soluzione dei problemi quotidiani svolgendo anche un ruolo sostitutivo quando mancano i redditi adeguati, l’allontanamento da tali reti crea vulnerabilità e disagio sociale aumentando i rischi di impoverimento. Il rischio povertà si collega a gruppi di lavoratori a bassa retribuzione ma anche a specifiche condizioni familiari, stili di vita, origini etniche. Il contesto territoriale diventa importante per la connessione alle reti sociali e quelli maggiormente favorevoli sono le città medio-piccole dove maggiore è la visibilità dei soggetti in condizioni di disagio che sollecita un pronto intervento. 

1.3 L’urbanesimo fordista 

Le caratteristiche di un insediamento urbano derivano da vari fattori spazio-temporali, scelte politiche, economiche, la presenza di uno o più centri, lo sviluppo delle periferie, il senso di comunità ma importante diventa un’analisi storica legata allo sviluppo economico. L’ipotesi di autori come Kondratiev (1926) prevede la suddivisione in periodi della storia economica degli ultimi duecento anni individuando uno sviluppo realizzato con ondate cicliche di lungo periodo. La ciclicità, malgrado sia determinata da una varietà di eventi e differenze nei singoli contesti, segue un andamento nei processi di sviluppo economico in presenza di cicli di lungo periodo di espansione e declino che si accompagnano ad analoghi cicli di crescita e di contrazione dei prezzi dei beni prodotti. Secondo Kondratiev la durata media dei cicli delle onde lunghe è di circa 50 anni. Un fattore che si lega ai cicli economici mondiali e ne consente una interpretazione è la dinamica periodica dell’innovazione tecnologica. Le invenzioni che consentono uno sviluppo nei settori produttori di beni e di servizi si succedono nel tempo con periodi di intensificazione e ristagno. Disaggregando in quattro fasi ogni onda lunga del ciclo economico si possono individuare le conseguenze del ciclo di innovazione tecnologico. Se la durata dei cicli è cinquantennale la storia dell’epoca industriale ne contiene quattro completati, il quinto potrebbe essere l’attuale ancora in corso. Secondo la classificazione di Freeman (1989) i cicli completati sono individuabili con il primo, quello della prima meccanizzazione basato sull’industria tessile (1770-1840 circa). Il secondo ciclo incentrato sull’uso del vapore come forza motrice e sullo sviluppo delle ferrovie (1840-1890). Il terzo ciclo vede l’introduzione della forza elettrica e l’ingegneria pesante (1890-1940). Il quarto ciclo si basa sulla produzione di massa di tipo fordista (1940-1990). Le indicazioni temporali sono sommarie in quanto ogni periodo si sovrappone al successivo. L’epoca attuale è individuabile dagli anni settanta attraverso il superamento del quarto periodo e il delinearsi di uno successivo. Per il quinto ciclo 24 

la centralità viene assunta dalle tecnologie elettroniche e i processi di elaborazione dell’informazione e della comunicazione a distanza. Le onde lunghe dello sviluppo industriale influenzano il fenomeno dell’urbanesimo con la loro alternanza di fasi di innovazione e stagnazione che aumentano o diminuiscono l’attrattività della città con un ritmo altrettanto ciclico. Per Berry (1988), negli Stati Uniti nel periodo 1790-1980, i tassi di urbanizzazione rimangono positivi ma con picchi e rallentamenti che seguono le fasi cicliche economiche. Questa rappresenta una risposta limitata agli aspetti demografici dell’urbanesimo. Più interessanti sono gli effetti che ogni ciclo economico ha sulla stratificazione sociale, sui modi di vita, sui conflitti e sulla stessa forma fisica della città. Ogni fase economica muta l’aspetto della città e ne trasforma i lineamenti sociali. 

Avvengono mutazioni di potere tra alcuni strati sociali ed altri, emergono categorie di operatori economici e altre vedono un declino, crescono o diminuiscono le distanze tra i quartieri con diversi gruppi sociali, vengono premiate alcune competenze altre no. Sono cambiamenti che riguardano anche l’ambiente costruito della città come le sue infrastrutture che vedono una rapidità di crescita nelle fasi iniziali di ogni ciclo per rallentare nella maturità e stagnazione. Ne consegue che anche la storia della città si suddivide in periodi di lunga durata seguendo la dinamica dello sviluppo economico con fasi coerenti tra loro. La città risulta sensibili agli stimoli esterni ma deve metabolizzarli per renderli compatibili alle esigenze cittadine. Ogni nuovo stimolo si deve rapportare con i caratteri sociali, economici, culturali e fisici ereditati dal passato, ormai stratificati e sedimentati nel corso della storia. La città diventa ricettiva rispetto all’innovazione ma con una forma selettiva accogliendo alcuni elementi innovativi ed altri no, l’innovazione muta sulla struttura urbana ma deve interagire con elementi che non mutano o si trasformano con una velocità più lenta (Cavallero et al., 1993). Si può affermare che i cicli di sviluppo urbano possano essere messi in relazione con le onde lunghe della dinamica economica delineando modelli di città definite come “la città della prima meccanizzazione”, “la città fordista” riferendosi ad una urbanizzazione del primo Ottocento o negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, la città nel corso del quarto ciclo economico. Per il periodo contemporaneo l’etichetta è “la città post-fordista”. 

1.3.1 I costi sociali del fordismo 

L’espansione industriale della città fordista comporta forti costi sociali, nei poli di sviluppo crescono i posti di lavoro che attirano forti flussi migratori dalle campagne ma anche da altre 25 

regioni (migrazioni verso il nord dal Mezzogiorno italiano negli anni cinquanta e sessanta) o da altri paesi. Sono correnti migratorie che creano problemi di integrazione dei nuovi arrivati esasperando i conflitti sociali, spingono la città ad una forte crescita anche con la frettolosa costruzione di nuovi quartieri poco collegati alla città, scarsi servizi e una bassa qualità ambientale (Bonifazi, 2013). In Italia, in mancanza di strumenti normativi e di cultura di programmazione urbanistica, si vedono le amministrazioni locali affannate nel tamponare le falle, investono le risorse per i problemi più urgenti incapaci di concordare con le industrie uno sviluppo meno caotico. In altri paesi europei come la Francia (Castell, 2007) l’espansione viene gestita con interventi sociali e urbanistici programmati, si costruiscono quartieri satellite, viene prevista la presenza di servizi sociali attraverso un forte aumento della spesa pubblica. Malgrado le iniziative le disparità sociali tra autoctoni ed immigrati su cui si riversa buona parte dei sacrifici richiesti per il successo della città fordista non venivano eliminati. 

1.3.2 Fattori di crisi del fordismo 

Agli inizi degli anni settanta viene meno l’insieme favorevole allo sviluppo del modello fordista, anche se si parlerà del periodo di transizione al modello post-fordista solo alcuni anni dopo. Le principali circostanze che produrranno la crisi del fordismo corrispondono ad una scala internazionale legandosi ad eventi in singoli paesi. In primis l’impennata del prezzo del petrolio e di altre materie prime in concomitanza del conflitto arabo-israeliano del 1973. Vengono a mancare la stabilità internazionale formatasi, dopo la seconda guerra mondale, con l’egemonia politica ed economica degli Stati Uniti sul mondo occidentale e la centralità del dollaro in un regime di stabili scambi monetari. Alla fine degli anni sessanta molti paesi vivono un aumento di conflitti sociali, i lavoratori rifiutano le condizioni lavorative legate alla catena di montaggio. L’insieme dei fenomeni pesa negativamente sul rendimento economico delle grandi imprese che mettono in atto strategie di ristrutturazione produttiva tendenti a diminuire il costo del lavoro pur accrescendo la produttività attraverso l’intensificazione della ricerca e l’avvio di innovazioni legate in particolar modo alla tecnologia microelettronica. Si infrange il precedente circolo virtuoso fordista che legava il rinnovamento produttivo alla crescita economica e ad un conseguente aumento dell’occupazione impulso per un incremento generale del benessere della popolazione. In particolare aumentano i redditi di una parte della popolazione attiva escludendo dai benefici disoccupati o occupati in attività saltuarie in settori marginali e poco redditizi (Mela, 2016, pp. 81-84). 26 

1.4 I termini post-fordista, postindustriale legati ad una dimensione socioculturale 

Se nel periodo fordista la tendenza dominante era quella di concentrare le attività produttive in ampi poli urbani, nell’epoca contemporanea le spinte sono centrifughe e all’esterno delle aree metropolitane oppure centripete per attività terziarie qualificate come finanza, marketing, consulenza, ricerca, attività connesse alla cultura e all’informazione. In questo caso diventa fondamentale una localizzazione nei grandi centri metropolitani, nei centri direzionali, di ricerca tecnologica e delle decisioni politiche oltre alla vicinanza con i nodi dei sistemi di trasporto data la forte mobilità degli addetti. Sono attività che necessitano di manodopera ad alta qualificazione facilmente reperibile nelle aree metropolitane. Il panorama economico post-fordista è caratterizzato da innumerevoli e accettabili possibilità localizzative dove i luoghi perdono specificità produttive ma vedono accrescere l’importanza delle loro relazioni. Lo spazio si caratterizza meno che in passato per un insieme di luoghi trasformandosi in un insieme di flussi (Castells, 1996-1998). Rimane comunque una struttura gerarchica tra parti di territorio e varie città che assume un impianto diverso dal passato diventando fondamentale la presenza del settore finanziario, di attività terziarie innovative e di infrastrutture che favoriscono le comunicazioni e gli interscambi a livello mondiale. La città acquisisce una duplice natura: un luogo di compresenza di nodi appartenenti a reti globali e un sistema economico “locale”. Per meglio illustrare questa doppia natura della città si considereranno gli aspetti delle interconnessioni a rete tra attività a livello globale e quelli che favoriscono la concentrazione parziale in aree urbanizzate e la loro integrazione in un sistema economico locale. 

Con una interconnessione mondiale si allentano i vincoli dovuti alle distanze anche per imprese e utenti finali. Si pensi in ambito commerciale all’eCommerce, bancario all’e-banking, ai sistemi di teleconferenze. Non si tratta però di una perdita di contatti diretti, a quelli telematici si aggiungono quelli personali per migliorarne la qualità, invece di veder ridotta la mobilità degli individui questa si amplia. Non si tratta comunque di un intreccio indistinto e di eguale potere di flussi verso ogni parte del mondo, esistono gerarchie e squilibri che favoriscono l’emergere di alcune città e il declino di altre. Importanti fattori di successo sono la specializzazione economica della città, la sua dotazione di infrastrutture per il trasporto e la comunicazione. 27 

1.4.1 L’importanza della comunicazione diretta 

Alcuni fattori determinanti nello sviluppo economico della società post-fordista continuano a mantenere vantaggiosa o addirittura inderogabile una localizzazione concentrata delle attività economiche malgrado lo sviluppo delle comunicazioni a distanza. Due sono i maggiori gruppi: i fattori che si riferiscono alla natura delle comunicazioni sociali nei processi produttivi e quelli che si legano alle infrastrutture e alle tecnologie. Si tratta di elementi che attraverso l’interazione organizzano un sistema economico coerente. Per Berry e Kasarda (1977) le relazioni sociali si dividono in: relazioni primarie dove gli individui si conoscono in quanto soggetti che svolgono più ruoli; quelle secondarie sono relazioni che avvengono tra individui che svolgono un unico ruolo; in quelle terziarie in rapporto sono i ruoli stessi indipendente dai soggetti che li svolgono. Per Frisbie e Kasarda (1988) l’importanza crescente delle telecomunicazioni ha fatto crescere le relazioni terziarie, ciò che conta è il ruolo e non chi in quel momento lo svolge. Rimane un aspetto parziale e valido principalmente per le relazioni di routine, ripetitive ma non per le relazioni qualificate, per coloro che svolgono funzioni rare e specializzate. Si tratta di un tipo di organizzazione attratta dai grandi centri urbani dove diventa insostituibile il ruolo della singola persona legato ad esperienza e specializzazione. I professionisti scelgono sedi in città e intervengono di persona nel rapporto con il cliente diventando insostituibile il face to face. In sostanza la localizzazione urbana diventa indispensabile per le attività che necessitano di una comunicazione diretta. 

1.4.2 La concentrazione di infrastrutture 

Un secondo ordine di fattori che motivano la concentrazione urbana di un insieme di attività economiche è la presenza di infrastrutture indivisibili, di istituzioni di varia natura, di servizi pubblici e privati, di funzioni anche interagenti atte a creare un ambiente favorevole allo sviluppo industriale e terziario. Importanti diventano la dotazione di un sistema di trasporti e comunicazione, la presenza di aeroporti, nodi del sistema autostradale e ferroviario, tutti interconnessi e con una possibilità di interscambio modale. Dai manager è richiesta la possibilità di agevoli connessioni tra il trasporto aereo e ferroviario, la presenza di agenzie per il noleggio auto, di strutture ricettive e della possibilità di organizzare convegni ed incontri di lavoro. Altrettanto importante per l’attività produttiva è la presenza di infrastrutture tecniche a rete quali quelle per la distribuzione di energia, per lo smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi, l’approvvigionamento di acqua potabile (Dupuy, 1991). Diventano aree che possono anche non 28 

identificarsi con le città ma l’allacciamento alle reti diventa più agevole in territori ad alta densità di popolazione e di attività economica. 

1.5 La città come luogo di scambio 

La città non è stata solo luogo produttivo ma anche luogo di scambi ed erogazione di servizi quali quelli sanitari, culturali, di svago. Il commercio ha da sempre rappresentato una specificità urbana, una parte importante dell’attività economica oltre che un fattore di trasformazione culturale e di generazione di forme spaziali ad alto contenuto simbolico. A partire dagli anni Ottanta la riorganizzazione del sistema industriale spinge le attività produttiva ad allontanarsi dall’agglomerato cittadino lasciando inutilizzati spazi urbani riutilizzati con l’occupazione da parte di attività del terziario e conseguenti posti lavoro anche in ambiti tradizionali come l’attività commerciale. Il commercio e le attività di servizio hanno recentemente avuto trasformazioni con conseguenti cambiamenti nella vita quotidiana delle città. Nel commercio si assiste ad una modernizzazione con una progressiva sostituzione del tradizionale commercio al dettaglio costituito da piccole unità maggiormente a base familiare con una rete di imprese commerciali di grandi dimensioni legate a gruppi economici spesso con caratteristiche multinazionali con dimensioni anche superiori ai gruppi industriali (Crivello, Debernardi, 2004). L’organizzazione moderna del commercio si articola in punti vendita di vari formati con differenze che si legano alla taglia del servizio e alla tipologia dei consumatori cui si rivolgono. 

1.6 La città fenomeno politico 

In un’ottica sociologica la città non può essere considerata solo un insediamento di attività economiche e produttive. Oltre alla dimensione economica sono presenti quelle politica e socioculturale (Bagnasco, 1994) che, interagendo, creano la città come un sistema sociale complesso. La città, come fenomeno politico, diventa un’entità sociale compresa in sistemi politici nazionali e internazionali ma in grado di esercitare forme di autogoverno diventando un’espressione locale della società dove si esercita un potere che ha “la capacità sociale di prendere decisioni vincolanti, che hanno conseguenze fondamentali sulle direzioni verso cui una società si muove” (Orum, 1988, p. 401). 29 

1.6.1 Il patto fordista e la sua crisi 

Per una lettura della dimensione sociopolitica della città è necessario guardare all’evoluzione del welfare state attraverso la divisione nelle due recenti epoche di sviluppo economico: il fordismo e post-fordismo. Il primo non risulta solo un modello di sviluppo economico ma anche un fattore che ha fatto emergere specifici attori sociali e una conseguente creazione di tipici schemi di rapporto tra loro. Non significa una unificazione degli indirizzi politici tra i vari paesi avanzati dell’Occidente nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, piuttosto varie situazioni nazionali e locali che hanno messo in atto attività di governo per far fronte a tipici nodi problematici dovendosi confrontare con attori sociali con caratteri e strategie ricorrenti. Emergono modelli di governo differenziati al fine di evitare conflittualità ma con significative analogie. 

Gli attori alla base del modello fordista sono da un lato la grande borghesia industriale e finanziaria quale protagonista dello sviluppo economico e con un forte peso nelle decisioni di governo di ogni paese, dall’altro la classe operaia, quantitativamente importante, con basse prospettive di mobilità e concentrata in particolar modo in ampi stabilimenti collocati nelle periferie urbane. Si tratta di una classe sociale che condivide, nelle fabbriche, condizioni di lavoro altamente standardizzate e nelle città modi di vita e schemi comportamentali omogenei. Le caratteristiche di omogeneità e concentrazione attribuiscono alla classe operaia una potenziale conflittualità e forme centralizzate di organizzazione collettiva degli interessi, quali i sindacati e i partiti di estrazione operaia. Tali organizzazioni assumono un importante ruolo di controparte nei confronti dell’impresa creando anche larghe reti di alleanze sociali che coinvolgono ulteriori categorie di lavoratori e soggetti sociali. A fianco delle due controparti sociali in vari paesi emerge un terzo protagonista, lo Stato con le sue istituzioni e agenzie pubbliche. Le misure di intervento sono principalmente assistenziali a garanzia delle fasce più deboli di popolazione operando per una riduzione dei rischi sociali e una costruzione di una società di simili “nella quale tutti i membri possono stabilire relazioni di interdipendenza poiché dispongono di un fondo di risorse comuni e di diritti comuni” (Castel, 2003, p. 33). Gli strumenti di intervento si legano all’organizzazione dei servizi pubblici quali scuola, sanità, trasporti e il trasferimento di diritto di fondi ai singoli e alle famiglie attraverso un sistema previdenziale, di assegni familiari, di disoccupazione, di invalidità. L’espansione dei servizi e lo sviluppo di un apparato burocratico di gestione delle politiche di welfare state aumentano le spese pubbliche che si compensano con un aumento della tassazione. Ciò comporta 30 

contemporaneamente una crescita di lavoratori nel settore pubblico: i dipendenti pubblici quali soggetti sociali protagonisti della fase fordista caratterizzati da propri interessi e specifiche forme di comportamento sociale. 

Sino agli anni Sessanta gli attori appena delineati e le istituzioni si confrontano attraverso una continua contrattazione che a volte si trasforma in conflitto. Eppure, anche attraverso l’intervento statale e il perdurare di una crescita economica, la tendenza è verso il compromesso tra le parti sociali sino a giungere ad un implicito ma anche esplicito patto sociale. Si tratta di un patto che vede la maggior parte delle organizzazioni che rappresentano i lavoratori rinunciare a programmi rivoluzionari di annientamento del capitalismo e della proprietà privata. Ciò ha permesso alle loro rivendicazioni di avere riscontri positivi nelle politiche dei governi nazionali e locali ottenendo un innalzamento del tenore vita complessivo per la maggior parte dei lavoratori. 

Il patto fordista vede la città rappresentare il principale luogo di erogazione delle politiche di welfare, con le amministrazioni locali che svolgono la funzione di intermediari tra le esigenze della popolazione e gli apparati centrali dello Stato. Diventano luogo di radicamento ed evoluzione del modello sociale fordista e ambito dove viene messa alla prova l’efficacia del welfare state. La sua organizzazione vede i poteri pubblici cittadini quali protagonisti locali in quanto le politiche di intervento si concentrano principalmente nelle città e in particolare nelle aree periferiche in rapida espansione e con necessità di infrastrutture e servizi di base per i residenti. D’altro canto i margini di manovra che godono gli enti locali sono relativamente ristretti. In Italia diventa condizionante la debolezza dei meccanismi di insediamento dei siti produttivi e dei processi di urbanizzazione. Alcune città subiscono ampi flussi migratori che creano emergenza nel governo cittadino e una crescita caotica. Una criticità è anche il carattere centralizzato dei processi decisionali che vede le città svolgere un ruolo secondario nelle scelte del modello di intervento e di spesa sociale (Mela, 2016, pp. 111-116). 

1.6.2 Conseguenze dell’esaurimento del patto fordista 

A partire dalla metà degli anni Settanta diminuiscono le condizioni idonee per lo sviluppo dell’intervento sociale dello Stato. Siamo di fronte ad un ristagno economico prolungato, a una crisi fiscale ma anche ad un cambio di atteggiamento rispetto al welfare state di alcuni strati sociali che lo vedono come un vincolo che grava sui ceti dinamici, a vantaggio solo di ceti meno attivi a cui si esaudiscono le richieste di pubblica assistenza (Detragiache, 1995, p. 59). 31 

Si assiste ad un rinnovamento delle politiche di protezione sociale attraverso l’individuazione delle protezioni rilevata da Castel (2003), dove necessario è far emergere le esigenze specifiche degli attori con progetti che li rendano partecipi nella fase decisionale degli interventi, li coinvolga invece di essere passivi beneficiari di meccanismi impersonali. Si tratta di una definizione delle politiche sociali private di un carattere personale ma che tengono in considerazione la variabile territorio e il soggetto, pensato come parte integrante di un contesto spaziale con problematiche generali che acquistano specifiche valenze. Nel territorio sono presenti precise necessità ma anche date risorse che non possono essere trascurate per rispondere adeguatamente alle esigenze dei soggetti a cui si rivolgono. 

L’intervento è effettuato prevalentemente dalle amministrazioni pubbliche che, nel caso italiano, riguarda servizi di utilità collettiva come asili nido, centri di ricovero per anziani, forme di assistenza domiciliare per soggetti non autosufficienti, servizi alla persona per l’inserimento sociale, l’integrazione dell’affitto per soggetti a basso reddito e sostegno nella ricerca di un alloggio. Il vantaggio di questa forma di “welfare municipale” è soprattutto il poter adeguare i servizi alle esigenze del territorio che però risente degli squilibri economici tra le varie città e la differente efficienza amministrativa e del personale addetto che può comportare ineguale qualità di prestazioni offerte. Tale rischio è superabile integrando la dimensione locale del welfare con meccanismo perequativi basati su un criterio di equità (Mela, 2016, p.120). 

Nel welfare community si abbina all’iniziativa pubblica altre risorse presenti nel territorio quali servizi offerti da organizzazioni del Terzo settore. Si parla di volontariato, cooperative sociali, organizzazioni non governative, associazioni culturali, religiose, ricreative. L’attività di questi enti privati non diventa sostitutiva di quella pubblica ma integrativa al fine di arricchire il servizio e indirizzarlo ancora più a specifiche categorie di utenti. La presenza del Terzo settore diventa un mezzo di partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche pubbliche e nel coordinamento dei servizi nel territorio. In Italia sono presenti dispostivi legislativi come la legge quadro 328/20007 per la realizzazione del sistema integrato dei servizi sociali prevedendo Piani di Zona intercomunali indirizzati al coordinamento dell’offerta locale e attuati attraverso la consultazione tra enti ed associazioni (Mela, 2016, pp. 120-121). 

7 Legge 8 novembre 2000, n. 328, legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali. (GU Serie Generale n.265 del 13-11-2000 – Suppl. Ordinario n. 186), note: Entrata in vigore della legge: 28-11-2000. 32 

Il modello dello sviluppo di comunità si basa sull’idea che in ogni comunità vi siano risorse, persone nel territorio non valorizzate appieno, con potenziali conoscenze e competenze a cui attingere in ogni processo di sviluppo locale. L’indirizzo è seguire le persone, i gruppi e le diverse forme associative nella definizione dei bisogni, dei problemi e nella valorizzazione delle risorse presenti, da incrementare (Ross, 1955) per trasformarsi in una comunità competente (Martini, Sequi, 1988). L’azione dell’assistente sociale, in cooperazione con altri professionisti e la popolazione, si trasforma in un lavorare a livello collettivo per potenziare reti di solidarietà e interventi indirizzati alla comunità e in vari ambiti quali sociali, ambientali, culturali, lavorativi, della salute. Necessario è evitare interventi condizionanti le scelte dei cittadini in merito alle iniziative da intraprendere. Secondo Martini e Torti (2003) il servizio sociale di comunità si collega ad attività concrete come: facilitare i processi di responsabilizzazione collettiva; attivare e sostenere processi di collaborazione tra gli attori di sistema, facilitare il processo di partecipazione degli attori al governo di sistema; sviluppare relazioni che consolidino la dimensione di fiducia, senso di appartenenza e di comunità; ampliare le competenze da parte dei componenti la comunità. Diventa un lavoro complesso con il tempo che risulta variabile importante nel raggiungimento di positivi risultati. Utile è disporre di una pluralità di ipotesi ad ampio respiro, procedere a piccoli passi avviando processi che prevedano tempi relativamente brevi legati alle garanzie di ottenere risultati positivi. Una delle attitudini richiesta all’assistente sociale è la capacità di lavorare in un collettivo con capacità di facilitatore. Non diventa basilare mettere in atto soluzioni ma piuttosto chiedere ai diretti interessati in quali temi intendono impegnarsi, ascoltare le ragioni e le proposte per riuscire a proporre una sintesi che comprenda in modo più ampio possibile le diverse posizioni attivando anche tecniche di mediazione e negoziazione. Importante è il rispetto del principio di autodeterminazione della comunità nel suo insieme al fine di superare difficoltà di diversa origine (Allegri, 2015, pp. 64-67). 

1.7 Senso civico, partecipazione e conflitto 

Dagli anni Novanta torna l’interesse verso le attività partecipative pur non trovandoci di fronte ad un ritorno al passato. Nelle città fordiste esisteva una condivisione di interessi in ampi gruppi sociali che creavano una forza in grado di fare pressioni per vedere adottate alcune politiche urbano o impedirne altre. Le aree urbane attuali vivono una semplice condivisione di condizioni di vita, ma, contemporaneamente, anche una dispersione di interessi che svantaggia l’azione 33 

collettiva. In merito al dinamismo della politica locale interessante è l’analisi di Putnam (1993), malgrado la sua attenzione sia rivolta ad un livello regionale piuttosto che urbano. Analizzando il grado di intensità, nei vari contesti regionali italiani, della civicness (senso civico), l’autore vuole chiarire le cause di diseguaglianza in merito al livello di funzionalità delle istituzioni regionali e alla qualità del rapporto con i cittadini. Secondo Putnam un elevato senso civico emerge nelle comunità locali con un’ampia presenza di cittadini che interpretano attivamente il loro ruolo in un tessuto sociale in cui sono presenti principi di cooperazione e di fiducia nel prossimo. Cooperazione e fiducia derivano dall’esercizio di un “interesse illimitato” dove gli interessi personali vengono soppesati in un ampio quadro che comprende anche immagini condivise di un bene comune. Tale comportamento consente lo sviluppo di relazioni sociali a rete tra soggetti che si considerano dei pari, diversamente ci si trova di fronte a relazioni tra diseguali caratterizzate da principi di autorità e sudditanza. L’uso di indicatori sull’intensità del senso civico ha permesso a Putnam di formare una classificazione delle regioni italiane al fine di misurare la correlazione tra civicness ed efficienza istituzionale. Ci troviamo un’Italia nuovamente divisa tra Nord e Sud. Malgrado le critiche di alcuni autori (Milano e Moro, 1995) sulla scelta degli indicatori il ruolo del senso civico risulta importante in quanto atteggiamento diffuso e non legato a specifiche posizioni sociali ma piuttosto alla stratificazione di processi storici di lungo periodo quale motivo dell’ineguale presenza di civicness

In maniera simile al concetto di civicness, il termine capitale sociale (Coleman, 1990) descrive come le reti abbiano contribuito alla competitività dei sistemi locali in ogni campo. Esso è definibile come una risorsa che deriva dal modo di configurarsi delle relazioni a rete tra gli attori presenti in un dato contesto, o, in altri termini, il potenziale di interazione cooperativa che l’organizzazione sociale mette a disposizione delle persone (Bagnasco, 2003). La maggiore o minore presenza di capitale sociale può agevolare o ostacolare le iniziative individuali o collettive permettendo alle varie azioni di assumere un carattere sinergico, isolato o addirittura in contraddizione influenzando la performance di un sistema territoriale. La comunità diventa una collettività a base territoriale identificabile con un centro urbano di dimensioni medio-piccole, un insediamento rurale o un’area a livello subregionale (Bagnasco. 1992). Qualificante per i lavori di analisi delle società locali o microsocietà diventa una metodologia applicata che sistematicamente analizza i diversi ambiti della vita sociale quali economia, politica, cultura, istruzione, religione, uso del tempo libero con l’intento di evidenziare gli elementi di coerenza tra le diverse manifestazione dell’attività sociale legati alle peculiarità dell’ambiente e del territorio. Tali fattori portano alla comprensione dei processi che attribuiscono ad una 34 

collettività locale un’identità locale in grado di riprodursi e progredire nel tempo. Quest’ultimo fattore si collega agli elementi tipici del contesto spaziale esaminato ma anche alle modalità temporali con cui si rivela la vita sociale. Gli studi di comunità si avvicinano al concetto di sociologia spazialista anche se di rado i risultati portano ad una piena comprensione del ruolo dello spazio e del tempo nella formazione di una società locale. Inoltre gli studi, rivolgendosi ad ambiti territoriali ridotti, ottengono risultati difficilmente traslabili su scale più ampie. 

Le spinte partecipative nell’ambito delle scelte politiche urbane si possono distinguere in linea generale tra quelle che hanno un carattere esplicito ed intenzionale e quelle che non hanno queste caratteristiche. Le spinte partecipative esplicite e intenzionali si possono trovare in attività che riescono ad esercitare pressioni sulla decisione di obiettivi politici ed amministrativi. Possono essere durevoli nel tempo come nel caso delle lobby, gruppi di interesse organizzati in grado di mettere in atto pressioni su esponenti ed amministrazioni locali riuscendo a negoziare decisioni favorevoli al gruppo stesso, riescono ad intervenire sulla stampa locale. Altro caso di pressioni si legano a parti sociali in conflitto in casi come la decisione su un progetto che comporta importanti trasformazioni della città (Maggio, 1994). Sono circostanze che possono portare alla definizione di blocchi di interessi in contrasto, con un carattere transitorio e puntuale che attraversano trasversalmente le linee di divisione sociale più consolidate. È plausibile pensare che tali gruppi contrapposti si scioglieranno nel momento che l’oggetto della divisione verrà risolto, per poi eventualmente riorganizzarsi in diverse composizioni in altre circostanze. 

1.7.1 La partecipazione, processo inclusivo 

Una partecipazione indiretta è una attività che non intende influenzare direttamente le scelte dell’amministrazione urbana e che comprende vari comportamenti e impegno sociale. Si tratta di attività di volontariato a livello locale, l’adesione ad associazioni che intendono vivacizzare la vita cittadina o si interessano alla tutela del patrimonio artistico ed ambientale ma è anche partecipazione ad assemblee ed iniziative civiche, si parla di lavoro nella comunità locale, community work. L’insieme di forme partecipative esplicite e implicite formano una modalità attiva di esercizio della cittadinanza definita da Verba (1992) citizenry, una cittadinanza in azione. 

Una cittadinanza partecipativa non deve mancare anche in ambito locale sia che provenga dal basso sia che venga richiesta o stimolata da parte delle istituzioni al fine che i 35 

processi decisionali abbiano un carattere inclusivo (Bobbio, 2004), coinvolgendo nel processo una pluralità di attori con specifici interessi e/o semplici cittadini. Le attività inerenti al processo partecipativo possono essere riportate alle categorie della comunicazione e dell’animazione (Ciaffi, 2004). La comunicazione consiste in attività indirizzate ad una circolazione delle informazioni tra i diversi attori coinvolti. Essa può essere unidirezionale facendo conoscere ai cittadini le iniziative dell’istituzione locale o bidirezionale se gli interessati possono esprimere le proprie convinzioni ai decisori. L’animazione, con una forte rilevanza espressiva, può fare leva su eventi di comunità, come per esempio feste di quartiere o attività teatrali e musicali, che hanno lo scopo di mobilitare risorse sociali diffuse e senso di appartenenza ai luoghi. 

1.8 Le politiche della città 

Con gli anni Ottanta la pratica e la teoria della pianificazione entra in crisi, viene persa la fiducia nella possibilità di un sistematico controllo dello sviluppo socio-economico della città e del territorio. Si assiste a un ridimensionamento del ruolo dei piani territoriali visti i risultati scarsi se non controproducenti. Alla fascinazione per il piano subentra quella per la concretezza del progetto, al quale si attribuisce la capacità di definire precisamente la forma di una specifica area urbana, senza pretese di prevedere o influenzare l’interazione tra le parti oggetto di intervento e il restante ambiente urbano. 

Dopo un’iniziale rivincita del progetto sul piano, negli anni Novanta si pensa al rilancio della pianificazione ma con caratteristiche differenti rispetto al precedente periodo. I grandi progetti erano risultati insufficienti per un possibile modello di sviluppo della città e spesso hanno creato situazioni di accrescimento del dualismo urbano. Gli oggetti di intervento erano solitamente le parti migliori della città, i suoi quartieri centrali o le aree di possibile insediamento di attività produttive. Erano, invece, trascurate le zone periferiche e periurbane con un conseguente minore sviluppo se non un accelerato decadimento (Mela, 2016, p. 147). L’idea dominante dalla seconda metà degli anni Novanta prevedeva un’ampia pianificazione con carattere strategico che potesse avere ricadute positive sull’economia e sulla qualità della vita urbana. La definizione di pianificazione strategica (Gibelli, 2003, p. 54) richiama una concezione generale dello sviluppo della città che si rispecchia in un documento condiviso da istituzioni, associazioni, forze sociali, coloro che vengono definiti stakeholder, singoli attori o collettivi che scommettono sullo sviluppo futuro della città impegnandosi a perseguirlo con risorse pubbliche e private (Gibelli, 2003). Il piano strategico non intende disegnare una futura 36 

città ma delineare future convergenze, provvisorie, tra attori coinvolti nella sua stesura e da cui attingere per future negoziazioni (Faludi, Van der Valk, 1994; Mazza, 1998). Il piano strategico non si focalizza su una città centrale ma solitamente interessa un più ampio raggio territoriale, esprime una progettualità di medio e lungo temine prevedendo periodi di aggiornamento con la possibilità di integrazione con interventi e modi di agire non previsti in precedenza. L’esperienza italiana non mostra una visione univoca tra gli strumenti di pianificazione strategica volti alla promozione di una qualità della forma complessiva della città e quelli mirati alla definizione degli assetti territoriali che possono derivare da possibilità specifiche (Gibelli, 2003; Perulli, 2004). 

1.8.1 La sostenibilità dello sviluppo 

I piani strategici non intendono solo valorizzare le risorse della città e del territorio attiguo per aumentarne la competitività a livello internazionale ma si indirizzano anche ad azioni per il miglioramento della qualità dell’ambiente cittadino che deve essere adeguato alle esigenze dei vari gruppi sociali attraverso uno sviluppo sostenibile. L’idea di sostenibilità dello sviluppo è stata trattata da molti autori anche italiani (Pellizzoni, Osti, 2003; Davico, 2004) dove il principio di sostenibilità richiede un modello di sviluppo in grado di soddisfare le esigenze della popolazione attuale con una stabilità del modello stesso in grado di garantire i bisogni delle generazioni future. Si parla di uno sviluppo che non distrugge solo le risorse di cui necessita ma è in grado di rigenerarle mantenendole idonee al loro uso futuro (Mela, Belloni, Davico, 1998). A livello territoriale l’idea di sostenibilità diventa trans-scalare, dal livello internazionale agli orientamenti delle policies a livello locale, urbano, di quartiere (Barton, 2000) riuscendo ad orientare le scelte settoriale in molteplici ambiti di intervento (Beato, 2004). 

Tra i numerosi campi dove l’orientamento è indirizzato ad una sostenibilità ritroviamo il problema della mobilità fisica delle persone e delle merci (Englmann et al., 1998). Dal secondo dopoguerra ad oggi si è assistito ad un forte incremento dell’uso di mezzi di trasporto su cui si basa la “congettura di Zahavi” (Kaufmann, 2001) che ipotizza un incremento nella velocità dei trasporti grazie alle innovazioni tecnologiche che non ha diminuito il tempo di spostamento ma aumentato il raggio entro cui gli spostamenti vengono compiuti. Pensando che l’aumento di mobilità corrisponde principalmente ad una maggiore diffusione di mezzi privati ne consegue un aumento dei consumi energetici legato ad un incremento di occupazione di suolo urbano per gli usi automobilistici. I mezzi pubblici in Italia sono principalmente utilizzati 37 

da studenti e pensionati in quanto soggetti legati a maggiori impossibilità nell’uso della macchina non possedendo ancora o avendo perso l’autorizzazione alla guida dell’automezzo per motivi di età, economici o di impossibilità fisiche. La scelta di zone residenziali periferiche rispetto al luogo di lavoro o dell’istituto scolastico scelto per i propri figli porta ad uno stile di vita ad elevata mobilità. Il rischio è l’instaurarsi di un circolo vizioso: l’alta mobilità produce spreco energetico, inquinamento e traffico congestionato che spinge la popolazione a sfuggire da tali problemi insediandosi in aree urbane periferiche che a sua volta ampliano le distanze richiedendo ulteriore mobilità. Le amministrazioni cittadine diventano responsabili della gestione dell’organizzazione dei trasporti collettivi urbani, della disciplina del traffico, della gestione dei parcheggi. Sono state attivate nelle città italiane misure per scoraggiare l’uso dell’auto attraverso una moderazione del traffico con una idonea progettazione delle strade e organizzazione della viabilità che tendono a rallentarlo o renderlo più scorrevole con una diminuzione di carburante e una maggiore sicurezza dei pedoni. Tali finalità si intende raggiungerle anche con l’aumento delle piste ciclabili, comunque devono essere interventi di scoraggiamento in parallelo ad un potenziamento della rete dei trasporti collettivi. 

1.8.2 Le risorse dei quartieri marginali e la loro rigenerazione 

Lo sviluppo sostenibile riguarda anche le politiche di rigenerazione dei quartieri marginali della città, aree con un’elevata presenza di popolazione povera, di degrado degli edifici, di debolezza nella rete di servizi, con processi di segregazione e stigmatizzazione sociale. L’inadeguatezza di vita scaturisce dall’interdipendenza tra aspetti ambientali, economici e socioculturali. In Italia, alla fine degli anni Novanta, l’intervento si basa su un modello integrato dove la marginalità sociale e spaziale delle aree deboli si attua con la riqualificazione architettonica ed urbanistica, la lotta contro l’emarginazione di gruppi a rischio, anche stimolando la partecipazione. Un’integrazione tra le varie linee di azione avviene con la collaborazione tra istituzioni, operatori economici, associazioni locali. Un ruolo fondamentale lo assume la partecipazione non solo nella definizione delle linee di intervento ma per la creazione di forme di identificazione della popolazione con i luoghi, in grado di favorire un senso di appartenenza che modifichi in positivo l’immagine che gli abitanti hanno del quartiere. Attraverso la riqualificazione delle aree edilizie e ambientali marginali, spesso costruite negli anni Sessanta e Settanta, non si mira solo ad una manutenzione straordinaria degli edifici ma a migliorare la connessione della zona con il resto della città e innalzare la qualità degli spazi pubblici e delle 38 

zone verdi. A livello economico sono importanti gli investimenti privati nelle attività commerciali ed artigianali, ma anche nel settore dei servizi. Sul piano sociale diventano vitali le iniziative indirizzate all’integrazione dei gruppi marginali, alla prevenzione dei fenomeni anomici e alla mediazione dei conflitti che si creano attraverso la convivenza tra gruppi sociali con diversa origine etnica e culturale. 

Le politiche di intervento nei quartieri marginali non devono focalizzare tali aree come una concentrazione di problemi ma come “luoghi al plurale” (Governa, Saccomani, 2002), dotati anche di risorse e vantaggi sconosciuti in altre zone cittadine. Risultano zone dove è anche presente un associazionismo spontaneo legato ad un forte senso di appartenenza e gli interventi devono essere mirati non solo ad un recupero dello svantaggio che hanno rispetto al resto della città ma anche per una valorizzazione dei loro punti forti su cui fare leva per il loro rilancio. Si tratta di risoluzioni che, per essere efficaci, devono essere pensate all’interno di un più ampio panorama di politiche pubbliche, a scala urbana e sovraurbana. I processi di marginalizzazione sociale e spaziale devono anche essere prevenuti con politiche di welfare per garantire ad ogni zona accessibilità, servizi, infrastrutture ma anche una distribuzione delle funzioni di scala metropolitana non solo presenti nelle aree centrali ma organizzate in un’ottica policentrica. 

1.9 L’insicurezza, azioni di contrasto e qualità urbana 

Tutelare i cittadini dalle minacce della criminalità spetta agli apparati statali mentre le politiche urbane si indirizzano maggiormente alla prevenzione di fenomeni devianti attraverso iniziative educative mirate in particolar modo alle aree a rischio in collaborazione con le istituzioni e le agenzie pubbliche a capo dell’erogazione dei servizi socio assistenziali. Dagli anni Novanta emerge sempre con maggiore forza una percezione soggettiva e diffusa di insicurezza. Ciò porta ad una maggiore sensibilità degli amministratori locali in risposta ai cittadini che si sentono maggiormente vulnerabili. L’approccio emergente, in Italia e in Europa, consiste nel formare reti di collaborazione e di condivisione di esperienze dove la politica di controllo non diventa solo repressione dei reati ma anche fruizione degli spazi pubblici da parte dei soggetti che attuano in tal modo atteggiamenti di vigilanza sociale e di cura dello spazio. Esiste una collaborazione tra le forze dell’ordine, le agenzie pubbliche e i cittadini che partecipano così alla propria rassicurazione anche creando uno stretto rapporto con il territorio, con i vigili e i poliziotti di quartiere ma anche attraverso reti di comunicazione informatiche. Si vuole 39 

prevenire i fenomeni di incivility non solo attraverso la repressine ma con la prevenzione aumentando il senso di appartenenza dei cittadini rispetto al territorio dove vivono, attraverso campagne di sensibilizzazione anche in ambito scolastico (Mela, 2016, p. 161). Accresce l’importanza della progettazione dello spazio pubblico, l’attenzione alla qualità degli spazi verdi, il loro mantenimento, un’adeguata illuminazione stradale, l’animazione in zone che rischiano di essere deserte attraverso l’inserimento di punti attrattivi per l’utenza, la presenza capillare del commercio di prossimità nei quartieri residenziali, l’eliminazione delle barriere visive (Mela, 2003). Il problema sicurezza può trovare soluzione attraverso le politiche urbane rivolte a migliorare la qualità della vita e la sua sostenibilità che si integrano con politiche di rigenerazione dei quartieri marginali, quelle relative alle scuole e all’organizzazione della mobilità e del traffico. 

1.10 La concezione architettonica moderna e postmoderna della città 

La città, sino agli anni Settanta del Novecento, viene descritta come un ambiente artificiale, creato per rispondere ad ogni tipo di esigenza e bisogno umano indirizzando gli interventi edilizi, l’urbanistica, le politiche sociali, le pratiche amministrative. Negli anni Ottanta si sollevano polemiche sulla concezione modernista della pianificazione rilanciando l’idea della città come organismo aperto ed imprevedibile, luogo in cui i bisogni sono manifesti ma anche di stimolazione del desiderio (Amendola, 1997). Nelle città il pensiero moderno ha lasciato memorie con la presenza di infrastrutture, trasformazioni urbanistiche e tracce architettoniche con valenza simbolica. Il XIX secolo è stato protagonista di tentativi di riplasmare la città con finalità di mantenimento dell’ordine sociale, di favorire la mobilità e di risanare i quartieri più poveri. Un esempio in questa direzione è rintracciabile nel risanamento parigino voluto da Haussman, centrato sulle linee dei grands boulevards. Eppure le caratteristiche dell’architettura dei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale rimangono principalmente uniformità e standardizzazione sotto una spinta speculativa di larga scala. Il postmodernismo, invece, si contraddistingue aprendosi ad una varietà di tendenze e di stili che tendono a recuperare liberamente forme e tipologie del passato, ma senza la preoccupazione di una corrispondenza tra estetica e funzione degli edifici (Mela, 2016, p. 173). 40 

1.10.1 Lo stiramento dell’esperienza di vita 

Le metropoli quali luoghi di trasformazione hanno maggiormente vissuto la fine della società fordista con le carriere lavorative che perdono linearità, mentre diminuiscono le offerte di ammortizzatori sociali e dei servizi pubblici. Subentra un’incertezza, anche in strati sociali non sfavoriti, verso il proprio futuro e quello dei propri figli e una modifica nell’organizzazione della vita quotidiana attraverso una sovrapposizione degli orari sociali che portano a scelte tra usi alternative del tempo e una conseguente mutazione della percezione del tempo sociale. Anche la percezione dello spazio cambia, prende piede un processo di frammentazione degli spazi, di loro stiramento (Giddens, 1990). Le grandi metropoli vivono una specializzazione degli spazi: quelli residenziali, per il lavoro, la cultura, il divertimento, il consumo, che possono essere collocati in aree distanti tra loro. È possibile trovare le residenze ubicate in aree suburbane, il lavoro terziario presente sia nei centri storici che in spazi vicini a nodi extraurbani del sistema di trasporti, stesso accentramento o decentramento avviene per gli spazi del consumo o del tempo libero con gli insediamenti industriali che si allontanano dalla città. Per molti soggetti l’esperienza di vita quotidiana diventa sparsa nel territorio e tende sempre più a dipendere da un sistema di trasporti adeguato ed efficiente. Una dipendenza che può tramutarsi in un ulteriore fattore di insicurezza. La possibilità di svolgere le quotidiane attività dipende dal funzionamento di sistemi astratti, impersonali (Giddens, 1990) quali quelli che regolano la circolazione automobilistica o i mezzi di trasporto collettivo. Ciò non comporta la perdita di un simbolismo territoriale da parte di chi vi abita ma produce un continuo tentativo di ricerca o rigenerazione di valori simbolici e di radicamento affettivo. Ognuno vive un’esperienza urbana individualizzata e povera di riferimenti collettivi che comporta difficoltà nel riconoscere la città come una totalità, non riuscendo di conseguenza a farsi una mappa mentale globale (Jamenson, 1984). Il periodo fordista vedeva il rischio di una solitudine del singolo in una folla indifferente composta da persone che agivano secondo ruoli rigidi e prestabiliti (Riesman, Glazer, Denney, 1950). Il pericolo era di agire secondo schemi comportamentali diretti dall’alto e dipendenti dai ruoli lavorativi in mancanza di alternative di scelta. Nelle metropoli post-fordista si allentano le rigidità dei ruoli ampliandosi le possibilità di scelta ma non necessariamente ciò comporta un aumento della libertà individuale e collettiva. Subentra un’incertezza sulle reali conseguenze delle scelte venendo meno i criteri di orientamento condivisi. Attraverso tali atteggiamenti diventa probabile concentrarsi sul presente come dimensione dell’esperienza individuale e di vita sociale, perdendo così l’impegno per la progettazione del futuro e l’interesse per la 41 

conservazione del patrimonio simbolico quale continuità della storia personale e collettiva. Un tratto generale della personalità contemporanea diventa una frammentazione dell’esperienza di vita tra episodi autonomi con i soggetti che li vivono in modo separato con un basso interesse nello stabilire un progetto esistenziale munito di coerenza (Bauman, 2001). 

1.10.2 Culture e conflitti 

Lo scenario urbano diventa luogo di uno specifico fenomeno: l’esplosione delle differenze quale spazio di compresenze di soggetti e gruppi eterogenei. Due diventano i fattori scatenanti, un aumento dell’eterogeneità e quanto concorre ad aumentare la percezione delle differenze su cui si basano attese, rivendicazioni e atteggiamenti che si distinguono dal passato fordista. L’aumento delle diseguaglianze sociali non disegna una gerarchia ordinata di status sociali come nel passato ma diventa un insieme ampio di condizioni ineguali legati alla retribuzione, alla stabilità, alle garanzie sociali al lavoro, alle opportunità e rischi connessi alla carriera, al prestigio e altri ancora. Tale eterogeneità favorisce un pluralismo degli atteggiamenti e dei modi di vita negli aggregati sociali. Anche la famiglia vive trasformazioni, aumentano il numero di persone che vivono sole, i nuclei familiari con la presenza di un solo adulto, sono presenti famiglie ricomposte dopo la conclusione dei precedenti vincoli matrimoniali, convivenze non sancite dal matrimonio, quelle temporanee, le unioni omosessuali. Nel nucleo familiare i figli, sia adolescenti che adulti, convivono con i genitori pur rifiutando ogni loro tipo di controllo sul loro comportamento sociale, contemporaneamente cresce nei coniugi la necessità di spazi per l’espressività individuale e in particolare tra le donne (Mela, 2016, pp. 178-180). I gruppi consolidatisi dopo le recenti immigrazioni operano per ottenere i diritti simili alle popolazioni di più lungo insediamento ma anche per un riconoscimento delle proprie specificità culturali. Le strategie si differenziano, da una disponibilità alla definizione di una società pluralista sino a contrastare ogni cultura diversa dalla propria, con metodi basati su una diversa nozione del significato di identità di gruppo. Anche la popolazione autoctona utilizza diverse strategie che portano ad opposte interpretazioni, dallo stabilire unilateralmente una propria identità sino alla rivalutazione di una tradizione di accettazione e tolleranza. La prima tendenza legittima atteggiamenti xenofobi con una esasperazione dei conflitti, l’altra ispira politiche di integrazione per una società multietnica. L’ambiguità di questo ultimo indirizzo sta nel sostenere la presenza di una varietà di culture ognuna pensata come un universo chiuso ed immutabile in contraddizione con il pensiero di una società multiculturale. Un secondo rischio 42 

è di attribuire ad ogni conflitto un significato legato solo alle diversità etnico-culturali o religiose senza considerare motivazioni economiche, di differenza di genere o contrasti intergenerazionali (Mela, 2016, pp. 185-187). Per Aime (2002) il vero pericolo è quello di un “eccesso di cultura”, sottolineando eccessivamente le differenze esistenti e non considerando che la vitalità di una tradizione sta nel riuscire a fare propri elementi diversi senza timore di una perdita di identità da parte di chi ne è portatore. 

1.10.3 Il ruolo delle istituzioni locali 

La soluzione per arrivare ad una pacifica convivenza tra diverse culture passa attraverso il confronto e la mediazione per giungere alla determinazione di principi condivisi e regole vincolanti per ognuno. Sotto questo profilo, il contesto urbano si presenta come un ambito favorevole. Il contesto urbano presenta un quadro ricco di differenze, sia nuove sia preesistenti, spesso in conflitto tra loro. Tuttavia, tali differenze non originano quasi mai rigide contrapposizioni, ma una miscela di sfumature e atteggiamenti intermedi che consentono di riproporre il confronto, smussando e ricomponendo gli scontri frontali. Di grande importanza è il ruolo della scuola come luogo di convivenza su basi paritarie, mentre per le politiche culturali a scala cittadina o di quartiere, sono utili gli interventi di mediazione del conflitto e le iniziative che puntano a estendere forme di rappresentanza sociale e politica ai gruppi di recente immigrazione (Magnier, Russo, 2002). 

1.11 Identità e sentimenti di appartenenza 

La città possiede anche una dimensione simbolica non separata dalla vita sociale e dall’esperienza quotidiana degli abitanti. Da un lato il simbolismo urbano struttura la variegata attività sociale condizionando i processi che determinano l’identità dei soggetti individuali e collettivi. Tali soggetti, a loro volta, concorrono a riprodurre e modificare i simbolismi urbani. Per ogni individuo operante in un sistema sociale l’identità deriva dal persistente confronto con gli altri al fine di costruire una propria rappresentazione che distingue il proprio io dagli altri definendo così le posizioni nelle gerarchie sociali e il ruolo svolto nella società. Tale processo avviene nel contesto sociale e spaziale delle città. La conseguenza immediata è che vivere in un dato luogo, in rapporto con determinate simbologie urbane, influirà sulla costruzione di ogni identità anche attraverso la definizione di termini utilizzati da altri per identificare l’individuo. 43 

Per Lalli (1992, p. 293) ogni città acquista caratteristiche che vengono trasmesse all’identità personale dei suoi cittadini, si parla di identità-relativa-alla-città (urban-related identity). 

Individuando la relazione tra gli abitanti e la città emerge una connotazione simbolica della città prodotta da chi vi ha abitato nel passato lasciando tracce materiali e da quelli attualmente presenti. Questi ultimi non ricevono solo passivamente una eredità simbolica ma se ne appropriano interpretando, modificando, rifiutando. Questo agire dei soggetti crea la loro identità ma anche quella cittadina facendola percepire come unica ed irripetibile e contraddistinta in modo inequivocabile. 

1.11.1 La stigmatizzazione territoriale 

Considerazioni analoghe a quelle fin qui svolte possono essere riferite, scendendo a un livello più “micro”, alle diverse parti dell’area urbana come i quartieri o all’ambiente domestico. Vivere in una specifica area urbana o in uno specifico edificio diventa un elemento di identificazione che può essere positivo se si collega ad una zona benestante, quartieri signorili, ricchi di servizi, curati, con la presenza di gruppi sociale che hanno raggiunto stima e considerazione all’interno della società ma anche negativo se legato ad un luogo di povertà, insicurezza e disagio sociale. Dall’identità negativa si passa ad una stigmatizzazione territoriale (Wacquant, 1993). Lo spazio diventa fattore di esclusione e può diventare anche discriminante tramutandosi in un handicap che l’individuo deve costantemente superare diventando, in alcuni casi, uno stimolo verso la conquista del rispetto (Sennet, 2003). Comunque resta probabile che la vittima della stigmatizzazione territoriale reagisca assumendo un comportamento conflittuale ed aggressivo sentendosi colpito da una discriminazione basata sull’immagine negativa del suo quartiere. Ciò spingerà ad accettare davvero i caratteri contenuti in quell’immagine trasformandosi così in un fattore di pericolo per chi ha messo in atto il comportamento discriminante. È il modo con cui la stigmatizzazione territoriale innesca un processo che la trasforma in una profezia che si autoavvera in presenza di attese socialmente diffuse che mettono in moto comportamenti tali da produrre effetti corrispondenti a quelle aspettative. (Merton, 1949). 

1.11.2 Appartenenza ad una comunità spazialmente definita 

L’assegnazione o l’accettazione di identità legate alla città agiscono per lo più a livello inconscio, attraverso i processi di socializzazione interiorizzati sin dall’infanzia dove i caratteri 44 

simbolici vengono connessi ai contesti urbani in cui si risiede imparando a distinguerli da quelli di altre aree. Ciò innesca un processo di identificazione affettiva con i luoghi, un senso di appartenenza territoriale che spinge a sentirsi parte di una comunità spazialmente definita. Tale appartenenza ai luoghi, anche se di piccole dimensioni, non è di per sé un impedimento alla crescita della mobilità territoriale specifica della società contemporanea (Strassoldo, Tessarin, 1992). Anzi, attraverso la mobilità i soggetti tendono a tenere accesi sentimenti di identificazione con la città di origine al fine di determinare un riferimento simbolico che fornisce un senso alla propria esperienza di vita. 

Sinora si è analizzato come il soggetto vive inconsapevolmente l’identificazione territoriale ma, alcuni individui o gruppi in base a specifiche strategie, hanno interesse ad influire sulla identità cittadina o sui sentimenti di appartenenza. Un gruppo può essere intenzionato a rafforzare una coesione interna attraverso un forte legame territoriale. La strategia è di promuovere un’immagine positiva di sé collegandola ad aree specifiche. Un esempio lo porta Agostino Petrillo nella sua indagine sul caso studio Cep di Genova (Quartiere Cà Nuova) e ne definisce precisi contorni (Petrillo 2016). Il quartiere genovese nasceva con un’esclusiva edilizia popolare, una popolazione residente formata da un mixitè culturale che comprendeva immigrati e ceti medi che si trasferivano da aree più centrali rispetto a Genova per sfuggire agli elevati costi di affitto. È un quartiere su cui pesava una stigmatizzazione che provocava una svalutazione pubblica e una autosvalutazione da parte degli abitanti stessi corrispondente a quello che viene definito un “cattivo indirizzo”, un luogo della città negativo dove basta l’indirizzo per riassumere tutto, presenza di marginalità e miseria, povertà e criminalità, marchiati da un discredito sociale. Il caso genovese ha assunto la significatività di un fenomeno sociale rilevabile in un dato ambito e territorio in cui si originano una serie di fenomeni sociali innescati da una figura significativa in grado di attivare un processo di rigenerazione. Il protagonista del CEP, il farmacista Besana, non mobilitava risorse e processi per un cambiamento leggibili in senso deterministico, non aveva un reale progetto iniziale, ma ha avuto il ruolo di attivare un processo che si è sviluppato grazie a una casualità di attori e fattori. Era una personalità capace di fare gruppo e di organizzare eventi, nonché di convogliare una serie di interessi individuali e di indirizzarli verso aspettative comuni. La contemporanea nascita del Circolo Arci Pianacci creava un punto di aggregazione come lo era la sua farmacia che raccoglieva una rete di persone con competenze tecniche e interessi nel sociale. Da questo insieme di volontà, capacità e interessi catalizzati dalla personalità del farmacista nascevano manifestazioni, concerti, iniziative in collaborazione con la cooperativa di Don Gallo che 45 

portarono una positiva visibilità al quartiere. Venne avviato un processo di marketing con la produzione di magliette riportanti “I love Cep”. Secondo la ricostruzione che fa Petrillo (2016), in questi processi sono fondamentali la collaborazione e il riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche, le quali, con la loro presenza in aree disagiate, instaurano una diversa e positiva reazione della comunità. Una mixité culturale, unita a quella che sempre Petrillo (2013) definisce “l’intelligenza delle periferie”, ha dato vita a un processo di empowerment ancora sconosciuto in quartieri cittadini con una storia e una composizione sociale molto simile. Si tratta di difformi realtà che nascono da una differenziata strutturazione nello spazio e nel tempo degli ambiti locali fonti di una regionalizzazione in sistemi sociali distinti che portano allo sviluppo di reti e società locali specifiche. 

1.11.3 Ambiti locali, regionalizzazione, sviluppo delle reti sociali e società locali 

Di interesse è l’analisi della strutturazione spazio-tempo di Giddens (1984) che elabora il locale come luogo e scena di specifici eventi definibili come ambiti a cui corrispondono confini precisi che creano l’ambiente dell’interazione e una contestualità dell’azione stessa. In tal modo i soggetti coinvolti mettono in atto un’interazione sociale con significati reciprocamente compatibili anche se non univoci in una condizione spaziale definita e riconosciuta. Diventa utile agli agenti, in un contesto configurato nello spazio e nel tempo, mettere in atto una sua interpretazione il più possibile in sintonia con gli altri soggetti compresenti attraverso la presenza di segnali che favoriscono la sintonizzazione delle interpretazioni. Questi vengono promossi dagli stessi attori o sono già presenti nell’ambito spaziale e temporale dell’azione. In tale modo si crea una cornice simbolica che delimita i confini caratterizzando in modo preciso il contesto, quello che gli attori fanno al suo interno acquista un senso specifico (Goffman, 1974). 

Per Giddens (1984) si parla di regionalizzazione intendendo una differenziazione spaziale e temporale di regioni in ambito locale o tra diversi ambiti locali non interpretando più le società come sistemi omogenei e unificati. Anche in questo caso la scala spaziale varia dall’abitazione alla città divisa per quartieri a loro volta distinti tra spazi pubblici, privati, luoghi di lavoro, di residenza, di consumo. Un luogo pubblico come la piazza, attraverso il mercato rionale, diventa un ambito locale ricco di opportunità d’incontro e di scambio ma anche area di parcheggio utilizzata per il suo uso funzionale. I giardini pubblici si trasformano in luogo di ritrovo per bimbi ed anziani nelle ore diurne e aree di spaccio e criminalità in quelle notturne. 46 

Diventa impensabile per la sua complessità considerare la struttura delle relazioni sociali in una data società e momento, per un’analisi sociale bisogna delimitare le reti che collegano gli attori considerandole in precisi contesti di ricerca e delimitandone una specifica parte. Le modalità applicative sono due più una terza che combina le precedenti individuando così tre tipi di rete (Hannerz,1980, trad. it. p. 317). La rete egocentrata viene definita partendo da un punto preciso della struttura relazionale, da un soggetto (ego) o due connessi da una relazione come una coppia coniugale. La rete si determina attraverso l’analisi delle relazioni di ego con gli altri soggetti, i rapporti di questi tra loro ed eventualmente le connessioni di terzi con gli individui già considerati. La rete parziale considera una puntuale natura delle relazioni rispetto al complesso delle relazioni di una società, un esempio sono quelle commerciali. La rete egocentrata parziale tiene conto di entrambi i criteri considerati per le reti precedenti, un esempio è una rete egocentrata considerata solo per le relazioni commerciali. Una proprietà della rete è la sua densità definita come il rapporto tra le relazioni in atto effettivamente e quelle teoricamente possibili nel caso che ogni soggetto fosse realmente collegato con tutti gli altri. Ogni rete diventa divisibile in sottosistemi con varie densità. Anche i nodi sono misurabili rispetto alle proprie caratteristiche potendo individuare il nodo o i nodi dominanti in una struttura di potere a configurazione reticolare. Di interesse è l’intensità delle relazioni prevalenti all’interno della rete che si possono comporre di legami forti e deboli. Quelli forti comportano un alto impegno emozionale da parte di chi è coinvolto, un’ampia condivisione di interessi e una stabilità nel legame. I legami deboli hanno un basso impegno emozionale, condividono interessi particolari e possono essere temporanei. Le reti costituite da legami deboli hanno maggiori probabilità di espandersi verso l’esterno e coinvolgere nuovi soggetti anziché stringere e potenziare i collegamenti già esistenti al suo interno. Per Granovetter (1973) tali legami tendono a ramificarsi costituendo collegamenti che possono sembrare improbabili in presenza di soggetti eterogenei, con il risultato di generare una rete dinamica ed aperta (Stagni, 1990, Migliorini, Venini, 2001). 

Un ruolo importante viene assunto dalle reti sociali nei processi di sviluppo locale. Si tratta di interazioni dirette che possono essere collegate a un modello comunitario e che contribuiscono alla competitività dei sistemi locali. Diventa una forma di capitale sociale (Coleman, 1990) che si trasforma in risorsa permettendo interazioni tra attori presenti in un territorio attraverso relazioni a rete (Bagnasco, 2003, pp. 25-27). 47 

1.12 Ambito locale e società locale 

In un disegno teorico spazialista non bisogna trascurare il livello macro dell’analisi sociologica che intende comprendere come da un intreccio di relazioni sociali legate a reti che le veicolano con proprie forme spazio-temporali si formino sistemi sociali coerenti con una propria identità spaziale e in grado di riprodursi nel tempo. Parallelamente, è presente un indirizzo interessato alle collettività stabilmente collegate a un territorio di scala più ridotta. Si tratta degli studi di comunità caratterizzati da ricerche prevalentemente empiriche (Lynd, 1929, 1937; Warner, 1963; Banfield, 1958) dove la comunità è intesa come una collettività a base territoriale identificabile con un centro urbano di dimensioni medio-piccole, un insediamento rurale o un’area a livello subregionale (Bagnasco, 1992). Qualificante per i lavori di analisi delle società locali o microsocietà diventa una metodologia applicata che sistematicamente analizza i diversi ambiti della vita sociale quali economia, politica, cultura, istruzione, religione, uso del tempo libero con l’intento di evidenziare gli elementi di coerenza tra le diverse manifestazioni dell’attività sociale legati alle peculiarità dell’ambiente e del territorio. Tali fattori portano alla comprensione dei processi che attribuiscono ad una collettività locale un’identità propria in grado di riprodursi e progredire nel tempo. Sono studi che si rivolgono ad ambiti territoriali ridotti e ottengono risultati difficilmente traslabili su scale più ampie. Questo limite teorico viene colmato dalla definizione di società locale di Dickens (1990, trad. it. pp. 20-21), considerata come integrazione del concetto di “ambito locale”. Quest’ultimo, a sua volta, è uno spazio fisico che si connota socialmente attraverso le relazioni sociali che vi si svolgono, ma è necessario, secondo il sociologo inglese, disporre di “un concetto più forte per esprimere l’idea che l’ambiente nel quale le persone si muovono […] è costituito da sistemi sociali”. Da qui prende forma il concetto di società locale, che sottolinea la dimensione sistemica della vita sociale nei suoi rapporti con il territorio. 

In tal modo la società locale diventa sistema con una collocazione urbana, mostrando una proprietà di auto-organizzazione (Portugali, 2000) capace di elaborare una propria configurazione interna che garantisce, per un arco temporale lungo, di conservare la propria identità. Tale proprietà non comporta obbligatoriamente una situazione di equilibrio per il sistema urbano in quanto il possibile passaggio da una instabilità strutturale ad un’altra con un percorso inconvertibile può portare a punti di svolta con alternative radicali di sviluppo. L’identità della società locale ha caratteristiche di riproducibilità nel tempo ma non di una 48 

obbligatoria invariabilità e non risulta priva di conflitto tra i soggetti individuali o le organizzazioni che compongono il sistema. 

Con l’aggettivo locale si fa riferimento a sistemi sociali che comprendono rapporti significativi tra attori e la presenza di reti relazionali sociali e spazializzate messe in atto attraverso un costante coordinamento spazio-temporale dei soggetti. Le società locali le ritroviamo in un determinato territorio che comprende risorse a cui attingere per il proprio sviluppo, un territorio che si è configurato in base alle caratteristiche acquisite dal sistema sociale nello scorrere del tempo. 

1.13 Integrazione orizzontale e verticale 

La società locale non deve essere interpretata come un’area autosufficiente ma come un sistema aperto rispetto ad altri sistemi territoriali. Sembra strano utilizzare tale termine per le città contemporanee con un’alta interdipendenza e collocate in un livello mondiale; eppure diventa utile per comprendere come ogni singolo contesto urbano trovi un equilibrio tra una logica interna del sistema sociale e l’apertura di specifici sottosistemi a reti di vasta dimensione. Si tratta di reti parziali che collegano gli attori, attraverso interazioni mirate, ai centri di interesse (Feld, 1981). La città è, quindi, composta da una moltitudine di questo tipo di reti più o meno dense, con diversa intensità nei legami. Le interazioni possono avvenire in compresenza, con nodi in posizione favorevole a livello locale collegati a reti di varia natura, oppure a distanza, con connessioni oltre i limiti urbani con reti simili a livello regionale, nazionale o mondiale. Tale processo di interconnessione porta a due tipi di processi di integrazione (Bagnasco, Negri, 1994; Mela, Preto, 1998). Un tipo è quello orizzontale, che integra reti parziali di varia natura a scala urbana permettendo di collegare tra loro soggetti diversi creando contatti e azioni combinate spazialmente tra vari ambiti locali. Con lo sviluppo dell’integrazione orizzontale, attraverso l’estensione dei collegamenti alle principali reti parziali cittadine la città diventa una “rete delle reti” (Hannerz, 1980) acquisendo i caratteri della società locale. Un secondo tipo di integrazione è, invece, quello verticale, che avviene quando alcune reti parziali urbane si connettono con reti di natura simile ma spazialmente collocate in un più ampio contesto. In questo caso, il prolungamento delle reti locali verso l’esterno permette a nodi urbani significativi per la rete di diventare regioni specifiche in una maggiore dimensione spaziale. Le città contemporanee raccolgono entrambi i tipi di integrazione, ma con intensità ed esiti dissimili. Molte piccole città vivono una prevalente integrazione orizzontale con una struttura 49 

urbana compatta e coesa ma una posizione secondaria nelle reti nazionali. Per metropoli come Milano, Roma si rileva una situazione opposta in presenza di imprese multinazionali o istituzioni internazionali che risultano nodi maggiormente connessi a livello mondiale rispetto alle reti locali. Non risulta una reciproca dipendenza tra integrazione orizzontale e verticale ma si originano fenomeni retroattivi con effetti diversificati rispetto ai contesti. In alcune circostanze l’aumento dell’integrazione verticale origina un aumento in quella orizzontale oppure un effetto di distanziamento tra i due tipi di integrazione, come in alcune città carenti di un piano strategico o progetto di sviluppo in grado di guidare l’attuazione dei processi di globalizzazione economica e culturale. La conseguenza è un dualismo urbano con la formazione di nuove aree di povertà e l’incremento di tensioni e senso di insicurezza. 

1.14 Obiettivi conoscitivi relativi al caso studio: il “Cristo” di Alessandria 

Periferie degradate, funzionali, diluite in città dai confini ormai indefiniti. Periferie di città dove il “non luogo” diventa la caratteristica principale, di aree urbane ormai prive di centralità, diffuse, definizioni territoriali negative che impediscono una loro precisa identificazione. Eppure un mondo globalizzato e caratterizzato da flussi, mobilità, relazioni fluide e de-territorializzate pare non aver annullato realtà locali infraurbane e dimensioni socio-territoriali rilevanti a livello geografico, politico e culturale come i quartieri. Flussi, movimento, velocità sembrano gli elementi essenziali che caratterizzano la società contemporanea, globalizzata; allo stesso modo le aree deprivate ed emarginate diventano contenitori per vuoti a perdere. Esistono realtà metropolitane che si presentano come città arcipelago, come la Istanbul descritta da Pamuk (2006) come un flusso che attraversa edifici vissuti da individui senza legami e conoscenza reciproca, ma che comprende un insieme di quartieri con stretti legami di comunità, nei quali si identifica un centro luogo di conoscenza e interazione. Per Jane Jacobs (1961) il quartiere è uno spazio di relazioni che nascono in presenza di un luogo di incontro e scambio aperto a tutti coloro che lo vivono. Alla luce di queste riflessioni appare limitante la definizione di sotto-area della città, in una prospettiva ispirata alla Scuola di Chicago, piuttosto risulta interessante la definizione di quartiere come “quella porzione di spazio pubblico generale (anonimo, di tutti) in cui si insinua poco a poco uno spazio privato contraddistinto dalla pratica quotidiana dell’abitare” proposta da De Certeau e coautori (1994, p. 15). Il quartiere appare, in questa stimolante prospettiva, un punto di raccordo tra la vita quotidiana e lo spazio pubblico, capace di creare routines, relazioni, definendo un livello di struttura sociale che si avvale di 50 

organizzazioni e istituzioni per inserire l’interazione sociale in reti che superano l’ambito domestico e che collegano ambienti che possono essere scolastici, parrocchiali o comitati e associazioni di quartiere. 

Quale ruolo e natura attribuire al quartiere nella contemporaneità, alla luce dei cambiamenti avvenuti nella fase attuale e post-industriale, che hanno progressivamente rovesciato l’ordine spaziale e temporale definito dai teorici e pianificatori della città del primo Novecento, collimante con una deliberata intenzione di divisione sociale di classe? 

La trasformazione dei quartieri, le trasformazioni del rapporto centro-periferia, nel quadro di cambiamento che pervade la natura e il ruolo stesso delle città, nel loro insieme, saranno viste in controluce in questo lavoro, che si concentrerà su un singolo studio di caso, quello del quartiere Cristo di Alessandria. In particolare, cercheremo di capire cosa è avvenuto in questo quartiere, dopo il superamento di una fase fordista che aveva visto una condivisione di interessi in ampi gruppi sociali che costituivano una forza in grado di fare pressioni per vedere adottate alcune politiche in ambito urbano o impedirne altre. Superata quella fase, il rischio per gli abitanti del quartiere è vivere una semplice condivisione di condizioni di vita con una contemporanea dispersione di interessi che svantaggiano l’azione collettiva. Un antidoto è individuabile in un elevato senso civico della comunità con un’ampia presenza di cittadini che interpretano attivamente il loro ruolo in un tessuto sociale in cui sono presenti principi di cooperazione e di fiducia nel prossimo. Cooperazione e fiducia derivano dall’esercizio di un “interesse illimitato” dove gli obiettivi personali vengono considerati in un ampio quadro dove sono contemplate anche immagini condivise di un bene comune. Diventa possibile sviluppare relazioni sociali a rete tra soggetti che si considerano dei pari, che si riconoscono in una insieme di persone che hanno comunione di vita sociale e che hanno saputo rigenerare identità, simboli in uno spazio che li rappresenta ma non limita diventando soglia per futuri contatti e cooperazioni. 

L’ipotesi proposta è se “oltre” la periferia esista un esito possibile di comunità vitali e consapevoli di “essere” città, di possedere un ruolo attivo e propulsivo nel costruire il proprio futuro e quello dell’area dove risiedono. 

Il Cristo, definito recentemente dagli stessi residenti una “città nella città”, si compone di individui determinati nel confermare una specificità ben distinta rispetto al centro di Alessandria, in tal modo si creano due polarità in dialogo ma distinguibili. L’interesse della presente tesi si focalizza appunto nell’individuare se effettivamente si siano stratificati nella storia un insieme di cause e fattori che hanno reso possibile la formazione di un quartiere con 51 

una rappresentazione collettiva segnata da un forte senso di appartenenza in grado di mobilitare risorse partecipative che si riconoscono in un destino comune. In tal caso emergerebbe una capacità di autocoordinamento forse inconsapevole ma che ha la possibilità di manifestarsi in punti di coesione come i centri di incontro per anziani, i circoli parrocchiali, le associazioni di categoria. Si tratta di realtà legate e coordinate tra loro in modo naturale essendo associazioni del Cristo, ma quanto condiziona la presenza di leader trainanti con iniziative che coinvolgono e creano visibilità al quartiere? 

Una specifica collocazione spaziale con confini urbanistici che ne delimitano la sua superficie potrebbe aver determinato nel tempo specifiche peculiarità del quartiere? Vi è un’articolazione ulteriore, al suo interno? Se sì di che tipo? Un riconoscimento territoriale, un passato comunitario ritenuto pregevole e forza per l’evoluzione identitaria collettiva attuale possono trasformarsi in fattori non di chiusura verso ciò che è considerato fuori dai propri confini ma di dialogo e cooperazione? Vi sono esperienze nelle quali, come nel caso del CEP, proprio dalle situazioni di emarginazione e degrado si sono attivate dinamiche di riscatto, integrazione e inclusione? 

1.15 Il disegno della ricerca e i metodi di analisi 

Le riflessioni su unità di analisi ristrette quale un quartiere di una citta media italiana può basarsi sullo studio di caso essendo una strategia con un obiettivo conoscitivo preciso, condotto attraverso la raccolta e l’analisi, più complete possibili, degli elementi riguardanti il caso sotto esame. Ciò al fine di rilevare evidenze empiriche utili a rispondere alle domande di ricerca esposte in coda al paragrafo precedente e che conducono lo studio stesso. Si utilizza un metodo di ricerca di tipo qualitativo al fine di indagare fenomeni complessi attraverso un processo strutturato che prevede fasi ben precise quali preparazione/progettazione, raccolta delle prove, analisi delle prove ed infine la stesura di una relazione di studi di caso. La ricerca viene gestita con finalità descrittive e esplicative che perseguono le funzioni di descrizione e spiegazione di una data realtà. 

Il disegno di ricerca costruito, partendo dalle iniziali domande di indagine, intende analizzare una periferia di una media città italiana, il Cristo, inserita in un contesto cittadino, Alessandria. Nella strutturazione della ricerca sono stati utilizzati materiali di tipo storiografico basati su una letteratura in particolar modo indirizzata ad una sociologia in ambito urbano ma non solo avendo lo studio delle città e le sue periferie interessato vari campi di ricerca. Si tratta 52 

di una raccolta documentale che risulta principalmente indirizzata all’analisi di vaste aree urbane, metropoli considerate come principali centri di urbanizzazione e urbanesimo nella contemporaneità. Tali oggetti di studio sembrano discostarsi da quello della presente tesi ma diventa necessario considerare che il terreno di indagine rimane un’area urbana con le sue suddivisioni, forme, sistemi sociali, evoluzioni critiche e virtuose che sono accumunate dall’abitare degli individui, da una loro necessaria ricerca di riconoscersi in una comunità che identifichi e rassicuri. La volontà è di contrastare lo spaesamento e la perdita di punti di riferimento, simboli identificabili dalla collettività e che permettono un riconoscimento, dialogo e interazioni comprensibili e interpretabili da parte tutti gli attori partecipanti. 

Per meglio delineare il presente caso studio una parte della documentazione raccolta ha riguardato la sua storia, dalla nascita del primo nucleo abitativo fino alla fase contemporanea. Tale ricostruzione nel lungo periodo si prefigge di individuare quali fattori hanno trasformato un’area rurale nel quartiere più popoloso di Alessandria, quali variabili hanno favorito una simile trasformazione proprio in questo quartiere anziché in altre zone della città che presentavano simili potenzialità di sviluppo. Si è voluto definire spazialmente il quartiere a sud di Alessandria attraverso una collocazione geografica anche legata alle sue fasi evolutive, le possibilità di connessione con la città, la sua posizione strategica di collegamento con i porti liguri. L’interesse si rivolge anche alla comunità del Cristo, la sua evoluzione identitaria e di senso di appartenenza lungo i duecento anni considerati, le organizzazioni, associazioni nate e quelle ancora presenti e comunque attive e cooperanti tra loro ma anche aperte ad iniziative con istituzioni pubbliche, private, nonché a storiche famiglie imprenditoriali dell’area. 

Particolare attenzione è stata rivolta alla stampa locale e in modo sistematico alla testata de “Il Piccolo”, a partire dalla seconda metà del 2018, quando si veniva a delineare il caso studio oggetto della presente tesi. Si è rivelato un valido metodo per poter scoprire e comprendere realtà, dinamiche messe in atto da attori presenti ed attivi nell’evoluzione del Cristo, legami, cooperazioni e strategie che hanno visto il quartiere protagonista. 

Testimonianze della vita comunitaria del quartiere, nelle sue varie dimensioni, sono state raccolte attraverso un’attività di indagine empirica come interviste sul campo che hanno interessato figure rappresentative di associazioni, enti e centri di aggregazione presenti nel quartiere quali: l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui, la Soms del quartiere, il Centogrigio, i servizi socio assistenziali nel quartiere. 

Le interviste sono state strutturate attraverso una scheda riportante i temi che potevano riguardare il rapporto dell’intervistato con il quartiere, come era vista l’evoluzione del quartiere 53 

anche in rapporto con le altre aree cittadine, specificità come il tipo di commercio presente, comunque tematiche che si legano alla figura dell’intervistato in relazione al quartiere. Le domande intendono consentire all’intervistato di raccontare la propria esperienza, visione del Cristo dalla sua perimetrazione spaziale alle esperienze di vita e gli obiettivi, progettazioni future legate al quartiere. Per meglio approfondire, ampliare il racconto con argomenti emergenti e non individuati precedentemente sono stati utilizzati i rimandi (Yin, 2005). Le interviste sono state registrate e, successivamente, trascritte. Le trascrizioni arricchite con sottolineature, commenti e osservazioni nate dall’osservazione sul campo. Infine, i testi delle interviste sono stati suddivisi e classificati per temi, al fine di facilitare l’analisi. Si parla di una forma di intervista “focalizzata” (Bichi, 2002) con una strutturazione che apre al dialogo per approfondire alcuni aspetti circoscritti e predefiniti dei quali l’intervistato è esperto o comunque “testimone privilegiato”. Assume importanza un’idonea costruzione della traccia e le modalità di formulazione delle domande per una narrazione non condizionata o indirizzata verso risposte compiacenti. 

Le interviste si sono svolte in ambiti scelti dagli stessi testimoni permettendo un’osservazione diretta di comportamenti o ambienti di interesse, in ogni caso è emerso un modo informale di porsi da parte degli intervistati con un luogo che veniva scelto per vicinanza ed abitudine in mancanza di una sede istituzionale, se questa esisteva diventava logico utilizzarla in quanto l’intervistato era presente per lavoro o per le proprie funzioni svolte. Il lavoro sul campo, inoltre, si è arricchito, oltre alle interviste, anche dell’osservazione partecipante di alcuni momenti salienti della vita del quartiere. Ne è un esempio la partecipazione all’incontro “Alessandria Riparte. Il Cristo e altri quartieri: da periferie a nuovi poli cittadini”, tenutosi presso la SOMS (11 ottobre 2019), coordinato da Daniele Coloris con la partecipazione di rappresentanti delle diverse anime e realtà vitali del quartiere e non solo. 

I dati storici raccolti sulla popolazione del quartiere e dell’intera città provengono da rilevamenti Istat, dal Servizio Anagrafe e Statistica della Citta di Alessandria, da censimenti. Quelli che hanno permesso di descrive una realtà alessandrina provengono da una sua analisi effettuata della Regione Piemonte (2018) presente nel documento di approvazione della Strategia urbana integrata e sostenibile della città di Alessandria compreso nella più ampia strategia POR-FESR 2014/2020. I dati relativi alla situazione immobiliare distinta per aree omogenee provengono dal sito dell’Agenzia delle Entrate attraverso statistiche regionali, nel presente caso il Piemonte, sul mercato immobiliare residenziale. Informazioni puntuali sugli 54 

orti sociali alessandrini sono stati estratti dal sito istituzionale Città di Alessandria, Orti per anziani. 55 

2. – Il Cristo dalle origini ai primi anni venti del Novecento 

Per considerare gli sviluppi storici dell’area che oggi corrisponde al Cristo è interessante notare come i principali insediamenti di epoca pre-romana e romana corrispondano agli attuali sobborghi di Villa del Foro, Cantalupo e Casalbagliano, i corpi santi della città. Nel periodo a cavallo della nascita di Alessandria (XII secolo) nella sua area sud gli stanziamenti abitativi erano costituiti da cascine sparse. Successivamente, a metà dell’Ottocento, era presente un piccolo centro abitativo nell’area attorno a Casa Migliara e, a fine Ottocento, veniva costruito il canale Carlo Alberto, utilizzato non solo per irrigare i campi coltivati ma anche per la produzione di energia elettrica necessaria allo sviluppo industriale e occupazionale di Cantalupo e dell’area sud di Alessandria. Contemporaneo era l’insediamento della ferrovia che creava una barriera al collegamento della zona con Alessandria in seguito superato con la costruzione di un primo cavalcavia malgrado la presenza di stringenti servitù del demanio militare. Importanti per il futuro sviluppo del Cristo erano la presenza di forma associative come la Soms, di una scuola elementare ed asili per rispondere alle sempre maggiori necessità di famiglie che sceglievano l’area per insediarsi anche attratti da possibilità lavorative date dalla fabbrica Mino e la costruzione dello smistamento ferroviario. Si stava creando una comunità che si riconosceva tale ed era pronta a rivendicare nella zona una propria sede parrocchiale rifiutando quella provvisoria di San Giovannino in Corso Roma. Con il forte aumento della popolazione e di insediamenti abitativi diventava urgente la necessità di avviare un piano regolatore e la costruzione di un nuovo cavalcavia per un più scorrevole collegamento con la città. Nei circa cento anni tra il primo Ottocento e il 1920 venivano poste le basi per uno sviluppo del futuro Cristo grazie anche alla graduale diffusione di infrastrutture e servizi. Le fasi di crescita della zona verranno comparate con l’aumento della popolazione per rilevare l’esistenza di legami causali all’origine dell’importante urbanizzazione nell’area sud di Alessandria (Ballerino, 2017). 

2.1 Il passato lontano dell’area del Cristo 

Risalendo nella storia troviamo insediamenti di età pre-romana e romana a Villa del Foro (Forum Fulvii) e testimonianze del passaggio dei Longobardi. Nell’epoca in cui nasceva Alessandria Cantalupo esisteva già e il nome di questo antico sobborgo deriva, secondo Nicola Basile, dalla presenza di ampie aree boschive che originarono la denominazione “Apud Lucus” 56 

(presso il bosco) che, attraverso una storpiatura latina, divenne “accanto lupo” e infine Cantalupo. In un elenco del Ghilini del 1348 Cantalupun con Forum e Casale Bajanorum erano considerati i corpi santi della città. Nello stesso periodo l’area del Cristo vedeva la presenza di cascine come l’Aulara, sulla strada di Casalcermelli, la Tenuta Valoria posizionata nel 1005 sulla sponda destra del Bormida (Pastorino, 2005), ora si trova su quella sinistra. La Valoria8 era il centro di raccolta dell’oro dei giacimenti dell’Orba e del Piota sfruttati in periodo longobardo e del Sacro Romano Impero. Infatti il nome deriva dal latino vallis aurea delle località piemontesi e lombarde dove si prativa la raccolta dell’oro in epoca altomedioevale. La cascina Aulara (Pastorino, 2005) era legata al mito di Gagliaudo attraverso la citazione negli annali di Ghilini (Ghilini, 1666): 

8 Pipino G., “La Provincia di Alessandria” n. 3 del giugno – luglio 1989, (cit. in Ballerino A., 2017, pp.21-22). 

Gagliaudo di casa Ollara (che anche Aulara ai nostri giorni viene chiamata) uomo assai prudente, et pronto al consigliere, la cui arte era allevar bestiame et attendere all’esercizio di fare il cascio et altri latticini” 

Successivamente alla nascita di Alessandria sorgono le cascine Boida, Santa e Moisa. Quest’ultima oggi ha un bel ingresso padronale, probabilmente dissimile da quello originario, la Boida, posizionata lungo Corso Acqui, resta un ricordo di un lontano passato inglobato nella città. Nel 1807 gli abitanti del Cristo chiedevano che la chiesa della cascina fosse “ufficiata” e utilizzabile come luogo di culto rispetto alla lontana Santa Maria della Neve e della Corte posizionata in città. Con la costruzione del canale Betale che portava le acque del Bormida in città e terminava nel Tanaro la Cascina Rosta ospitava due strutture idrauliche, le prime fuori dalle mura cittadine. Diventava un impianto di distribuzione delle acque a sud del contado con edifici per la follatura dei panni ancora produttivi nel 1425 (Boido, 2015). Il Betale venne realizzato dal Comune con contributi delle case alessandrine dell’ordine degli Umiliati che gestivano la follatura dei panni oltre ad avere il controllo in Alessandria delle acque pubbliche. Le terre delle cascine Rosta e Santa diventarono i pascoli più redditizi attorno la città potendo irrigare con il Bormida, causa comunque di frequenti esondazioni. La forza di tali eventi naturali portava gli alessandrini, nel 1348, a rivolgere una richiesta al Signore di Milano, Luchino Visconti: poter deviare il corso del Bormida e allontanarlo dai centri abitati (Ballerino, 2017, p. 23). Dimostrazione dei lavori effettuati fu il cambio di posizione della cascina Valoria, dalla sponda destra del fiume a quella sinistra. L’area dove sorgerà il Cristo vide aumentare nel tempo 57 

gli insediamenti agricoli, da una cartina del 1657 lungo il percorso per Castellazzo, si nota la già citata Moisa, la Maddalena, la Monaca, la Vescova, la Spandonara, la Boidina. 

2.2 L’origine del nome Cristo 

Sinora si è vista l’area del futuro rione caratterizzata da attività agricole, opifici per la lavorazione e coloritura dei tessuti ma ancora deve emergere il nome che caratterizzerà l’insediamento alla periferia sud di Alessandria, il Cristo. Un racconto popolare lega il nome alla presenza di un dipinto sulla facciata di Casa Migliara in Corso Acqui. Nell’articolo de “Il Piccolo” del 10 aprile 1954 (cit. in Ballerino, 2017, p. 29) Piero Angiolini descriveva la denominazione del borgo “Cristo” indicata dal popolo in quanto meta per gli alessandrini, nella seconda metà dell’Ottocento, della gita fuori porta. Si seguivano le sponde del canale Carlo Alberto (ora interrato e diventato Corso Carlo Marx) superando i bastioni che cingevano interamente il centro e veniva oltrepassato un passaggio a livello non essendo ancora stato costruito il cavalcavia di Viale Brigata Ravenna9, risalente al 1883. I gitanti seguivano il viale costeggiando il canale per arrivare alla Casa Migliara, dove era presente un’osteria dotata di campo da bocce. La casa aveva raffigurato in facciata il Redentore e fu naturale per la popolazione indicare la meta delle passeggiate domenicali col nome “Cristo” collegandolo al nascente borgo. La spiegazione si riferisce a come la zona abbia ricevuto una denominazione e identificazione diventata di uso comune, non certo alle sue origini storiche. L’articolo de “Il Piccolo” del 1954 riportava notizie sulla messa officiata dall’arciprete della Cattedrale Giuseppe Amato e legata al restauro dell’affresco da parte del pittore tortonese Mietta. Nel 1989 l’intervento sull’affresco fu più drastico con la sovrapposizione di un nuovo dipinto sul precedente, irrimediabilmente rovinato. La realizzazione fu effettuata da un artista del quartiere, Scarrone e protetta da un vetro per isolarla dalle intemperie. 

9 Comunemente chiamato solo “cavalcavia”, da questo momento anche in questa sede. 

Alcune fonti storiche sulla denominazione Cristo richiamano invece una struttura precedente come risulta dai registri costitutivi, nel 1825, della Parrocchia di San Giovannino Evangelista per il Cristo da parte del vescovo Monsignor D’Angénnes. L’esistenza della cascina Crocifisso è confermata nella cartina topografica a mano indicante l’area servita dalla nuova Parrocchia e la struttura rurale era situata nella zona ora percorsa da Corso Acqui, sulla destra tra il suo inizio e Via Casalbagliano. Nel settecento lo storico Giuseppe Antonio Chenna identificava la stessa località come “detta ancora al presente Cristo” facendo antecedere la 58 

denominazione. Custodito nell’archivio del Vescovado esiste un documento del 20 ottobre 1666 dove veniva utilizzata la stessa denominazione, si parla della “chiesa forense del Christo”, in un convento di monache della Maddalena e annessa masseria alla cascina Monaca. Collegato al documento usciva un articolo pubblicato su “La Provincia di Alessandria”, numero 3, anno 1964, che riprendeva un altro articolo apparso sulla “Rivista di Storia, Arte e Archeologia” nel 1939, nel quale si ipotizzava come la cascina Crocifisso potesse appartenere alla Rettoria di San Cristoforo comprendendo una chiesa e uno “spedale” esistente prima del 1350. Purtroppo, ad oggi, non è stata possibile una sua certa ubicazione. 

Alla fine dell’Ottocento ormai il nome Cristo era così di uso comune da far respingere, da parte delle autorità, la richiesta di una parte della popolazione di cambiarlo in quanto termine che si poteva legare ad una profanazione. Nel 1892 fu affidata alla Commissione storica municipale la decisione di mutare o meno la denominazione e con cinque voti contro uno si preferì mantenere il termine Cristo essendo ormai legato ad un’antica e storica tradizione (Ballerino, 2017, pp. 31). 

2.3 Lo sviluppo dell’area sud di Alessandria dall’Ottocento e primi decenni del Novecento 

Passeremo ora ad analizzare le cause alla base dell’espansione del Cristo creando così la principale zona di crescita e sviluppo di Alessandria. 

2.3.1 L’opera idraulica “canale Carlo Alberto” 

Risale al 1818 la prima idea alessandrina di utilizzare le acque del Tanaro e Bormida a vantaggio dei cittadini come in precedenza era stato con il Betale e l’area individuata era a sud della città, tra Cantalupo e il Cristo. Dopo varie vicissitudini economiche, fallimenti delle società azioniste e incaricate della costruzione idraulica si arrivava al completamento dell’opera canale Carlo Alberto nel 1847. Il punto di presa d’acqua era nel comune di Cassine, il percorso prosegue nei territori di Gamalero e Cantalupo per scorrere parallelo a Corso Acqui, dove oggi è Corso Carlo Marx, entrare nel centro urbano vicino a Porta Savona (attuale Piazza Garibaldi) e proseguire lungo l’attuale Corso Centro Cannoni. Diventerà un’opera non solo con funzioni di irrigazione ma importante anche nel processo di industrializzazione: la fabbrica “Morteo e Gianolio” di Cantalupo nasceva nel 1881 sfruttando le sue acque per la produzione di energia elettrica e grazie alla presenza di una linea ferroviaria quale importante collegamento con il 59 

porto di Genova. Infatti il materiale per la produzione di olio di semi, sapone, candele e panelli per il bestiame arrivava dall’estero e, tramite un raccordo ferroviario, erano presenti tre binari che conducevano alla fabbrica collegando tutti i magazzini interni. Nel 1913 gli operai impegnati erano 25010 per vedere un calo nel 1925 dovuto a innovazioni tecnologiche, una continuità sino al 1960 e un’ulteriore ammodernamento e calo di occupazione sino alla chiusura nel 1967. La presenza della “Morteo e Gianolio” trasformò la vita nell’area a sud di Alessandria offrendo lavoro non solo agli abitanti di Cantalupo ma anche a quelli dei centri vicini, rimanendo una dimostrazione di come la costruzione di grandi infrastrutture come la ferrovia, inaugurata nel 1854, e il canale Carlo Alberto fossero diventati fondamentali per l’esistenza di grandi realtà industriali. 

10 “Statistiche Industriali della Provincia di Alessandria” della Lega Industriale, (cit. in Ballerino A., 2017, pp. 48-49). 

11 “L’avvisatore Alessandrino” del 23 agosto 1883, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 44). 

2.3.2 La ferrovia, il cavalcavia, le servitù del demanio militare e le prime industrie 

Le grandi infrastrutture diventarono il primo punto di svolta nella storia del Cristo. La scelta di Alessandria come importante punto di attraversamento ferroviario era dovuta alla sua posizione centrale rispetto al triangolo Genova, Torino, Milano, vantaggio che svanirà con la costruzione della linea ad alta velocità Torino, Milano, Bologna, Roma. La scelta ferroviaria di Alessandria era vitale sul piano occupazionale: negli Annali di Statistica, del 1890, risultava come prima industria meccanica della città la “Officine Ferroviarie” con 168 operai impegnati nella manutenzione delle strade ferrate del Mediterraneo (Ballerino, 2017, p. 42). 

La ferrovia portò lavoro ma contemporaneamente creò una barriera fisica tra la città e l’area del futuro Cristo, costituendo anche un problema per l’uso di barche e chiatte sul canale Carlo Alberto. Se inizialmente, alle poche centinaia di residenti a sud di Alessandria, bastava un passaggio a livello per attraversare i binari ad est della stazione, l’incremento dei residenti portò alla decisione di costruire un cavalcavia che venne terminato nel 188311. La struttura permise un agevole collegamento con Alessandria oltre a favorire lo sviluppo del Cristo. 

A metà dell’Ottocento l’area del Cristo vedeva la costruzione del canale Carlo Alberto, nascevano nuove cascine quale premessa per una futura urbanizzazione ma contemporaneamente vi era un interesse da parte militare. Alessandria era ai confini con il territorio austriaco e, oltra alla Cittadella, era sentita l’idea di rafforzare l’area a sud della città 60 

a difesa del suo sistema fluviale. Delle tre costruzioni attuate quella insediata nell’area del Cristo era Forte Acqui a protezione della strada per Acqui e il collegamento con la Riviera Ligure. 

Con la costruzione della ferrovia l’area del Cristo vedeva la possibilità di trasformarsi in sobborgo come Villa del Foro, Cantalupo e Casalbagliano e poi diventare rione della città ma esisteva un ostacolo creato dal demanio militare, da esigenze e vincoli di carattere strategico fortemente sentiti dopo la costruzione di Forte Acqui risalente al decennio in cui venne costruita la stazione. La risposta della classe dirigente alessandrina fu di contrastare i vincoli militari posti di fronte alla necessità di espansione della città in zone periferiche. 

L’urbanizzazione dell’area sud della città poté realizzarsi dopo la demolizione della cascina dell’artiglieria nel 1894 e l’approvazione della legge di regolamentazione delle Servitù militari del 1899 affievolendosi i vincoli con il demanio militare. L’ingegnere capo del comune Ludovico Straneo, a cavallo dei due secoli, diventava artefice delle trasformazioni nel nascente Cristo attraverso la realizzazione del viale alberato lungo il canale Carlo Alberto e le vie trasversali all’arteria provinciale per Acqui creando l’ossatura storica del futuro rione (Ballerino, 2017, p. 52-53). 

2.3.3 La nascita delle Soms come punto di aggregazione e i rapporti con il socialismo 

L’area a sud di Alessandria diventava oggetto, nella seconda metà dell’Ottocento, di uno sviluppo produttivo e di insediamenti abitativi ma anche della nascita di forme associative come le società di mutuo soccorso (Soms). Gli associati erano non solo operai, contadini ma anche appartenenti alla società liberale moderata che scorgeva nell’associazionismo lo strumento per ammortizzare il costo sociale del progresso e stemperare le conflittualità. Malgrado i possibili indirizzi politici le Soms rimasero interclassiste e distanti da ideologie legate al conflitto sociale. Il filo che legava tale associazionismo erano i rischi legati alle attività lavorative come malattia, invalidità, infortunio, disoccupazione o morte. Attraverso il versamento di quote mensili si divideva il bisogno del singolo tra molti e il sussidio diventava automatico. Le categorie degli associati Soms potevano essere di particolari lavorati o persone accumunate dalla stessa condizione come ex soldati o combattenti. Alcune Soms si interessavano anche alla lotta contro l’analfabetismo. Nell’area le Soms nascevano tra il 1870 e 1890: quella di Casalbagliano (1871) fu la prima con l’associazione di fabbri, meccanici e affini seguita dalla Società italiana degli operai e agricoltori e, nel 1876, il circolo XX Settembre ancora oggi esistente. A Villa del Foro 61 

la Soms nasceva nel 1882 sotto l’impulso del concittadino mazziniano e senatore Giovanni Dossena che la pensava come terreno di incontro e cooperazione tra borghesia e proletariato. A Cantalupo, nel 1886, si costituiva la Società agricola, operaia di mutuo soccorso con la presenza di soci onorari esponenti del liberalismo Alessandrino come il sindaco Pietro Moro. A Cabanette era un associazionismo riservato al mondo militare, la Società di mutuo soccorso fratellanza militare Umberto I. 

Alessandria, nel 1899, diventava il primo capoluogo italiano ad avere un Sindaco socialista, Paolo Sacco, anche se per pochi mesi. La rielezione avverrà nel 1905 grazie anche ai consensi negli ambienti dei ferrovieri fortemente presenti nel movimento socialista. Ambienti che trovano un punto associativo nella Società cooperativa di consumo12 in contrapposizione con l’altra realtà associativa, la Società operaia di mutuo soccorso. Con quest’ultima denominazione è stata fondata nel 1911, costituita il 18 marzo e approvata il 29 marzo 1911 come risulta dai documenti depositati nell’Archivio di Stato di Alessandria, FC 1924 e 1926. In precedenza risultavano censite, una in sostituzione dell’altra, due Società di mutuo soccorso di cui uno sola si conosce l’anno di fondazione, 1894. La denominazione sparirà per essere sostituita dalla Società operaia di mutuo soccorso. Quest’ultima assorbirà fondendosi la Società unione mutua fondata l’1 aprile 1911 e riconosciuta giuridicamente l’1 aprile 191313 (Gera, Robotti, 1989). 

12 Fondata nel 1898, legalmente riconosciuta il 17 marzo 1920, approvata con decreto del Tribunale di Alessandria del 1 aprile 1920. (Archivio di Stato di Alessandria, anno 1926). 

13 Fonte: Archivio di Stato di Alessandria, FC 1924, 1926. 

Nel periodo fascista e durante la guerra la Soms si trasformò nella Casa Alferano e, a causa dei bombardamenti, non tutta la documentazione storica fu ritrovata. Si salvò l’atto costitutivo del 18 marzo 1911, siglato dal notaio ma mancante della pagina che riportava i dati di iscrizione al Tribunale, note ritrovate nel resto del testo. Fu recuperata e conservata l’antica bandiera sociale della Soms che aveva i suoi primi soci fondatori principalmente nei residenti nel quartiere e un consistente numero di ferrovieri, operai, personaggi di rilievo come Dossena, Maggioli, presenze provenienti da ogni ceto sociale (Gera, Robotti, 1989). La Società era composta da soci in grado di muoversi dal punto di vista burocratico e amministrativo, collegati all’amministrazione locale. L’attuale sede venne costruita dagli associati anche con successivi ampliamenti ma già nell’edificio iniziale erano presenti al piano terra la parte aggregative, sociale, il salone al primo piano utilizzato per eventi, riunioni e ballo. Il centro di aggregazione contenne il primo asilo laico della zona voluto da uno dei soci fondatori, di matrice socialista 62 

alla pari della stessa società. Era sentita la necessità di un asilo vero, non legato ad alcun indirizzo religioso, con maestre vere. La Soms nacque in un’area periferica, poco abitata ma da subito luogo di forme di associazionismo per famiglie attraverso l’asilo, le serate danzanti proseguite anche nel periodo fascista. Altre attività di aggregazione si legavano al mondo sportivo: ciclismo, calcio, bocce con una lunga tradizione nel quartiere, bigliardi, gioco delle carte. Il riconoscimento giuridico della Soms avvenne nel 1912 con l’inaugurazione della nuova sede14 che diede l’occasione di esporre i due modi di intendere il ruolo della Soms. Il primo era contraddistinto da un carattere apolitico contestato da una seconda posizione che non riteneva l’apoliticità il modo idoneo per portare i lavoratori e equi e importanti risultati quali: l’abolizione del lavoro minorile, quello delle donne e notturno. Con il ballo pubblico organizzato dalla Società operaia di mutuo soccorso nel 1912 riemersero le contrapposizioni tra socialisti e cattolici i quali decisero la preparazione contemporanea di un ballo di beneficienza nei pressi della chiesa. L’associazionismo era diventato un importante punto di riferimento per la comunità, un esempio era la Società Operaia di Cabanette attiva nei decenni a cavallo del Novecento che, nel 1912, vide riunire gli abitanti della zona per decidere in merito al nuovo impianto dei fanali ad olio. Nello stesso anno si svolsero ulteriori riunioni per discutere sulla pessima viabilità, il problema sull’accessibilità al sistema scolastico, del farmacista e medico che risiedevano altrove non garantendo una completa copertura del servizio. Vennero promosse iniziative comuni a sostegno di chi era in difficoltà a cui aderì anche la Soms del Cristo organizzando una festa da ballo per sostenere i poveri di Cabanette. 

14 “L’Idea Nuova” del 5 ottobre 1912 nell’articolo “La festa operaia dl Cristo”, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 51). 

2.3.4 L’insediamento della fabbrica “Mino” 

Alla vigilia della I Guerra Mondiale, tra il 1914 e il 1915, il Cristo vedeva l’insediamento della GB Mino, precedentemente situata in Via Verona 22 con 119 addetti. Era un’azienda prestigiosa a livello internazionale nella produzione di macchine e attrezzi per la lavorazione di metalli preziosi che si legava ad un settore importante nella provincia quale quello dell’industria orafo-argenteria. In contemporanea al suo trasferimento al Cristo e l’inizio della Grande Guerra avveniva una conversione nella produzione indirizzata ai proiettili di artiglieria con centinaia di operai occupati nella ormai più importante industria meccanica locale. In parallelo allo sviluppo produttivo cresceva come forza l’organizzazione sindacale, nel 1916 gli operai ottenevano aumenti nella paga base ma anche il riconoscimento della Commissione interna. 63 

Malgrado il periodo bellico emergeva una forza e coesione della classe operaia. La trasformazione della società in anonima avveniva nel 1922, l’anno successivo vedeva la nascita di una seconda Mino fondata dal nipote del fondatore Giovanni Battista che successivamente si trasferiva prima in Via Aspromonte poi in Via Galileo Ferraris. Il fratello Teresio rimaneva alla guida della storica “Mino Gb & Figli” ampliandone la produzione attraverso la realizzazione di potenti macchine per la laminazione a freddo dei metalli nobili, la fabbricazione di bandelle d’acciaio, di ottone, di rame e di alluminio. 

La grande crisi del 1929, interrompendo il florido commercio con i mercati esteri, fu causa di forti difficoltà per l’azienda accentuate dal rifiuto di svalutazione del Regime, al contrario di altri Stati quali Inghilterra e Stati Uniti. La reazione della Mino fu di cambiare indirizzo produttivo e fabbricare materiale bellico, specificatamente proiettili traccianti e tradizionali. Fu la scelta vincente per una nuova crescita e la possibilità occupazionale per 600 dipendenti alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Questa nuova prosperità fece diventare l’azienda un punto strategico nelle politiche belliche fasciste oltre ad incarnare un modello produttivo da seguire nelle altre realtà industriali italiane. Una conseguenza fu l’inquadramento della Mino nel gruppo meccanico della Edison e un cambio di nome: “Mino Sisma”. Il dopoguerra fu pieno di incertezze sino alla chiusura della sede del Cristo nel 195715. Verrà ricostituita nel 1960 come Imes indirizzata alla produzione di alesatrici, macchine tessili ed elettroerosione consentendo anche ad operai precedentemente impiegati alla Mino di trovare occupazione nel nuovo stabilimento del Cristo. Il processo di ristrutturazione partito agli inizi degli anni Settanta segnerà nel tempo la sua definitiva chiusura (Ballerino, 2017, p. 61-62). 

15 Dopo diverse vicissitudini societarie la società esiste ancora oggi nella sede di San Michele in seguito al suo trasferimento avvenuto nel 1961come riportato nel sito Mino URL: 

http://www.mino.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14&Itemid=44 [sito visitato il 21 aprile 2020]. Diversamente Ballerino (2017) indica una chiusura e dispersione degli operai negli stabilimenti Edison avvenuta nel 1957. 

2.3.5 La presenza di asili e la scuola elementare 

Come vedremo nel paragrafo 2.4, nel 1901 il Cristo era ormai l’area più popolosa a sud di Alessandria, avendo superato i vicini sobborghi con una crescita costante e continua della popolazione nel tempo. Una conseguenza di tale crescita demografica fu la necessità di aprire asili per i numerosi bambini nell’area. Nel 1900 venne aperto l’asilo affidato alla Figlie di Maria Ausiliatrice con annesso un laboratorio per le giovani, un oratorio festivo gestito dalle suore e una biblioteca circolante. Nell’asilo la presenza di una piccola cappella diventò presto un punto 64 

di riferimento religioso per gli abitanti in sostituzione della lontana San Giovannino in Corso Roma. 

La frattura tra mondo laico e cattolico creatasi nel periodo risorgimentale vide come terreno di scontro anche gli asili, tanto che nel primo decennio del Novecento erano presenti, accanto alle strutture gestite da ordini religiosi, anche asili laici come quello di Villa del Foro del 1907, la carica di presidente del quale fu affidata al repubblicano Luigi Dossena16. Interessante osservare che mentre l’asilo del Cristo gestito dalle suore dal 1900 abbia avuto come presidente il Sindaco Antonio Franzini a guida di una giunta liberale appoggiata da cattolici, l’asilo laico approdava al Cristo nello stesso anno con l’organizzazione di una festa danzante per la raccolta fondi sostenuta anche dal cinema Salone Edison. A Casalbagliano veniva costituito un asilo laico sorretto dal circolo XX settembre, la locale Soms. Erano strutture che, per le proprie attività, si baseranno su donazioni e sulle quote mensili versate dalle famiglie sino all’ottobre del 1915, anno in cui si costituiranno come servizio comunale (Ballerino, 2017, p. 63). 

16 Il giornale socialista “L’Idea Nuova” del 25 maggio 1907 pubblica l’articolo: “il primo asilo laico”, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 63). 

Il Comune di Alessandria era sensibile all’alfabetizzazione, impegno condiviso sia dall’amministrazione liberale che dall’opposizione socialista, il risultato fu un comune all’avanguardia in Italia per gli esiti. Con la seduta della Giunta municipale del 15 ottobre 1901 venne deciso l’acquisto del terreno su cui sorgerà la scuola elementare posta nel centro del sobborgo al crocevia della strada provinciale Alessandria – Savona, la diramazione verso Casalbagliano – Oviglio e Casalcermelli – Ovada. 

La relazione del 15 febbraio del 1902 del progetto redatto dall’ingegnere capo dell’ufficio tecnico Ludovico Straneo chiariva i motivi che portarono a decidere la costruzione della scuola: 

“Lo straordinario impulso che l’abolizione della servitù militare ha dato alla fabbricazione di case nella plaga meridionale esterna della Città, ha fatto quasi sorgere a nuovo il sobborgo del Cristo. Esso è alle porte della città, è quasi la continuazione della medesima. Tuttavia la distanza, e le difficoltà che oppone la ferrovia ad una diretta comunicazione, rendono necessario che si provveda in questa nuova e crescente borgata una stabile sede delle scuole elementari, ora provvisoriamente e con ripieghi disseminata in parecchie private proprietà […] L’onorevole Giunta, nel dare l’incarico di preparare il progetto, prescriva che il tipo dovesse essere quello adottato per l’edificio scolastico 65 

recentemente costruito in Spinetta Marengo, tenendo però presente la possibilità di futuri ampliamenti.”. (Ballerino, 2017, p. 65) 

I lavori termineranno nel 1904 e il collaudo con la conseguente apertura avverrà nel 1906. Con la continua crescita del Cristo emergeva già nel 1914 la necessità di ampliamenti, i quali però vennero rinviati per affrontare necessità scolastiche di altri sobborghi quali San Michele e Lobbi. 

A seguito delle requisizioni degli edifici scolastici nella Prima guerra mondiale, nel 1916, il Comune si vedeva costretto ad acquistare la Casa Arzani in Via Parini che veniva adibita anche ad asilo municipale ed utilizzata sino agli anni Cinquanta per carenza di spazi. Alla fine della Seconda guerra mondiale l’originario edificio scolastico verrà definitivamente dedicato a Carlo Zanzi, direttore delle scuole alessandrine nel corso dei primi anni del secolo scorso. 

2.3.6 La creazione dello smistamento ferroviario 

Nel febbraio del 1908 il Parlamento approvava la convenzione firmata dal sindaco Paolo Sacco per l’acquisto di 700.000 mq. di terreno posti davanti al primo cavalcavia e la ferrovia consentendo la costruzione di un più agevole collegamento tra la città e l’area a sud dopo l’eliminazione degli ostacoli creati dalle servitù militari. 

La presenza della stazione richiamò molti impiegati delle ferrovie che in maniera crescente sceglievano come residenza il Cristo. Questa consistente e specifica categoria di lavoratori riuscì a portare sulla scena pubblica, giornali compresi, le proprie rivendicazioni, avanzate a fronte di non facili condizioni lavorative e continui incidenti anche mortali. 

L’ampliamento della struttura ferroviaria veniva caldeggiata dagli enti locali che intravedevano uno sviluppo economico sia commerciale sia occupazionale. Anche la Società delle Ferrovie del Mediterraneo era interessata a un progetto di espansione e di adattamento alle nuove esigenze di traffico. Il 1908 vedrà la creazione dello smistamento ferroviario e una conseguente nuova espansione della popolazione nel sobborgo. 

2.3.7 La costruzione della chiesa di San Giovanni Evangelista 

La caduta di vincoli posti dal demanio militare consentì l’edificazione della chiesa di San Giovanni Evangelista, che fu consacrata nel 1905 (Pastorino, 2005). La richiesta di una propria parrocchia da parte della numerosa popolazione si formalizzava con la firma di una petizione 66 

al Governo da parte di 401 capifamiglia ma il Ministero della Guerra rimase fermo sul rifiuto dei permessi. L’autorizzazione arrivò nel 1900, cinque anni dopo l’abbandono da parte dei militari di Forte Acqui. Nel 1903 la chiesa era ancora incompleta ma i ragazzi della zona potevano ricevere la prima comunione tra le sue mura. Nel 1905 avveniva la consacrazione e il trasferimento della parrocchia malgrado fosse un edificio incompleto e privo di campanile. Nel 1913, con la nomina del nuovo parroco, il cortile annesso alla canonica veniva utilizzato per l’aggregazione dei bambini, anticipando il futuro oratorio che sarà istituito nel 1920. Il luogo di raduno delle bambine era dalle suore del vicino asilo. 

2.3.8 La necessità di un piano regolatore in un’area in espansione 

All’inizio del Novecento Alessandria viveva un ristagno nella crescita della popolazione al contrario di quanto avveniva nella frazione Cristo che vedeva triplicati, nel ventennio dal 1901 al 1921, i residenti. Esistevano tutti i presupposti per un passaggio dell’area da frazione a quartiere di Alessandria ma gli stessi abitanti si opposero per un problema economico: l’annessione del sobborgo alla città avrebbe creato maggiori oneri finanziari. Con questo rifiuto si creava un impedimento al varo del piano regolatore, necessario per disciplinare in modo organico la forte crescita di insediamenti in atto. Il problema era sottolineato in un memoriale del 1909 del consigliere comunale Siffrido Pivano, eletto dalla sezione del Cristo e leader dei mazziniani alessandrini, in quel momento al governo della città assieme ai socialisti17. I punti del memoriale venivano definiti in una riunione svoltasi tra le associazioni del sobborgo volta ad evidenziare bisogni e necessità di un centro abitato in fase di forte espansione. Diventava inderogabile la stesura di un piano regolatore per un sobborgo che non era più estensione della città ma sua parte integrante. Necessario era stabilire prima come e dove costruire per impedire un domani l’esborso economico per espropri di fabbricati invece di attuali terreni essenziali per la pianificazione della viabilità e dei servizi. L’area del Cristo necessitava di infrastrutture, servizi, la presenza di una sede postale, l’ampliamento della già edificata scuola elementare con una quarta classe femminile che avrebbe anche servito sobborghi come Cabanette e Casalbagliano. Un problema era anche Via Acqui, l’arteria principale e il suo stato precario di manutenzione, polverosa in estate e melmosa nella cattiva stagione. Erano altresì presenti problemi di igiene pubblica come la palude in Via San Giacomo, di illuminazione. 

17 Documentazione conservata nel faldone 2845 della sezione IV dell’Archivio storico comunale, depositato presso l’Archivio di Stato (cit. in Ballerino A., 2017, p. 76). 67 

Dalla istituita Commissione per lo studio d fattibilità del piano regolatore arriveranno segnali negativi per la mancanza di volontà degli abitanti di far parte di Alessandria. La Giunta socialista rimase ferma, malgrado i problemi legati alla Grande Guerra, nella decisione di aggregare il sobborgo alla Città e regolarne lo sviluppo. Il 5 novembre del 1916 il Consiglio Comunale approva “il piano regolatore della zona di ampliamento della città verso il Cristo […] con previsione vincolo di esecuzione di 25 anni” (cit. in Ballerino, 2017, p. 78), la classificazione delle strade del nascente quartiere. I confini vennero definiti chiaramente: “La zona di abitato che si estende dal Cavalcavia di Porta Savona, lungo la Provinciale di Alessandria fino all’incrocio colle strade di Oviglio e di Casalcermelli è ritenuta zona di ampliamento della città”. L’ultima delibera definitiva del Consiglio Comunale sul piano regolatore avvenne il 5 gennaio 1920, anno in cui fu rilasciata l’approvazione finale del Re Vittorio Emanuele III (Ballerino, 2017, p. 79). 

L’adozione del piano creava problemi all’espansione della fabbrica “Mino”: ad un primo ampliamento iniziato il 1916 in un’area toccata dal prolungamento di una strada si permise la conclusione. Un secondo ampliamento solo in fase progettuale e che avrebbe impedito la presenza di una seconda strada fu bloccato dal Comune. 

2.3.9 La necessità di un nuovo cavalcavia sulla ferrovia, le nuove attività produttive 

I problemi di manutenzione del vecchio cavalcavia nascevano dalla presenza di troppe sovrapposizioni di proprietà: del Comune era la parte di via di attraversamento della ferrovia; le rampe di accesso appartenevano al demanio militare; la Ferrovia possedeva l’area dove era posizionato il ponte. Nel 1910 i militari cedevano al Comune le rampe di accesso e neppure la guerra fermò l’ente locale dal sottoscrivere un accordo con le Ferrovie per un nuovo cavalcavia nel 1916. La nuova struttura era pensata più ampia di quella dell’Ottocento, i binari da superare passavano da quattro a undici, veniva demolita la porta militare detta del Dongione che aveva costretto il precedente sovrappasso a un percorso più lungo, permettendo così un accesso più diretto alla città. Il progetto dell’Ufficio Tecnico del Comune prevedeva un ponte a quattro campate più alte di un metro e più solide rispetto alle precedenti, due rampe di accesso più lunghe e meno tortuose delle vecchie. Malgrado interruzioni dovute al confitto mondiale, l’inaugurazione veniva annunciata da “Il Piccolo” del 23 ottobre 1926 (Ballerino, 2017, p. 80), mentre la demolizione del vecchio ponte avveniva l’anno successivo. 68 

Oltre a grandi realtà occupazionali come la “Mino” e lo scalo ferroviario, importanti infrastrutture come il canale Carlo Alberto e il cavalcavia, dal 1906 al Cristo funzionava un servizio di illuminazione e dal 1913 era presente anche la tramvia, che collegava Piazza Vittorio Emanuele (ora Piazza della Libertà) con la Piazza delle scuole elementari all’incrocio con Via Casalbagliano. Non mancavano attività legate allo svago svolte da centri associativi come la Soms oltre alla presenza del Cinema Salone Edison con film e spettacoli di varietà. 

A partire dal 1911 si contavano diverse aziende con più di dieci addetti (Ballerino, 2017, p. 59): la segheria e lavorazioni in legno “Andrea Bonardi”, il calzaturificio di Antonio Taverna e la Alessandro Ponzano che produceva fusti in legno, oltre alla presenza di numerose fornaci. Nel decennio successivo il panorama industriale si arricchiva con lo stabilimento “Lume”, il calzaturificio Caretti, la “Stradella & Pivano” inizialmente produttrice di bilancieri, trafile e piccoli laminatoi per orefici. La Ditta Bagliano fu fondata nel 1922 da Carlo Bagliano, che, ritornato dalla Prima guerra mondiale decise di riprendere il vecchio mestiere di falegname18. 

18 Solo dopo la Seconda guerra mondiale Agostino e Giuseppe proseguono e concretizzano le basi della ditta Bagliano, affiancando al lavoro di falegnameria il lavoro d’ufficio di organizzazione delle onoranze funebri, che ancora oggi è attivo e si è arricchito di nuovi servizi, come la Casa Funeraria, inaugurata nel 2016. 

L’area del Cristo aveva vissuto un cambio di vocazione: da area prettamente agricola e a scarda densità abitativa, anche vincoli e le servitù militari eredità di una risalente militarizzazione, essa, soprattutto in seguito alla costruzione di infrastrutture di collegamento come la ferrovia e il cavalcavia, attira abitanti, insediamenti industriali, attività commerciali e artigianali, realtà associative e aggregative, luoghi di aggregazione religiosa e culturale, servizi educativi. Nel prossimo paragrafo osserveremo questa rapida crescita della popolazione, osservando un po’ più a fondo le serie storiche dei dati demografici del periodo finora studiato, comparando il Cristo con i sobborghi a esso confinanti. 

2.4 La popolazione nell’area sud di Alessandria e le fasi del suo sviluppo nel periodo dal 1821 al 1921 

Nel 1814, dal registro della popolazione extra muros dell’Archivio storico comunale, i dati della popolazione dei sobborghi a sud di Alessandria risultano: Casalbagliano con 121 nuclei familiari e 595 abitanti; Villa del Foro, 141 nuclei familiari e 613 abitanti; Cantalupo, 183 nuclei familiari e 782 abitanti. 

Il Cristo è ancora poco popoloso rispetto alla restante area ma otteneva un riconoscimento il 12 febbraio 1825 da parte del vescovo Alessandro Vincenzo Luigi 69 

D’Angénnes con l’istituzione dell’area parrocchiale del Cristo e una sede provvisoria nella chiesa di San Giovannino della Confraternita del Ss Crocifisso in Corso Roma. Tramite i registri parrocchiali si poteva risalire ai 363 residenti nel 1825 quando, nel 1828, Casalbagliano aveva 717 abitanti, Villa del Foro 797 e Cantalupo 943. 

Nel 1838 la popolazione del Cristo saliva a 487 pur rimanendo con numeri inferiori ai sobborghi vicini (Ballerino, 2017, 33-35). Con il 1838 si arrivava agli albori di grandi cambiamenti che trasformeranno la zona e creeranno le premesso per il suo sviluppo. Nel 1858, poco dopo l’inaugurazione della ferrovia, la Parrocchia di San Giovannino Evangelista cresce a 1.005 presenze superando Casalbagliano (941) e Villa del Foro (837), preceduta da Cantalupo con 1.345. A livello professionale oltra la metà della popolazione (591) erano braccianti, a dimostrazione di una originaria vocazione agricola del Cristo. Nel censimento del 1862 il centro più abitato restava Cantalupo (1.340), seguiva il Cristo con 1.161 persone, Casalbagliano con 1.074 e Villa del Foro con 867. L’anno che vide un forte incremento nella popolazione è il 1881 e nella zona ormai censita come “Cristo” erano residenti 1.534 persone, a Cantalupo 1.643, Casalbagliano 1.110 e Villa del Foro 909. Il Cristo rimaneva però meno coeso come centro abitativo con una popolazione sparsa e insediamenti tipici del contado. Il suo nucleo centrale vedeva la presenza di 351 persone insediate nell’area delimitata dal confine con la città e, opposto, la Cascina Boida, le restanti 1.183 vivevano in case sparse. 

La crescita del Cristo proseguiva con il centro più popoloso nel 1901 e 2.844 residenti contro i 1.712 di Cantalupo, i 1.114 di Casalbagliano e gli 878 di Villa del Foro (Ballerino, 2017, pp. 53-54). Se Alessandria, all’inizio del Novecento, registrava un ristagno nella crescita demografica il Cristo vedeva un aumento di popolazione nel 1921 sino a 6.433 unità rispetto a Cantalupo con 1.751, Casalbagliano con 1.190 e Villa del Foro con 897 (Ballerino, 2017, p. 76). 70 

Grafico 1 – Sviluppo della popolazione nell’area sud di Alessandria dai primi dell’Ottocento ai primi del Novecento 

Fonti: mia elaborazione dati tratti da Ballerino A., 2017, pp. 33-76 

Come già evidenziato, la storia rappresenta i sobborghi di Casalbagliano, Villa del Foro, Cantalupo come centri di insediamento addirittura preesistenti alla fondazione di Alessandria, mentre l’area dell’attuale Cristo è rimasta fino all’Ottocento una zona utilizzata prettamente per uso agricolo, con la presenza di storiche cascine che non si addensavano in un centro abitativo. 

Nel 1858, poco dopo l’inaugurazione della ferrovia, la popolazione del futuro quartiere raddoppiava con 1.005 presenze nell’area da censimento della parrocchia di San Giovanni Evangelista. Il Cristo in quel momento era il secondo sobborgo dell’area, dopo Cantalupo, per numero di abitanti. Si trattava di una popolazione molto giovane con il 35,9% di individui sotto i 14 anni e solo il 3,2% dai 60 ai 90 (Ballerino, 2017, p. 53). Siamo di fronte a dati che sottolineano una forte tendenza di crescita della popolazione, per ora in maggioranza ancora legata al mondo agricolo. La ferrovia e i vincoli del demanio militare restavano ostacoli fisici al collegamento con la città. Un ulteriore leggero aumento della popolazione si registra con il censimento del 1862, ma neanche stavolta il Cristo riesce a superare il sobborgo di Cantalupo per numero di residenti. 

Un incremento importante si rileva nel 1881 dove i 1.534 presenti nel futuro Cristo si avvicinavano numericamente ai 1.643 di Cantalupo (Ballerino, 2017, p. 54). Nonostante la crescita del numero di abitanti, il Cristo rimaneva un’area poco coesa, fatta da un lato di numerose cascine che usufruivano delle acque del Tanaro e Bormida utilizzando il “canale Carlo Alberto” per uso irriguo, dall’altro di un ridotto nucleo di residenze lungo la strada 71 

provinciale per Acqui, maggiormente legato alle possibilità lavorative offerte dalla ferrovia. Proprio la ferrovia e la via fluviale costituirono le due infrastrutture più importanti per lo sviluppo industriale dell’area. 

La crescita della popolazione di Cantalupo nei ventenni del primo Novecento rimase stagnante rispetto a quella del Cristo, grazie soprattutto alla presenza della ferroviaria, divenuta vitale per l’occupazione nella zona che generò ben presto la prima industria meccanica della città, le “Officine Ferroviarie”, con 168 operai. Altrettanto fondamentale fu la costruzione, nel 1883, del primo cavalcavia che permise di superare la barriera della strada ferrata e di collegare il centro con la periferia a sud ormai politicamente individuata come la futura area di espansione alessandrina. L’ostacolo creato dal demanio militare e dalla costruzione di Forte Acqui fu superato con le dismissioni militari che permisero il sorgere di numerose fornaci nelle aree e la conseguente fornitura di materiale da costruzione per la città e le sue aree di espansione. 

Si crearono le basi per l’urbanizzazione in questa periferia sud di Alessandria che diventava, nel 1901, la più popolosa (2.844 residenti) rispetto a Cantalupo con 1.712. Dieci anni dopo, nel 1911, erano numerose le aziende con più di dieci addetti insediate nell’area, attirate dal collegamento ferroviario e dalla possibilità di un veloce approvvigionamento dal porto di Genova. Lo sviluppo del futuro Cristo non si può comunque far dipendere solo da una favorevole collocazione nel territorio rispetto ad importanti infrastrutture ma anche dalla volontà politica che individuò la zona come naturale prolungamento di Alessandria. 

Quest’ultima, nel primo ventennio del Novecento, registrava un ristagno nella crescita demografica mentre il Cristo viveva, nel 1921, un aumento di popolazione con 6.433 unità, dato superiore di oltre tre volte le 1.751 di Cantalupo (Ballerino, 2017, p. 76) visualizzabile nel grafico 1. 

Un altro fattore che favorì la crescita di residenti nel quartiere fu la costruzione, nel 1908, dello smistamento ferroviario, caldeggiata dalla Società delle Ferrovie del Mediterraneo interessata ad un progetto di espansione e di adattamento alle nuove esigenze di traffico. Il progetto suscitava l’interesse degli enti locali che intravedevano un’opportunità per lo sviluppo economico sia commerciale che occupazionale. Una conseguente importante presenza di una specifica categoria di lavoratori nell’area Cristo, i ferrovieri, suscitò attenzione nei giornali locali per le loro rivendicazioni e necessità di maggiore sicurezza lavorativa. Anche la classe politica locale era interessata alla categoria dei ferrovieri vista come ampio bacino di consenso che, già nel 1905, permise la rielezione del Sindaco Socialista Paolo Sacco, dopo un suo 72 

precedente breve periodo amministrativo, trasformando Alessandria nel primo capoluogo d’Italia Socialista. 73 

3. – Gli ultimi cento anni di storia del Cristo 

Ora passeremo allo studio del Cristo nei cento anni successivi, sino ai giorni nostri, analizzando le mutevoli realtà che hanno toccato il rione, le identità che hanno vestito nel tempo una comunità che, come accennato, oggi pare sentire di appartenere ad una “città nella città”. 

3.1 L’area del Cristo nel periodo fascista, il dopolavoro ferroviario e le osterie 

Con l’aumento degli insediamenti industriali al Cristo come la “Profumeria Gandini” e la “Distilleria Zaniboni”, censite nel 1925, cresce la presenza di partiti operai. Luoghi di associazione come la Soms e la Cooperativa diventarono un bersaglio per la violenza fascista. La Cooperativa sarà bruciata nel 1922 dopo l’arrivo da Pavia di una squadra pronta ad assaltare il Comune di Alessandria e la sua giunta socialista. 

Con l’inizio del ventennio fascista non si interruppe l’interesse del regime per la pianificazione e lo sviluppo dell’area. In seguito al piano regolatore del 1920 le case della zona vennero collegate alla linea elettrica e alla rete idrica attraverso pozzi. Nel 1927 il podestà approvava un piano regolatore di ampliamento cittadino non condiviso dagli organi centrali ma che si concretizzava con la nascita di nuove vie e il completamento degli edifici lungo Corso Acqui. Lo stesso Podestà sancì il divieto di nuove costruzioni se non dopo la sistemazione delle vie di accesso, degli scoli e della rete di illuminazione pubblica19. Il tentativo era quello di arginare un’espansione edilizia caotica che avrebbe impedito la realizzazione delle necessarie infrastrutture. Nel 1927 veniva potenziata la rete elettrica ed edificato il gasometro dietro l’edificio parrocchiale. 

19 Archivio di Stata, archivio storico comunale, verbali podestarili, 1930, foglio d’ordine 194, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 83). 

20 Delibera comunale n. 340 del I° aprile ed entrata in vigore il I° maggio, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 84). 

Il 1930 segnava il riconoscimento come rione del Cristo, assieme ad altri centri abitati come Orti e Cittadella20. Contemporaneamente proseguirono i lavori di bonifica del rione con il livellamento dell’area dell’attuale Piazza Ceriana alla stessa quota di Corso Acqui quando, in precedenza, veniva utilizzata come cava per la fabbricazione di laterizi. I lavori permisero la costruzione del cinema e teatro “Politeama Vittoria”. Nel 1937 apriva la prima farmacia, ad opera di Angelo Sacchi, la quale si chiama così ancora oggi per specifica volontà dell’attuale proprietario. 74 

La volontà di liberare il centro cittadino dalle numerose caserme portò alla costruzione delle Casermette ai margini sud del centro abitato del Cristo, in seguito verrà individuato come luogo periferico in cui relegare realtà non più consone al nucleo di Alessandria. 

Il regime fascista si dimostrò attento nella ricerca del consenso anche con la nascita, nel 1925, dell’Opera nazionale del dopolavoro (Ond) che si occupava del tempo libero dei lavoratori e di offrire agli stessi servizi reali e concreti. L’Opera aveva anche funzioni di controllo concentrando al suo interno la presenza di lavoratori ed impedendo altri associazionismi sedi di opposizione politica. Si creava un contesto fertile per la nascita del Dopolavoro ferroviario (Dlf) nel 1926 con sezioni educative, ricreative e poi quella agraria. La struttura conteneva anche un cinematografo ed aveva la stessa posizione di oggi a fianco del cavalcavia (l’attuale Ambra). Conteneva sale da biliardo, giochi con le carte, una biblioteca, giochi di bocce, una palestra e aule per corsi professionali per adulti e di avviamento al lavoro per i figli, si tenevano settimanalmente serate danzanti e la celebrazione della Befana fascista. L’associazionismo, come nel secolo precedente, era politicamente visto come mezzo per stemperare le conflittualità sociali attraverso la conoscenza di necessità e bisogni del proletariato e mezzo per poterne dare voce costituendo un ampio bacino di consenso. Il regime fascista, di fronte ad un consistente numero di occupati nella ferrovia, ne coglieva l’importante presenza con la creazione del Dopolavoro ferroviario successivamente ampliato con campi sportivi di vario genere alla destra della sede, oltre la linea ferrata. La considerevole dimensioni del Dlf si legava all’importanza della stazione ferroviaria alessandrina da subito decisiva nello sviluppo e composizione sociale del Cristo. 

Il quartiere non vedeva solo la presenza di centri associativi ma anche di osterie indicatori della sua radice popolare. Poche di queste realtà sopravvissero alla fine della guerra per essere travolte dal boom economico che trasformò anche il Cristo. 

3.1.1 Il ventennio fascista: il problema della scuola, il campanile, la deviazione del canale Carlo Alberto e le case popolari 

Le giunte socialiste che avevano governato prima dell’avvento del fascismo non avevano risolto il problema della scarsità di aule nelle sedi delle scuole elementari del Cristo. 

Una soluzione non fu trovata neppure sotto il regime fascista, malgrado la proposta del 1928 di costruire una nuova struttura21. In questo periodo le aule erano disseminate in vari 

21 Faldone 1653 della serie III, Archivio di Stato, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 90). 75 

edifici, privati e pubblici. La richiesta di ampliamento consisteva nel sopraelevare l’edificio scolastico comunale chiamato fabbricato Ardigò ma l’ampliamento si ridusse all’adeguamento di due ambienti prima adibiti in latrine ad aule. Le lamentele degli abitanti del Cristo, malgrado sopraluoghi e relazioni, rimasero inascoltate. L’unica vera innovazione del regime sembra essere stata quella di avere cambiato il nome della scuola, intitolandola Dalmazio Birago, caduto della guerra in Etiopia. 

In precedenza si era parlato dell’edificazione della chiesa parrocchiale del Cristo, rimasta incompleta sino al ventennio fascista (Pastorino, 2005). Le fondamenta iniziarono nel marzo del 1929 e l’inaugurazione si tenne un anno dopo con una solenne processione per le vie del quartiere che divenne occasione per benedire la bandiera sociale del Circolo Pierino del Piano legato all’oratorio. Per la festa della Madonna del Rosario si poté udire per la prima volta il suono delle campane. 

Nel 1934, con l’inaugurazione del nuovo percorso del canale Carlo Alberto, si aprirono nuove possibilità di sviluppo edilizio al Cristo con la copertura dell’ex corso d’acqua e la costruzione di una nuova strada oggi identificata come Corso Carlo Marx. Nel canale, a causa della scarsa pendenza, erano presenti acque stagnanti, puzzolenti oltre ai molti rifiuti gettati che causavano le lamentele dei residenti. Lagnanze che trovarono ascolto attraverso un progetto di deviazione del canale e la creazione di aree edificabili a fronte della crisi edilizia presente in Alessandria. Si trattava di un progetto di non facile attuazione che, nel 1930, portò il Podestà a richiedere l’intervento del Ministero delle Finanze. L’autorizzazione centrale ai lavori arginò la pesante disoccupazione presente in Alessandria. I residenti del Cristo e della Pista furono soddisfatti dell’opera, molto meno i proprietari del mulino di Piazza d’Armi utilizzatori delle acque che aprirono un annale contenzioso con il Comune. 

La crisi edilizia in Alessandria si mostrava in modo prepotente negli anni Venti con la scarsità di alloggi e conseguente affitti alti. Il regime reagì mettendo in atto iniziative attraverso l’Istituto delle case popolari ma non nella zona del Cristo che vide inizialmente sorgere case economiche per i ferrovieri a cavallo degli anni Venti e Trenta (Ballerino, 2017, p. 94). Sarà il nuovo piano regolatore del 1937 che porterà l’interesse dell’Istituto fascista per le case popolari verso la zona del Cristo causato dalla demolizione delle fatiscenti abitazioni presso Porta Tanaro trasformando l’area nella cartolina di ingresso per chi entrava in città, il proletariato che lì abitava veniva trasferito al Cristo. Così facendo si metteva in atto uno schema politico atto a scardinare una tradizionale roccaforte di sinistra con l’inserimento di nuovi residenti. Nasce così il villaggio semirurale, nel quale sono collocati circa cento alloggi, ciascuno dotato di un 76 

proprio orto e un asilo nido. Il nuovo insediamento abitativo viene collocato in un lotto triangolare incuneato tra la ferrovia, Via Mario Maggioli e Via Teresa Cuttica. L’opera fu commissionata all’architetto Venanzio Guerci, dal cui studio uscirono alcuni progetti tra i più rappresentativi della città nel periodo fascista (Livraghi, 2013, p. 153)22. L’idea di fondo era quella di offrire una opportunità abitativa alle famiglie dei contadini impoveriti che fuggivano dalla campagna in cerca di lavoro e di una vita più dignitosa, mantenendo una qualche continuità con il contesto di vita precedente, quello rurale. 

22 Tra questi, oltre al villaggio semirurale di via Maggioli, sopra menzionato, costruito tra il 1937 e il 1939, si aggiungono l’Asilo Notturno “conte Guazzone di Passalacqua” di via San Pio V (1927-1934), il basamento del monumento ai caduti (1937), i lavori di ampliamento e sistemazione dell’Ospedale civile (1933-1943), le tre case per la cooperativa dei mutilati e invalidi di guerra in corso IV Novembre (1927-1936), la Casa della Madre e del Bambino (1937-1939) in spalto Borgoglio, la Casa del Mutilato in corso Borsalino (1938-1940). 

3.1.2 Il periodo della guerra, i bombardamenti e la resistenza 

Nel 1942 fu edificata una nuova stazione ferroviaria. Si trattava di una pianificazione urbanistica che non bastò per tranquillizzare i cittadini e sedare il malcontento nascente di fronte al peggiorare delle condizioni economiche e le pessime notizie dal fronte malgrado la censura. Le speranze che l’armistizio dell’8 settembre aveva creato furono infrante dalle deportazioni dei militari dislocati alle Casermette da parte dei Tedeschi (Penna, 2016). I bombardamenti alleati al Cristo arrivarono ad aprile e maggio e colpirono un alto numero di lavoratori operanti nello scalo merci e abitanti della zona. Vi furono notevoli danni alla Soms, alla fabbrica Mino che fu costretta a sospendere l’attività, a numerose abitazioni causando un gran numero di sfollati. 

Forme di resistenza furono costituite in opposizione all’occupazione nazista con riunioni che si tennero nella storica Casa Migliara, in baracche nei pressi del Bormida, si recuperarono armi e munizioni alla Casermette e gli operai della Mino produssero i loro pezzi di ricambio. L’occupazione da parte dei partigiani di Cantalupo, Castellazzo, Casalcermelli, Castelspina e dell’intero Cristo anticipò di tre giorni la resa nazifascista rispetto al centro città. 77 

3.2 La ricostruzione nel dopoguerra, l’area di emarginazione delle Casermette e Villaggio Profughi ma anche un’idea di urbanizzazione alla base dell’attuale Cristo 

La presenza di sfollati, profughi, immigrati nell’immediato dopoguerra portarono la classe politica a scegliere in quale area di Alessandria potessero essere dislocati. Furono individuati gli ex edifici militari delle Casermette, all’estrema periferia sud del Cristo, creando così una vasta area di segregazione ed emarginazione. Nel 1949 risultarono ben 550 i trasferiti in una zona priva dei servizi essenziali come luce ed acqua e con la presenza di una emergenza sociale che spesso sfociava in proteste e manifestazioni. L’anno successivo il Comune si oppose al rifiuto da parte dell’amministrazione centrale dei fondi necessari all’installazione della linea elettrica alle Casermette. Malgrado l’area fosse oggetto di continui trasferimenti di residenti dalle collocazioni provvisorie del centro città lo Stato intervenne solo nel 1951 con la predisposizione del collegamento alla linea elettrica. Il disagio sociale si univa all’insicurezza delle strade causa di incidenti mortali e alla precarietà delle strutture murarie delle abitazioni. L’emarginazione si concretizzava anche geograficamente con il ritardo nel collegamento delle Casermette con il centro città, solo dal 1952 fu attuato il prolungamento della linea del filobus al servizio del Cristo. Le condizioni drammatiche dell’area spingevano il Sindaco Basile a denunciare come la scelta di trasferire centinaia di persone dalla città alla periferia fosse un modo per espellerle e togliere loro visibilità creando l’area di segregazione delle Casermette. 

L’impressione è che le autorità politiche, in questo periodo, vedano nel Cristo una periferia nella quale favorire insediamenti “problematici”, difficili e delicati da collocare. Alle persone già insediate alle Casermette si aggiunsero altri profughi, quelli istriani, in precedenza raccolti nella Caserma Passalacqua di Tortona. La difficolta di una loro collocazione nasceva dalla Legge Scelba del 1952 che prevedeva il 15% degli alloggi edificati dall’Istituto autonomo case popolari per queste famiglie, il risultato fu costruire un determinato numero di alloggi in Alessandria e Tortona riservati all’accoglienza dei profughi. Per Alessandria la scelta del luogo fu effettuata da funzionari del Genio Civile e dell’Istituto autonomo case popolari che individuarono l’area del futuro Villaggio Profughi, in Via della Santa, attiguo alle Casermette. Con l’ampliamento effettuato nel 1966 trovarono sistemazione le famiglie in precedenza collocate nel limitrofo ex insediamento militare. Ulteriori caseggiati di edilizia popolare vedranno la luce in Via del Coniglio ma il loro proliferare non servì a risolvere un’emergenza 78 

sociale che troveremo ancora nel 1970. I vasti insediamenti di tipo popolare nelle aree periferiche del Cristo furono una delle maggiori cause di aumento della sua popolazione. 

Anche gli insediamenti abitativi nella parte centrale del quartiere necessitavano di una ristrutturazione in seguito agli eventi bellici alla pari di una pianificazione della viabilità dell’intero rione. Gradualmente, in questi anni, stava nascendo quell’ossatura urbanistica che è alla base dell’attuale conformazione del quartiere. Negli anni Cinquanta veniva inaugurato, in seguito alla copertura dell’alveo del canale Carlo Alberto, Corso Carlo Marx poi prolungato sino alle Casermette, viene completata l’asfaltatura delle strade ancora in terra battuta. Nello stesso periodo nasceva la vasta Caserma del 14° Reparto Mobile della Guardia di Pubblica Sicurezza divenuta poi sede della Scuola allievi agenti di Polizia di Stato. La presenza negli anni di più di quarantamila allievi facilitò il prosperare di attività cittadine nella ristorazione, nella fornitura di servizi e di svago come i numerosi cinema presenti in Alessandria. 

Con la Consulta rionale del Cristo, promossa dal Comune nel 1952, apolitica e con rappresentanti di ogni classe sociale, si volle dare voce alle necessità di un quartiere in una complessa fase di crescita. La segreteria trovava sede nella Soms e durante le riunioni venivano raccolte richieste come l’installazione di cassette postali, l’ampliamento della rete fognaria, le proteste per l’esiguità di una sola vettura del tramvai che collegava il Cristo a Piazza della Libertà. Il quartiere si sentiva trascurato dalle scelte politiche. Non fu gradita, per esempio, l’esclusione come sede del mercato ortofrutticolo in seguito alla scelta dell’area Orti. 

In modo critico rispetto ad altre posizioni relative all’ampliamento del quartiere si poneva il delegato municipale del Cristo Walter Rivera con quelle che espose come linee principali da seguire per la sua crescita. Uno dei motivi di dibattito era se incentivare lo sviluppo del quartiere con la costruzione di edifici civili e industriali in una zona malsana a ponente di Corso Acqui, dal lato dello smistamento ferroviario. Si trattava di un’ipotesi rischiosa che avrebbe potuto creare le basi di un frammentato quartiere dormitorio. La proposta di Rivera fu decisiva nel disegnare il futuro del Cristo: usufruire delle vaste aree edificabili lungo le sue vie principali e quelle adiacenti. Diventava prioritario l’utilizzo di superfici adiacenti ad importanti strade ed arterie di comunicazione così definite dal piano regolatore o che lo sarebbero diventate, solo in seguito al loro completo utilizzo si poteva pensare a zone più periferiche. Sulla base di questa intuizione si impedì una crescita più frammentata del quartiere mettendo le basi alla conformazione attuale del Cristo, un’ossatura centrale costituita da Corso Acqui, Corso Carlo Marx e vie traverse, una continuità di edifici di civile abitazione ma anche di botteghe e di laboratori artigianali al servizio sia dei residenti che di chi transita verso il centro 79 

città. Il trasferimento dalla periferia al centro era consentito solo dal cavalcavia che, come barriera fisica, creava l’idea di vivere in un’area a parte con caratteristiche più di sobborgo che di quartiere. Ciò favorì la nascita di numerose attività commerciali ed artigianali, concentrate soprattutto in Corso Acqui, che permisero un’autonomia rispetto alle necessità quotidiane. La maggiore compattezza e continuità urbanistica derivata da questo modello di sviluppo del quartiere, forse, contribuì a rafforzare la coesione sociale che scaturiva dall’intensificarsi dei rapporti sociali di vicinato e dal vivere una realtà comune considerata autonoma rispetto al centro città. 

La scuola in fase di attuazione, l’attuale Morbelli, diventò l’incentivo per la realizzazione di una strada che avrebbe consentito il collegamento al quartiere attraversando il “bubbone” della fornace Taverna ritenuta un ostacolo ad una razionale viabilità. L’istituto era al servizio di una vasta area da Piazza Ceriana al ponte del cavalcavia ma anche l’area ad est arrivando alle Vie della Maranzana, della Moisa. 

Negli anni della ricostruzione la ferrovia continuava ad essere essenziale per lo sviluppo della zona e la sua composizione sociale. Essa permetteva l’agevole arrivo dal porto di Genova di materiali necessari a segherie e falegnamerie quali da un lato Bagliano, Nizza, Gho e Camagna, legate alla lavorazione di cofani mortuari; De Caldo e Mantelli, dall’altro, che costruivano mobili. Erano presenti industrie quali la Profumi Gandini, l’Alma, l’Agla Caramelle, le torrefazioni Saturno e Pera, l’argenteria Lenti & Ricci, la fabbrica di bilance Laveggio e i calzaturifici Fratelli Taverna e Russo. 

3.2.1 Lo sviluppo del Cristo: edilizia scolastica, religiosa ed abitativa 

Il problema della carenza di aule scolastiche era da sempre presente nel quartiere, con il continuo crescere della popolazione risultavano insufficienti l’edificio riservata alla scuola “Carlo Zanzi” e le altre sedi provvisorie disseminate nell’area. Le richieste e le lamentele vennero raccolte dall’amministrazione del Sindaco Nicola Basile che, con delibere di Giunta, chiedeva il contributo statale per la costruzione di una nuova scuola elementare23. Il collaudo si tenne nell’ottobre del 1957 e da subito nacquero polemiche. Infatti la costruzione dell’attuale scuola Morbelli fu effettuata in un’area difficilmente raggiungibile vista la barriera fisica 

23 Annuncio di una prima delibera pubblicato su “Il Piccolo” 28 gennaio 1950; annuncio di una seconda delibera pubblicata su “Il Piccolo” 21 ottobre 1950; annuncio di una terza delibera pubblicata su “Il Piccolo” 7 dicembre 1950 facendo riferimento alla Legge 3 agosto 1949 sulle agevolazioni per le opere pubbliche di carattere essenziale, (cit. in Ballerino A., 2017, pp. 115-116). 80 

costituita dalla fornace Taverna per la costruzione di vie di collegamento. La risposta di Basile fu pronta24: il Comune, malgrado le difficoltà economiche, avrebbe provveduto al collegamento della scuola al quartiere ricordando come la scelta di quell’area rispetto alla zona presso Piazza Ceriana fosse stata presa in previsione di una futura espansione del vicino quartiere Pista. L’ipotesi iniziale che diventasse un edificio scolastico della Pista rischiò di scatenare quella che Basile definì “lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini” che furono placate con l’annuncio dell’inaugurazione della scuola del rione Cristo il 7 dicembre. 

24 Articolo pubblicato su “Il Piccolo” del 2 novembre del 1957, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 117). 

Negli anni Sessanta vide la luce il complesso scolastico “Ferrero” sul prolungamento di Via Parini, per ospitare le scuole elementari e materna, quest’ultima potenziata con un nuovo edificio nella stessa via. Anche una zona simbolo di emarginazione come le Casermette ospitò una scuola elementare che purtroppo finì per seguire le stesse sorti di abbandono e deprivazione di quest’area. 

La riforma della scuola dell’obbligo portò alla costruzione della scuola media “Straneo” ora in Via Sacco e della scuola “Gandolfi” collocata inizialmente nel complesso salesiano attiguo alla parrocchia di San Giuseppe Artigiano, in seguito trasferita in Via Nenni e poi in Via La Malfa. La testimonianza della Presidentessa Soms ed ex insegnante Maria Teresa Gotta chiarisce le ragioni di questi trasferimenti: la scuola ebbe, infatti, fin dall’inizio problemi di ricettività, forse per un progetto poco lungimirante nel prevedere lo sviluppo del quartiere in relazione alla sua collocazione (Int. 3 del 6 novembre 2019). 

La parrocchia di San Giovanni Evangelista, collocata nell’area storica del Cristo, era ormai attiva da decenni quando venne edifica San Giuseppe Artigiano, in una zona di forti criticità sociali dovute alla sua collocazione presso le Casermette e alla presenza di profughi, senza tetto e immigrati. L’impegno cattolico era già presente in questa area di emarginazione: il Centro italiano femminile supportò, infatti, la costruzione della scuola materna, inaugurata nel 1952. Nel 1954 si costituivano i primi doposcuola appoggiati da associazioni sempre di indirizzo cattolico. 

L’edificio parrocchiale fu affidato alla Congregazione salesiana e le attività iniziarono nel 1960 con l’oratorio e la scuola materna. Dieci anni dopo iniziarono i primi corsi di formazione professionale all’interno del complesso parrocchiale oggi denominato Centro Don 81 

Bosco25. Del vecchio quartiere-ghetto delle Casermette rimangono la scuola dell’infanzia Don Bosco e l’ingresso dell’area Z14 che intende riprodurre la struttura militare preesistente. 

25 Negli anni più recenti è entrata in funzione la palestra polifunzionale per attività sportive, che ospita anche feste e momenti di aggregazione. Il Centro di formazione professionale si è ulteriormente ampliato nel 2012 con l’aggiunta della Scuole di orientamento, formazione e addestramento professionale. 

L’espansione degli anni Sessanta creava le basi per la nascita di una nuova parrocchia, quella di San Baudolino, terminata nel 1979. L’area fu scelta nella zona di recente espansione del quartiere, dove prima si insediava la fornace Taverna e che era stata causa di problemi di viabilità tra il quartiere e la scuola Morbelli. Nella Chiesa vengono conservate le reliquie del Patrono di Alessandria, i suoi confini contenevano l’area nuova del Cristo, Via Bensi, Via Gandolfi, Via Paolo Sacco che nascevano negli anni Settanta e Ottanta in contemporanea alla parrocchia con una popolazione che raggiunse i 10.000 individui nel primo decennio del 2000. Le numerose case popolari erano oggetto di un avvicendamento di famiglie anche di immigrati con la presenza di un buon livello di integrazione anche attraverso sedi di riunione e preghiera come quello di Via Bonardi per i musulmani. 

Il Cristo non vide solo la realizzazione di insediamenti popolari ma anche la costruzione di condomini signorili e moderni in una fase di boom economico e di cambiamento sociale e urbanistico. Veniva definita l’attuale fisionomia del quartiere: un incrocio di vie rispetto agli assi centrali e paralleli di Corso Acqui e Corso Carlo Marx. Anche nell’area del Villaggio Profughi, che visse un particolare afflusso di immigrati prima dal meridione italiano poi da ogni area del mondo negli anni Sessanta vennero messi in atto interventi di carattere residenziale che trasformarono la zona, che fu denominata “Villaggio Norberto Rosa”. Da una intervista a Margherita Cavanna (Int. 8 del 13 febbraio 2020) responsabile del Servizio comunale “Solidarietà e Integrazione Sociale” e residente nell’area nord limitrofa, sostiene che la zona sia migliorata non solo per la riqualificazione e le migliorie apportate agli edifici, ma anche per una maggiore presa di coscienza da parte di molti abitanti della necessità di prendersi cura degli spazi di vita e del loro decoro. 

Un simbolo di cambiamento è il grattacielo di Piazza Ceriana, rimasto il più alto della città e voluto da Giuseppe Pero, originario del quartiere, salito all’inizio degli anni Sessanta ai vertici dell’azienda di Adriano Olivetti. Egli dimostrò un legame morale rispetto alle proprie origini proponendo la costruzione in Alessandria di uno stabilimento di una consociata Olivetti per la produzione di pezzi di ricambio. Incredibilmente l’Amministrazione locale non comprese 82 

l’importanza dell’insediamento che verrà portato a Varese. Il grattacielo rimase uno dei simboli del quartiere ma anche uno dei vari esempi di rinuncia a uno sviluppo futuro. 

Il Cristo in espansione fu anche oggetto di sperpero di denaro pubblico. La sua area periferica a sud stava già vivendo un’emergenza sociale attraverso l’afflusso di senza tetto, profughi ed emigrati che trovavano lì una sistemazione, a questo si aggiunse un ulteriore tipo di segregazione, quella che riguardava i malati di mente. La decisione di costruire la struttura nell’area della Cascina Spandonara fu presa nel 1967 dal consiglio comunale in contemporanea all’usciva del libro di Franco Basaglia “Che cos’è la psichiatria” che metteva sotto accusa la cultura psichiatrica dell’epoca e l’istituto dei manicomi. Questo non impedì, l’anno successivo, di avviare il progetto con costi miliardari. La delibera del consiglio dell’Ospedale psichiatrico del 1977 confermava la destinazione a manicomio malgrado il governo in carica, presieduto da Giulio Andreotti, avviava l’iter della Legge sull’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale con una relazione che prevedeva anche l’abolizione dei manicomi. Con la Legge 180 dell’anno successivo arrivava la loro chiusura. La costruzione alla Cabanette rimase per venti anni in completo abbandono per poi arrivare all’inaugurazione, a settembre del 2000, della residenza sanitaria assistenziale l’Orchidea (Ballerino, 2017, pp. 139-140). 

3.3 I cambiamenti negli anni Settanta al Cristo 

Con il piano regolatore del 1973, deciso dalla Giunta Borgoglio, si individuava l’area di espansione di Alessandria nella sua zona sud. Il cambiamento avvenuto nel corso degli anni Settanta è ben descritto dal Direttore de “Il Piccolo” Paolo Zoccola in un articolo del 1981, agli inizi del decennio successivo: 

“Il Cristo si è venuto trasformando da tranquillo sobborgo periferico a una vera e propria città satellite. Alla periferia si sono venute moltiplicando le costruzioni di cooperative e condomini presi d’assalto dalle numerosissime famiglie in cerca di quella casa che la città non è riuscita a offrire loro. Si è venuta modificando anche la struttura sociale del quartiere un tempo popolare in maggioranza di operai e di dipendenti delle ferrovie dello stato”

I dati statistici basati sul censimento del 1979 riportati ne “Il Piccolo” del 11 ottobre 1980 (Ballerino, 2017, p. 129) raccontano una popolazione di 15.775 abitanti, dei quali più della metà (8.468) erano provenienti da altri Comuni. Il quartiere era nettamente più giovane rispetto ad altre aree della città: il 18,49% degli abitanti erano di età inferiore ai 13 anni (rispetto al 17,2% del Centro), il 69,43% di individui aveva un’età media tra i 14 e i 65 anni rispetto 61% 83 

della zona centrale di Alessandria che presentava il 21,7% di anziani, rispetto al 12,13% del nostro quartiere. Il Cristo era un’area in espansione con la presenza di un alto numero di giovani e persone attive rispetto all’inferiore percentuale di anziani nei confronti del centro città. Una conseguenza necessaria fu la costruzione di edifici scolastici come la media Straneo, la scuola Caduti per la Libertà sorta in seguito alla demolizione dell’area delle Casermette. Quest’ultimo istituto, con la Morbelli e la primaria Villaggio Europa vissero l’esperienza innovativa del tempo pieno ispirandosi alla pedagogia del movimento “école moderne” di Célestin Freinet che individuava come concetto base la cooperazione educativa tra insegnanti ed alunni (Ballerino, 2017, p.131). 

Durante l’intervista raccolta il 6 novembre Maria Teresa Gotta (Int. 3), ricordando la propria esperienza lavorativa alla Morbelli, sottolinea che la storia dell’attività scolastica dell’istituto non può essere slegata rispetto al territorio e allo sviluppo urbanistico. Negli anni Settanta la Morbelli era una scuola all’avanguardia, tra le prime in Alessandria ad avere il tempo pieno. Per la primaria del Cristo ciò significava rispondere a un’esigenza sociale importante. Inizialmente fu necessario fare doppi turni, poiché non bastava la capienza per contenere tutte le richieste di iscrizione. Si facevano doppi turni anche in mensa. La scuola sperimenterà anche i primi laboratori scolastici, ad esempio di fotografia. I nuovi insediamenti abitativi, la creazione di tante case popolari, l’arrivo inizialmente di immigrati dal meridione e poi, successivamente, di stranieri in Via Gandolfi e Via Campi provocarono un contraccolpo non positivo per la scuola. Una certa fascia di utenza si allontanò, alcune famiglie ricercarono la “scuola bene” fuori dal territorio che viveva un contemporaneo calo demografico, erano gli ultimi decenni del secolo scorso. Ripensandoci a posteriori, sostiene Maria Teresa Gotta, fu un errore urbanistico quello di accentrare in un’unica zona i nuovi arrivati, l’accoglienza e integrazione dovevano essere favorite evitando di concentrare diverse problematiche sociali in un’area ristretta. La scuola Morbelli in seguito seppe risollevarsi, ma senza raggiungere la precedenza eccellenza. Una sorte simile è toccata all’istituto comprensivo Straneo, colpito dalla stessa discriminazione che fu riservata alla scuola Morbelli. Ulteriori insediamenti di case popolari a ridosso della ferrovia ampliarono le problematiche sociali nel territorio. Certo, ci fu chi fece una scelta in controtendenza, ma fu, appunto, la scelta di pochi che rivendicano la loro volontà di non partecipare a una tendenza discriminatoria nei confronti delle scuole del quartiere, come dimostrano le parole dell’intervistata: 

“I miei figli hanno frequentato la Straneo, sono ben contenta di questa scelta: il territorio che deve essere vissuto, si deve fare amicizia con i coetanei della zona, andare a 84 

scuola a piedi con i propri compagni, invece di inquinare il centro con le macchine dei genitori che ogni giorno accompagnano i figli.” 

L’intervista, basata su un background costituito dalle esperienze personali, preparazioni tecniche e culturali che concorrono alla formazione personale, mette in risalto come scelte urbanistiche di fine Novecento portarono ad una concentrazione di disagio economico, sociale, carenza di servizi e rischio di povertà educativa. Tali caratteristiche negative possono diventare fonti di stigmatizzazione per i residenti che, nell’esperienza raccontata, si trasforma addirittura nell’attribuzione di un “cattivo indirizzo” (Petrillo, 2016) anche per gli istituti scolastici del quartiere. 

Le considerazioni appena riportate si basano sulle esperienze professionali e di genitore di un testimone privilegiato ma, per far emergere un’analisi istituzionale di contesto e territoriale, verrà utilizzata quella del collegio docenti dell’Istituto Comprensivo contenuta nel Piano Triennale di Offerta Formativa (PTOF), scuola di Alessandria P. Straneo, Triennio 2019/20-2021/22 (pp. 4-5). Non si intende certo dare una lettura di contesto relativo agli anni Settanta con una disamina attuale ma, in quest’ultima, emerge come scelte urbanistiche iniziate nel dopoguerra e proseguite negli ultimi decenni del Novecento crearono una periferia a sud della città dove confinare larga parte del disagio sociale che non ha trovato ad oggi concrete soluzioni. Diventano così principi fondamentali nell’attività didattica integrazione, inclusione e accoglienza ma anche proposte di attività inclusive, di didattica laboratoriale e di lavoro di gruppo per il coinvolgimento degli alunni. Questi ultimi necessitano di aiuti in merito all’alfabetizzazione per un primo approccio con la lingua italiana o per disagi di altra natura, così come per coloro che richiedono un supporto di Italiano L2 per lo studio con percorsi estesi anche ad alunni di seconda generazione e/o italofoni. 

L’Istituto Comprensivo (IC) opera principalmente all’interno del quartiere “Cristo” pur comprendendo anche la scuola primaria di Borgoratto e le scuole dell’infanzia di Cantalupo e di Gamalero con una popolazione scolastica molto diversificata. Ciò rende complessi alcuni aspetti dell’attività didattica ma diventa stimolante per una collaborazione con il territorio promuovendo attività che favoriscono e implementano la collaborazione scuola – famiglia. Il livello culturale dell’utenza è vario; accanto a famiglie che sentono l’esigenza di una formazione che porti ad una crescita collettiva sono presenti casi di disagio che naturalmente mostrerebbero un certo disinteresse verso la scuola e l’apprendimento. 

Il contesto socio-economico è eterogeneo in un’area ad alto flusso migratorio con gli alunni della scuola che presentano situazioni familiari e bisogni socio-culturali molto 85 

diversificati costituendo un punto di forza che ha prodotto la nascita spontanea di Comitati dei genitori che collaborano con la scuola. La presenza di stranieri nell’IC Straneo è complessivamente del 31% e composta di oltre 13 nazionalità, principalmente rumena, marocchina, albanese, cinese oltre ad altre. Nel complesso il background socio-familiare risulta di livello basso. Nei plessi collegati i dati di queste presenze calano al 1,6% presso l’Infanzia di Gamalero, allo 0,5% presso l’Infanzia di Cantalupo e al 7% presso la primaria di Borgoratto. 

Il territorio è diviso dal centro città dalla ferrovia che ne determina i confini. Al suo interno insistono due zone industriali ubicate in aperta campagna, ma non possiede una vocazione produttiva univoca se non di supporto alla città. Si registrano casi rilevanti di conflitti interetnici o di periferia. Le due istituzioni scolastiche del territorio, l’Istituto Comprensivo e il 5° Circolo Didattico, interagiscono con l’agenzia di formazione professionale salesiana del CNOS che si fa promotrice di diverse attività per indirizzare al mondo del lavoro i giovani che non trovano altri sbocchi. Da poco è attivo, e confinante con la scuola secondaria di I grado (Morbelli), un grande centro sportivo (Centogrigio) con cui la scuola ha stipulato una convenzione. Dal 2013 funziona, nei locali annessi alla scuola media, un centro di servizi e consulenza psicopedagogica (“360° Psicoterapia Pedagogia Formazione”) che si avvale della collaborazione di diversi professionisti che lavorano nella progettazione ed erogazione di interventi rivolti a bambini ed adolescenti, adulti, gruppi ed istituzioni. Il territorio è stato e continua ad essere uno dei punti principali di sosta iniziale per la migrazione interna, comunitaria ed extracomunitaria che, dopo il momento iniziale di adattamento, trova altre sistemazioni definitive nella città o all’estero. L’alta percentuale di alunni stranieri viene considerata una risorsa per il confronto e l’arricchimento culturale pur comportando rischi concreti di dispersione scolastica e una necessità di tenere alta l’attenzione per prevenire i fenomeni di bullismo con azioni costanti di educazione alla legalità. 

Simile analisi di contesto e territoriale è quella realizzata dal collegio docenti del 5° Circolo Alessandria contenuta nel Piano Triennale di Offerta Formativa, Triennio 2019/20-2021/22 (pp. 4-6). La popolazione scolastica considerata non riguarda come in precedenza la scuola primaria di secondo grado ma quella di primo grado e dell’infanzia. Il background socio-economico dell’utenza scolastica si colloca, in generale, su di un livello medio-basso, caratterizzato da eterogeneità malgrado il limitato numero di plessi di cui la scuola consta, con presenza di una percentuale di alunni con genitori privi di occupazione stabile e/o in situazione di svantaggio. Una percentuale significativa di alunni risulta di origine straniera, anch’essi eterogeneamente distribuiti nelle sedi. La consistente presenza di studenti stranieri, oltre che 86 

un’occasione di arricchimento didattico/culturale, rappresenta una preoccupazione nella misura in cui richiede la messa a punto di pratiche didattiche ed organizzative ad hoc da parte dei docenti. Il limite è rappresentato soprattutto dalla diversificazione delle provenienze degli studenti di origine straniera che richiede l’adozione di interventi e strategie non univoci, in relazione alla diversità dei bisogni. Anche la presenza di alunni certificati ed un numero progressivamente crescente di BES (bisogni educativi specialistici) e DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) crea problematicità in presenza di un numero non idoneo in organico di docenti di sostegno con specifico titolo. 

Vincoli territoriali provengono dal Comune non in grado di garantire supporti continuativi nonostante le adesioni ai bandi di sostegno per una progettualità di istituto attenta all’inclusione, al garantire azioni adeguate al superamento di problematiche nate dalle situazioni di svantaggio di varia natura come l’alta percentuale di presenze straniere. Le difficoltà di comunicazione fra scuola e Comune in merito alle segnalazioni correlate alla sicurezza risultano diminuite per quanto riguarda la manutenzione ordinaria rispetto ad un iter migliorabile per quanto concerne quella straordinaria. Il limite maggiore continua ad essere rappresentato dalla scarsità di risorse finanziarie comunali. Ulteriori difficoltà emergono nella creazione di un canale di comunicazione inter-istituzionale (ASL/INPS) efficace e rapido sugli alunni BES oltre alla fase impegnativa di sensibilizzazione di alcune famiglie. 

Tornando ad una visione mirata agli anni Settanta un ulteriore aspetto che vide il Cristo protagonista è quello legato alle radio libere con la nascita di Radio BBSI, che in seguito vedrà nel dj Stefano Venneri un personaggio di spicco. Nell’intervista concessami dallo stesso Venneri lo scorso 16 ottobre (Int. 1), conversando sul Cristo e di come le manifestazioni 2019 organizzate dall’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui avessero portato visibilità al quartiere, utilizza come esempio i suoi record radiofonici: 

“Ho iniziato a trasmettere a Radio BBSI a 17 anni, ora ne ho 46, ho fatto il record radiofonico di trasmissione, 205 ore entrando nei Guinness dei primati 3 anni fa. Sono giornalista e ho fatto una maratona di trasmissione radiofonica di 9 giorni di diretta radio. Questo ha creato visibilità, è venuta Canale 5 per un servizio sul record.” 

Una visibilità del quartiere che negli anni Settanta vide come punto di socializzazione e convivialità la Pasticceria Pierino e Giuseppe, presente dal 1956, frequentata da personaggi con importanti ruoli nella città: Franco Livorsi, Pippo Amadio, Adriano Marchegiani, Paolo Zoccola oltre a personalità quali Umberto Eco e Adelio Ferrero. Era un locale che interpretava lo spirito di un quartiere diversamente da altre zone periferiche cittadine sul piano della 87 

socializzazione, un aspetto legato alla sua storia e alla presenza dei ferrovieri come emerge dalla riflessione di Paolo Zoccola26: 

26 Articolo pubblicato su “Il Piccolo” del 10 ottobre 1981, cit. in Ballerino A., 2017, p. 121. 

27 Articolo pubblicato su “Il Piccolo” del 30 maggio del 1979, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 131). 

“Gente abituata a lavorare sodo, senza distinzione tra giorno e notte ma anche gente che proprio in virtù della propria professione può godere di turni e riposo considerevolmente ampi, di spazi da dedicare al tempo libero. Ecco allora il gusto di ritrovarsi tra amici attorno ad un tavolo e a un bicchiere di vino; il gusto di passare le serate a suonare la chitarra intonando in coro le canzoni del tempo andato” 

Il locale di Pierino e Giuseppe risultava un ambiente conviviale e altamente legato alle tradizioni locali che costituì le basi per la nascita, nel 1974, della “Famìja ad Gajòud” che, sotto la presidenza di Giovanni Gilardengo, promuoverà iniziative di rilancio del folklore alessandrino. 

3.3.1 L’emergenza della tossicodipendenza e la vita sociale al Cristo 

Gli anni Settanta non portano al Cristo solo una crescente urbanizzazione ma anche il dramma della tossicodipendenza, in particolar modo giovanile. Le zone di spaccio erano principalmente collocate in Piazza Ceriana e la parte finale di Via Parini dove era presente una cascina abbandonata27 per poi spostarsi anche nell’area popolare di Via Vassallo Giarola e Via Gandolfi (detta, dai locali, Bronx, Shangay, South–East Side…), che delimitava l’area tra le Casermette e il Villaggio Profughi. Le scelte degli anni Cinquanta di confinare in queste aree individui che avrebbero compromesso il decoro del centro aveva creato una vasta area di disagio sociale. Il ghetto delle Casermette vide la sua fine nel 1979 con l’approvazione del nuovo piano urbanistico da parte del Consiglio Comunale. La revisione del precedente piano del 1973 era voluta per includere la Zona 14 che vide la luce negli anni Ottanta con la tipica fisionomia del quartiere dormitorio presente in tante periferie cittadine. A fine secolo divenne necessario un intervento che ridesse smalto e visibilità all’area, la soluzione fu un progetto realmente innovativo, il Villaggio Fotovoltaico. L’inaugurazione del primo lotto avvenne nel 2005. Il progetto era in anticipo coi tempi, poiché solo nel 2012 verrà approvata una legge che prevede l’installazione, nelle nuove costruzioni, di un impianto di sfruttamento dell’energia rinnovabile. Il piano venne premiato dal Ministero dell’Ambiente come miglior progetto per la città sostenibile e vide cooperare operatori edili, istituzioni pubbliche, enti privati e istituti bancari. 88 

I centri di socializzazione, eccetto la storica Soms e il Dopolavoro ferroviario oltre l’ormai chiuso centro associativo legato alla Imes, non erano presenti al Cristo. Solo nel 1982 nasceva il centro incontro di Via Scazzola attivo per anziani. L’ex area del gasometro, dopo l’acquisto del Comune nel 1994, divenne la sede del Centro sociale Alba ampliato con successive ristrutturazioni e tutt’ora utilizzato per serate danzanti, punto di ritrovo e di gioco delle carte oltre all’organizzazione di attività ricreative come viaggi turistici. 

La Soms del Cristo, come le altre dei sobborghi, seppe adeguarsi ai cambiamenti in atto. L’Arci (Associazione ricreativa culturale italiana) aveva l’obiettivo di potenziare le iniziative di carattere culturale con la ricerca di innovativi modelli espressivi volendo sensibilizzare un pubblico anche popolare. Uno dei personaggi ispiratori era Dario Fo che dimostrava un particolare legame con la città venendo a rappresentare in Alessandria le sue principali opere del periodo. Agli inizi degli anni Settanta nella Società nasceva il Teatro Realtà dalla scissione de I Pochi con la partecipazione di un gruppo di musica popolare, i Nuovi Trovieri. Gli spettacoli proposti furono uno dialettale, “Sent’an’ po’ Giùani” dove il personaggio principale racconta i momenti della sua vita attraverso canzoni popolari. Il successivo si rivolse alla scuola dell’obbligo e l’ultimo fu “L’eccezione è la regola” di Bertolt Brecht svoltosi nella sede della Soms nel 1972. Successivamente avvenne lo scioglimento per le diverse prospettive tra i componenti teatrali e quelle dei cantori popolari. 

L’assenza di centri per le attività sportive giovanili stimolò l’iniziativa della Soms che, secondo la dichiarazione del presidente di allora28, vide l’adesione di 200 ragazzi impegnati nelle attività organizzate dalla società. L’impegno ancora in atto da parte della Soms del Cristo dimostra un adattamento alle importanti trasformazioni sociali in atto tra gli anni Settanta e Ottanta. 

28 Articolo pubblicato su “Il Piccolo” del 12 ottobre 1985, (cit. in Ballerino A., 2017, p. 138). 

3.3.2 Gli anni di crisi industriale e la deindustrializzazione 

L’Imes era una grande industria del gruppo Montedison che trovava insediamento nei fabbricati della Mino in seguito alla sua chiusura nel 1957. Nasceva nel 1960 ma già dieci anni dopo era oggetto di occupazioni e proteste da parte degli operai che vivevano incertezze e precarietà come in tante altri contesti industriali italiani. L’intero quartiere era coinvolto alla pari delle istituzioni locali compreso il Comune, che allora era guidato dal sindaco socialista Piero Magrassi, chiamato il “dottore del Cristo”. Nell’assemblea tenutasi il 28 novembre 1971 89 

(Ballerino, 2017, p. 132) erano presenti, oltre al Sindaco, componenti del consiglio di quartiere membri della Giunta di centro sinistra, consiglieri comunali, regionali e provinciali. In questa occasione fu istituito un Comitato cittadino per la piena occupazione composta da rappresentanti politici e sindacali. L’occupazione ebbe termine a febbraio del 1972 in seguito a promesse positive sul mantenimento del posto di lavoro. La Spa Centrofin, nel 1979, assorbì l’Imes che subì le stesse difficoltà finanziarie dell’intero gruppo societario per poi arrivare alla chiusura nel 1985. Del complesso industriale rimane ad oggi la palazzina degli uffici, ristrutturata e adibita a distretto sanitario mentre l’intera area veniva occupata da un supermercato. Il mantenimento di una memoria storica dello stabilimento costituì anche una barriera fisica per la costituzione di un ingresso direttamente da Corso Acqui verso il parcheggio dell’ipermercato. L’accesso fu individuato su Via Casalbagliano, alle spalle della Scuola Zanzi per non congestionare la viabilità del Corso principale creando un confine fisico tra due tipi di attività commerciali, quello della grande distribuzione e il negozio di vicinato fattore identitario del quartiere. 

Cassa integrazione e cessata attività saranno vissute anche dalla “Prosidea” di Via Giordano Bruno, un grande magazzino di laminati metallici collegato alla Fiat e dalla Lume produttrice di stufe. Al Cristo erano presenti realtà argentiere come la Ricci e la Cesa prima in competizione per poi arrivare all’acquisizione negli anni Novanta della Ricci da parte della Cesa che si trasferì nello stabilimento di Corso Acqui. Poco dopo sopraggiunse la sua crisi irreversibile e l’assorbimento dei due marchi da parte del gruppo “Greggio” con il conseguente trasferimento della produzione nel padovano. 

La zona sud di Alessandria, in seguito alla crisi industriale, vide un tentativo di rilancio economico attraverso la politica delle aree attrezzate che si concretizzò con la D3 e D4 volute dalla Giunta di sinistra guidata da Felice Borgoglio (Barberis, 2008). Con la D3, inaugurata a marzo del 1983 dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, veniva rivoluzionata l’impostazione del decennio precedente e la ricerca di insediamenti di grandi industrie. I contributi concessi dalla regione Piemonte a consorzi di aziende e il finanziamento a fondo perduto delle opere di urbanizzazione chiarirono la volontà di considerare attrattive le piccole e medie industrie, l’artigianato. L’Amministrazione alessandrina, in particolar modo politici come il comunista Domenico Marchesotti e il socialista Claudio Simonelli, si dimostrava allineata alla politica regionale. L’ottica era di favorire l’artigianato nei 260 metri quadri posizionati vicino al casello autostradale sud. Le aziende inizialmente coinvolte riguardavano 90 

l’automobile, la logistica, la meccanica per poi espandersi con la presenza della Bisio progetti del Gruppo Guala, il Calzaturificio Alexandria, il Gruppo Negro e la Vitop. 

A metà degli anni Settanta si avviava il progetto della D4 in un’area a ridosso dello scalo ferroviario in zona Via Luigi Einaudi. Strumento dell’operazione era la Società alessandrina per gli investimenti produttivi (Saip) a cui partecipavano il Comune, istituzioni locali legate al commercio ed industria, vari istituti bancari e successivamente la Regione. La Saip aveva la responsabilità dell’urbanizzazione e della costruzione delle infrastrutture e gli acquirenti dei lotti della costruzione di capannoni ed impianti. La politica delle aree attrezzate di fine Novecento ha favorito il fiorire di centinaia di micro, piccole e medie imprese industriali, commerciali e artigianali, accanto ai nomi più tradizionali dell’Alessandria produttiva come Guala e Paglieri (Regione Piemonte, aprile 2018). 

Ad oggi rimangono aree vitali a livello produttivo, collocate geograficamente a ridosso dell’area del quartiere ma ciò non sembra bastare per una volontà di fare rete, di cooperare per una visibilità del territorio che potrebbe risultare un capitale aggiunto anche per l’impresa. L’attuale rapporto del Cristo con la zona artigianale e quella industriale viene descritto da Roberto Mutti, nell’intervista del 18 ottobre scorso (Int. 2), come inesistente anche nella partecipazione agli eventi organizzati nel quartiere. Le reti di interazione da entrambe le parti non mostrano nodi in comune che colleghino differenti realtà per una condivisione di obiettivi e interessi. Dalla conversazione con il presidente dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui vengono chiaramente definiti i confini di appartenenza o meno: 

“Il principio fondamentale è che la collaborazione crei una rete, quello che è fatto da uno viene conosciuto e condiviso dagli altri. L’area D3 non è di nostra competenza, diventa un’area esterna al Cristo, logisticamente è difficile da collegare agli eventi; nella D4 ci sono insediamenti industriali di grande portata come Viscardi, non esiste un legame fortissimo con le realtà del Cristo. Noi non sentiamo il legame con queste aree produttive e nemmeno loro lo sentono. Esiste anche una separazione geografica, non ci si sente facenti parte di una stessa cosa. Però può essere una buona idea quella di lavorare a future iniziative comuni…” 

Per Roberto Mutti il territorio che delimita il quartiere rimane il “vecchio” Cristo con l’asse portante di Corso Acqui allargato alle nuove periferie commercializzate come Via Nenni e Via Maggioli. Il filo conduttore che lo delimita sono le attività commerciali e artigianali, le realtà associative con cui collaborare che disegnano il Cristo come una piccola città nella città, con un centro storico ricco di botteghe e varie diramazioni periferiche densamente abitate. Sono attività commerciali che non trovano punti in comune con le grandi catene distributive della 91 

zona, prive entrambe di interesse nella collaborazione. L’area D3 è immaginata come un’area esterna al Cristo, così come la D4, che ospita insediamenti industriali di grande portata che non trovano alcun legame con le specificità del quartiere. Il testimone, tuttavia, considera fondamentale la collaborazione, sono le relazioni a definire i confini del territorio. Pertanto non è escluso che nuove collaborazioni in futuro possano ridefinire anche questi confini, che sono comunque provvisori, legati a un immaginario che è considerato comunque mutevole, cangiante. 

3.3.3 L’eterno problema dei collegamenti tra il Cristo e la città 

Da sempre la linea ferroviaria risulta una barriera al collegamento tra il quartiere Cristo e il resto della città. Fino agli anni Novanta l’accesso dalla Pista tramite Via Maggioli è stato più nella teoria che nei fatti, poiché doveva passare attraverso due passaggi a livello con cinque linee ferroviarie su cui transitavano giornalmente 210 treni e una chiusura dell’attraversamento quasi continua. La costruzione di un sottopasso, già prevista nel piano regolatore del 1958 veniva caldeggiata nei decenni successivi e sostenuta dall’appena eletto Consiglio di Quartiere nel 1974 (Ballerino, 2017, p. 143). I lavori, tuttavia, iniziarono soltanto anni dopo, con due lotti, il primo nel luglio 1988 e il secondo nel giugno 1990. 

Le criticità di collegamento del Cristo con Alessandria non creavano solo un problema per gli utilizzatori ma concorreva al successo dell’unica sala a luci rosse di Alessandria che si collocava in Piazza Ceriana con il nome di Cristalli. La scelta fu fatta per reagire alla crisi generale delle sale cinematografiche in seguito all’affermazione delle televisioni private. La sua posizione periferica, la sensazione di sentirsi lontani da occhi indiscreti e di poter tutelare la propria privacy permetteva agli utenti di godere in tranquillità le proiezioni “proibite”. Il successo fu clamoroso, il cinematografo superò per molti anni gli incassi delle altre sale di Alessandria. Negli anni Novanta venne attuata la trasformazione in multisala, la prima in città, che permise la sopravvivenza dell’attuale Kristalli rispetto a tutte le realtà del centro diventando un punto di riferimento del cinema d’essai. 

3.4 Il Cristo e il nuovo millennio 

Fin dagli anni Settanta e Ottanta era fortemente sentita dagli abitanti del rione la mancanza di spazi verdi e di strutture sportive ma l’intenzione del Comune di costruire nell’area un palasport 92 

rimase sulla carta. In questo senso un’iniziativa comunale fu messa in atto di recente, nel 2015, attraverso la rigenerazione di Forte Acqui. 

Nell’inserto del “Corriere della Sera” del 5 novembre 201929 viene riportato l’incremento di superficie destinata ad orti urbani nelle città capoluogo italiane nel periodo dal 2012 al 2017. Alessandria, in questo arco di tempo, ha raddoppiato l’area di superficie coltivata, passando da 20.874 mq. a 43.474. Nell’articolo Antonio Longo, docente del Politecnico di Milano, considera tali spazi luoghi di innovazione e riqualificazione urbana per le città contemporanee, in grado di attivare nuove forme di cura e costruzione di beni comuni e occasioni di convivenza. 

29 Il “Corriere della Sera” del 5 novembre 2019, inserto Buonenotizie, l’impresa del bene, articolo di Longo A. “Quei luoghi di innovazione che rigenerano spazi e relazioni”. 

30 “Vivere sostenibile” di Mortara G.P., del 10 maggio 2015, Gli orti sociali di Forte Acqui, URL: <https://bassopiemonte.wordpress.com/2016/05/10/gli-orti-sociali-di-forte-acqui-ad-alessandria-2>/, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

Gli orti sociali in città si alimentano di un mix tra attività pianificate da parte del Comune e iniziative private spontanee. Il Comune collabora anche con soggetti privati per progetti mirati. Un esempio di collaborazione tra amministrazione locale e associazioni del terzo settore è rappresentato dall’area del Forte Acqui che, dal 2015, rappresenta un polmone verde con forti possibilità di aggregazione, anche grazie all’assegnazione comunale in comodato alla Caritas Diocesana di una superficie di 6.000 metri quadri. Si tratta del progetto “Orti Sociali” che permise la realizzazione di 75 orti destinati a residenti del Cristo e famiglie bisognose su indicazione del Cissaca e del Centro di Ascolto della Caritas Diocesana. La realizzazione del progetto comportava una prima lavorazione del terreno, incolto da circa 30 anni, la recinzione dell’intera area e delle diverse tipologie di lotti, la realizzazione di un pozzo (finanziato da Alegas SpA), del sistema di distribuzione idrica e la realizzazione di due ricoveri, uno per gli attrezzi e uno per la stazione di pompaggio. I lavori di recinzione e di costruzione dei ricoveri vennero realizzati da soggetti in stato di disagio inseriti in un progetto di tirocinio lavorativo coordinato da volontari dell’associazione Opere di Carità e Giustizia. Anche la coltivazione del lotto destinato all’approvvigionamento della Mensa Caritas vede la conduzione di tirocinanti il cui compenso economico risulta coperto dagli acquisti di generi vegetali a carico della cucina30. 

Con l’adesione al progetto “Orti Sociali” da parte dell’APS Cambalache si aggiunsero 1.000 metri quadri utilizzati sia per la coltivazione di ortaggi sia per lo sviluppo di un apiario 93 

urbano, in sinergia con un’altra iniziativa sociale, BeeMyJob31. Quest’ultima era stata avviata per la produzione di miele ma anche per organizzare incontri di apididattica tra i richiedenti asilo e i cittadini, le scuole e i gruppi associativi. Nel 2016 prese il via il progetto “Roots”, che permise di attivare i tirocini per tre ospiti dell’Associazione affetti da disagio psichico. Lo scopo era quello di aiutare i ragazzi coinvolti, aumentando, attraverso l’apicoltura, il senso di responsabilità e socializzazione. Gli ortaggi coltivati vengono distribuiti nelle case del progetto di accoglienza di APS Cambalache e l’eccedenza rivenduta attraverso un accordo con la Comunità di San Benedetto e il bar Orto Zero32. In questo modo si è creato un circolo virtuoso tra le associazioni coinvolte nel sociale e i residenti di Alessandria. 

31 BeeMyJob, “Apiario e orto urbano”, URL: <https://www.beemyjob.it/sei-una-scuola/apiario-e-orto-urbano/&gt;, [sito visitato il 13 Novembre 2019]. 

32 “RadioGold, 13 luglio 2016, “Il progetto di orto-terapia di Cambalache al Forte Acqui per aiutare i richiedenti-asilo”, URL: < https://radiogold.it/cronaca/46451-progetto-orto-terapia-cambalache-forte-acqui-aiutare-i-richiedenti-asilo/&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

33 “Cambalache – Associazione di promozione sociale” (2018), Estate insieme: il Forte Acqui rivive grazie alla rassegna di Cambalache, URL: <https://www.cambalache.it/2018/11/09/estate-insieme-il-forte-acqui-rivive-grazie-alla-rassegna-di-cambalache/&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

34 “CorriereAL” del 28 febbraio 2017, Alessandrini, avete idee su come rigenerare e gestire l’ex Forte Acqui? Segnalatele a Palazzo Rosso!, URL: <https://mag.corriereal.info/wordpress/2017/02/28/alessandrini-avete-idee-su-come-rigenerare-e-gestire-lex-forte-acqui-segnalatele-a-palazzo-rosso/&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

35 Fonte: Città di Alessandria, Orti per anziani, URL: < https://www.comune.alessandria.it/servizi/diritti-e-pari-opportunita/solidarieta-e-integrazione-sociale/orti-per-anziani&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

Nel 2018 l’associazione Cambalache organizzava eventi per una “Estate Insieme” al fine di creare occasioni di incontro e confronto tra richiedenti asilo e cittadinanza per far rivivere questo grande spazio verde al quartiere Cristo33. 

Il Forte Acqui, con le sue realtà, è un esempio di spazio migliorato attraverso la mobilitazione di conoscenze diverse ed integrate in collaborazione per la realizzazione di progetti sociali, i quali, in questo caso, hanno consentito anche la riqualificazione e la riappropriazione di un’ex area militare. La cooperazione tra Caritas, Cambalache e Comune, anche attraverso iniziative di sensibilizzazione degli alessandrini per una valorizzazione dei propri beni comuni, tra l’altro, nasce anche da una esplicita “chiamata” da parte dell’ente locale, nei confronti di cittadini e organizzazioni della società civile, volta a sollecitare proposte e disponibilità di collaborazione per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dell’immobile “ex Forte Acqui”34. 

Una situazione simile si trova nella parte opposta della città, in Viale Milite Ignoto, dove il Comune coordina direttamente l’attività e l’Associazione “Orti in Città” gestendo gli spazi e la vita associativa. Si tratta di 1.800 mq. suddivisi in 35 lotti35. I restanti 36.474 mq., non di 94 

competenza comunale e di associazioni legate al sociale, vedono un intervento di privati attraverso una conduzione con caratteristiche tradizionali. 

Per Margherita Cavanna (Int. 8 del 13 febbraio 2020) il Forte Acqui, anche grazie alla presenza di orti urbani formalmente gestiti, è un caso di riappropriazione di spazi pubblici da parte dei cittadini. Da area verde in degrado e abbandono si è trasformata, anche nelle superfici non adibite a orti sociali o destinate agli altri progetti sociali sopra descritti, in un’area di sgambamento per cani, jogging, in punto di incontro e passeggio per ogni fascia di età. 

Anche un’altra zona attigua al Forte, tra Via San Giacomo e Via Paolo Sacco, l’area ex Tardito è stata riqualificata in parco giochi, trasformandosi in un punto di aggregazione, specialmente in estate, per i bambini della zona. 

Ancora negli anni Ottanta le aree sportive utilizzabili erano quelle del Dopolavoro ferroviario, a fianco del cavalcavia, un campo sportivo e un “diamante” per il baseball alle Casermette e le strutture del Centro Salesiano Don Bosco. Nel 1986 nasceva il Centro sportivo Comunale Cristo (Csc) in Via Bonardi che permise alla Fulgor, all’epoca società di calcio del quartiere, di iniziare la stagione. Il Csc, dopo alterne vicissitudini, fallì dando spazio al Centogrigio ormai centro polifunzionale alessandrino di eccellenza non solo sportivo. Una società privata, attualmente presieduta da Gilberto Preda, ottenne, partecipando a un bando comunale, la gestione dell’ex centro sportivo comunale. In seguito al dissesto del Comune, dichiarato nel 2014, la società acquistò l’area e procedette ai lavori di ristrutturazione, adeguamento e ampliamento delle strutture. Maria Teresa Gotta (Int. 3 del 6 novembre 2019) definisce il Centro “una scelta azzeccata di un accordo tra pubblico e privato in una zona ex sede di un centro sportivo comunale, poi venduta a privati che ampliarono le strutture già esistenti, che rischiavano di rimanere inutilizzate”. Al Centogrigio sono ora presenti spazi per volley, calcio, padel ma anche un’area polivalente per eventi sportivi e non, luoghi di ristoro e aggregazione, sette palestre di vario indirizzo, un Poliambulatorio specialistico e punti per attività ad indirizzo estetico, concessi in gestione ad altri privati. Le persone che vi transitarono nel 2016 furono 200 mila e sono ulteriormente cresciute negli anni successivi. 

Roberto Mutti, parlando dei legami tra l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui e il Centogrigio afferma: 

“Il Centogrigio è uno degli sponsor delle manifestazioni, sempre presente, attivo, partecipativo, collaborativo […] Siamo a due passi, molti dei residenti del Cristo frequentano il Centogrigio. La collaborazione a loro serve per dare visibilità del Centro, per farsi conoscere 95 

e la risposta è che i residenti lo frequentano, è uno scambio reciproco per le singole specifiche finalità”. 

Così gli interessi e obiettivi dell’Associazione, del Centro sportivo e della comunità del Cristo trovano un punto di comune incontro ed equilibrio. 

3.5 La popolazione del Cristo oggi 

Il quartiere è secondo solo al centro città come bacino di utenza, con 15.779 residenti contro i 24.258 del centro. Le due vie più popolose sono Via Maria Bensi con 1.402 residenti e Corso Acqui (1.283)36. Eppure non basta considerare la sola popolazione residente al Cristo per dare reali indicatori di grandezza, diventa necessario delimitare lo spazio geografico da considerare. Volendo utilizzare le rilevazioni statistiche del Comune di Alessandria, con dati numerici riferiti alla popolazione censita (popolazione legale), ritroviamo delimitazioni di aree corrispondenti alle circoscrizioni, ai sobborghi e ai quartieri cittadini. Non trattandosi di riferimenti univoci sulla popolazione e le rispettive aree diventa indispensabile trovare a quale perimetro geografico corrisponde il Cristo oggetto di analisi. Infatti il quartiere potrebbe anche non corrispondere ad una delimitazione amministrativa ma piuttosto ad una delimitazione di fatto. Utilizzando il sito Tuttocittà.it l’immagine del quartiere ci rimanda ad un quadrilatero delimitato su tre lati dallo smistamento, dalla linea ferroviaria per Acqui Terme e parte di quella per Genova con il restante limite sud che corrisponde alla Zona 14. Al suo interno sono compresi Norberto Rosa, le Cabanette e la più vasta area del Cristo (figura 1). 

36 Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica, URL: < https://www.comune.alessandria.it/servizi/anagrafe-e-stato-civile/statistica&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 96 

Figura 1 – Mappa dell’area Cristo 

Fonte: Tuttocittà.it, URL: < https://www.tuttocitta.it/mappa/alessandria&gt;, [sito visitato il 12 novembre 2019] 

Considerando che la Circoscrizione Sud comprende quartieri come il Cristo, Norberto Rosa, Cabanette e sobborghi quali Cantalupo, Casalbagliano e Villa del Foro per trovare una similitudine tra la popolazione che la compone e il Cristo corrispondente ad un perimetro di un’area omogenea utilizzeremo i dati riportati nella tabella 1. 

Sommando la popolazione presente nei quartieri e frazione della Circoscrizione Sud i residenti salgono a 22.981 rispetto alle 2.619 presenze nei suoi restanti sobborghi. Pensando ad un rapporto tra le due grandezze l’area che da ora definiremo Cristo, inglobandovi Norberto Rosa e Cabanette, corrisponde ai circa nove decimi di tutta la Circoscrizione Sud e ciò permette di considerare i dati statistici circoscrizionali applicabili al Rione di riferimento. 97 

Tabella 1 – Popolazione residente suddivisa per sobborghi e quartieri di Alessandria 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Tabella 2 – Popolazione residente suddivisa per circoscrizioni 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica – Periodo rilevato al 31 agosto 2019 

Con la nuova geografia del quartiere è possibile utilizzare i dati offerti dalla tabella 2, che presenta la popolazione suddivisa per circoscrizioni con numeri raffrontati al totale comunale. Alessandria Sud, che come abbiamo visto corrispondere in gran parte all’area del Cristo, ha la maggiore percentuale di residenti rispetto alle altre zone compreso il centro ma non una elevata densità di abitazioni al metro quadro, considerato un indicatore positivo per misurare la qualità di vita di una zona. 98 

Il Cristo ha una forte componente straniera giustificata dalla presenza di ampie aree di insediamenti popolari come Norberto Rosa, Via Maria Bensi, Via Gandolfi, che da sempre vivono un’eccessiva concentrazione di criticità a livello sociale e problematiche a livello di integrazione. La popolazione comunitaria e straniera residente nel centro città corrisponde a 5567 unità mentre la Circoscrizione Alessandria Sud ne contiene 349037, in aumento di 50 unità rispetto al 31 dicembre 2018. Il trend del totale dei residenti, nello stesso periodo, è di segno negativo (tabella 1) facendo rilevare un aumento di stranieri e una diminuzione di popolazione in generale. 

37 Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica, Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica, URL: < https://www.comune.alessandria.it/servizi/anagrafe-e-stato-civile/statistica&gt;, [sito visitato il 13 novembre 2019]. 

Tabella 3 – Popolazione comunitaria e straniera residente suddivisa per Circoscrizione e sesso 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 99 

Grafico 2 – Percentuale di stranieri per sesso e circoscrizione 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Le famiglie con un solo componente sono poco più della metà rispetto al centro con una tendenza all’aumento negli otto mesi del 2019, la famiglia tradizionale con due componenti e più sino a quelle numerose acquistano numeri maggiori al Cristo rispetto al resto del Comune (tabella 4). 

Tabella 4 – Famiglie divise per Circoscrizioni e numero di componenti 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica – Periodo rilevato al 31 dicembre 2018 100 

Grafico 3 – Famiglie con sei o più componenti 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Grafico 4 – Percentuale di famiglie monocomponente 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

I dati indicano una maggiore presenza di famiglie giovani nell’area sud alessandrina con un legame coerente con i dati relativi alla presenza di minori in famiglia (tabella 5). 

Tabella 5 – Famiglie divise per Circoscrizioni e numero di minori presenti 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 101 

Grafico 5 – Percentuale di famiglie con figli minori 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Risulta un’alta componente di persone attive nella Circoscrizione Sud ma tutte le aree di Alessandria non sono escluse da una consistente presenza di persone anziane come in tutto il resto d’Italia. La tabella 6 rappresenta questa situazione. 

Tabella 6 – Popolazione residente suddivisa per Circoscrizione e fasce di età, periodo al 31 dicembre 2018 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 102 

Grafico 6 – Percentuale di giovani con meno di venti anni 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Grafico 7 – Percentuale di maschi di età compresa tra i 30 e 40 anni 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Grafico 8 – Percentuale di donne di età superiore agli 80 anni 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Nella tabella 6 emerge che la composizione della popolazione del Centro è paragonabile a quella della Circoscrizione Sud. Quest’ultima area si caratterizza per una maggiore presenza 103 

di famiglie con figli e in particolare minori (grafico 5). Analizzando il centro città il maggior numero di persone componenti la coorte tra i 30 e i 40 (grafico 7) comprende individui maschi che si potrebbe ipotizzare vivano una fase di vita in cui è prevista una piena realizzazione professionale e una conseguente necessità di risiedere e lavorare in un’area che comprenda una tipologia di servizi principalmente presenti nel centro cittadino. È il caso di professionisti che scelgono sedi in città e intervengono di persona nel rapporto con il cliente diventando insostituibile la relazione face to face. In sostanza la localizzazione urbana diventa indispensabile per le attività che necessitano di una comunicazione diretta (Frisbie e Kasarda, 1988). Ciò è ipotizzabile principalmente per i grandi centri urbani in presenza di relazioni qualificate per coloro che svolgono funzioni rare e specializzate. Nel caso di Alessandria diventa necessario considerare un ulteriore aspetto, la presenza di immigrati comunitari ed extracomunitari, la loro età e dove abitano. Sul sito Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica purtroppo non sono presenti dati relativi al sesso, età e area di residenza ma si possono considerare un insieme di altri dati. 

Grafico 9 – Grafico relativo agli stranieri per sesso fasce di età, periodo al 31 dicembre 2018 

Fonte: Città di Alessandria, Servizio Anagrafe e Statistica 

Dal grafico 9 emerge una forte presenza di maschi attivi tra i trenta e i quaranta anni ad Alessandria e da quello del grafico 2 un’alta presenza in centro di immigrati stranieri. Visto la consistenza di giovani sotto i venti nell’area sud di Alessandria (grafico 6) e nelle zone Europista e Fraschetta si può ipotizzare che l’elevata percentuale di stranieri di detta coorte (grafico 9) sia maggiormente presente in queste aree. Per quanto riguarda l’alto numero di individui tra i 30-40 anni (grafico 9) diventa possibile dedurre una loro presenza in centro città al fine di giustificare le percentuali riportate nel grafico 2. Il centro, quindi, raccoglie una forte presenza di una specifica coorte di individui in età attiva non tanto per l’esistenza di attività 104 

specializzate e qualificate ma perché risulta una zona in cui si concentrano il consistente numero di immigrati comunitari ed extracomunitari di una specifica fascia di età. 

Un’ulteriore differenza tra la composizione demografica del Centro e quella del Cristo si ritrova nella fascia degli ultra ottantenni. In Centro le persone di questa fascia di età sono in proporzione più numerose soprattutto tra le donne (Tabella 6). La maggiore longevità femminile (maggiore di circa il 5%) evidenziata dalle statistiche sulla popolazione italiana redatte dall’Istat 2015 rende possibile collegare la minore presenza di donne oltre gli ottanta anni in Alessandria Sud alla sua più recente crescita demografica legata allo sviluppo dell’edilizia residenziale con picchi raggiunti solo dopo gli anni settanta. Infatti la longevità femminile diventa una variabile influente quando l’aumento della popolazione avviene in periodi precedenti, evento che si è attuato nel centro cittadino. 

L’aumento di abitazioni anche di tipo popolare, come è avvenuto nelle aree del Centro, ha reso possibile l’aumento della popolazione comunitaria e straniera residente rispetto ai numeri inferiori riportati dal totale delle circoscrizioni alessandrine. La crescita di possibilità abitative negli ultimi decenni del Novecento ha comunque portato famiglie giovani, composte da due o più presenze anche con minori a scegliere di stabilirsi nell’area sud alessandrina (grafico 5). 

3.5.1 Il quartiere Cristo visto dai suoi abitanti 

In precedenza si è cercato di definire la popolazione residente al Cristo a livello amministrativo, istituzionale, attribuendone una sua delimitazione cartografica, ora l’interesse si rivolge all’immagine che i testimoni privilegia ci rimandano del quartiere. 

Il quartiere è composto da una superficie divisibile per caratteristiche funzionali, ma anche da una popolazione residente che non deve essere esclusa nell’organizzazione e pianificazioni di eventi solo perché abita in aree residenziali rispetto a quelle commerciali. La visibilità del quartiere supera quella limitata al commercio per diventare inclusiva interessando le varie realtà che lo compongono e questo avviene attraverso dialogo, apertura alla collaborazione e alle proposte degli stessi abitanti. 

Roberto Mutti (Int. 2 del 18 ottobre 2019), rimanda un’immagine territoriale del quartiere non limitata a Corso Acqui e le aree commerciali limitrofe ma anche a zone periferiche come Norberto Rosa, Don Bosco, Via Gandolfi. Viene affermato: 105 

“Nelle manifestazioni curate dall’Associazione l’interesse è non solo il commercio ma creare attività anche in zone solo abitative come quella intorno alla Don Bosco o la Via Gandolfi. Ciò è avvenuto anche su spinta di amministratori, che hanno richiesto la collaborazione dell’associazione per progetti e iniziative da proporre. Il villaggio Norberto Rosa è Cristo e che richiede di essere visibile, presente”. 

Il già citato Stefano Venneri, dj e organizzatore di eventi, si esprime in questi termini: 

“si intende valorizzare il territorio con la festa in via Nenni e Via Maggioli dove non si è fatto mai nulla, la festa si allarga ad ogni insediamento anche nuovo, solo Corso Carlo Marx non lo è stato per la viabilità, ma lo sarà. Si è coinvolto il Don Bosco, il Cristo arriva alla Scuola di polizia, si collega a Cabanette. Nelle prossime manifestazioni l’intenzione è di coinvolgere aree come Via Gandolfi.” (Int. 1 del 16 ottobre 2020). 

Le dichiarazioni riportate sinora mostrano un’apertura dell’associazione dei commercianti: dal nodo centrale di Corso Acqui la visibilità deve diventare un bene comune del quartiere in toto, senza creare aree grigie che minerebbero un’immagine di sé omogenea e coerente trasformabile in un punto di forza. 

Per Maria Teresa Gotta, presidentessa della Soms e intervistata il 6 novembre: 

“La mia casa era inizialmente in periferia, verso Cantalupo, quando le Zone 14 e D4 non esistevano, vicino all’attuale rotonda alla fine di Corso Carlo Marx ed era l’ultima casa del Corso nelle vicinanze delle Casermette e del Villaggio. Poi ho visto crescere come funghi i palazzi, le Casermette scomparvero per dare spazio alla Zona 14 con pochissimi servizi.” 

Secondo la Presidentessa della Soms l’integrazione tra le aree del Cristo “c’è un po’ e un po’”, un esempio è l’enorme Z14 composta da abitanti dove non è chiaro se frequentano il “vecchio” Cristo, Corso Acqui e dintorni che viene paragonato a un’area simile ad un paesone dove tutti si conoscono. Le nuove realtà sono più corollario, satelliti, l’integrazione funziona se ci sono figli che vanno a scuola creando legami tra ragazzi e tra famiglie: «È diventato un territorio troppo grande per poter diventare un’unica comunità». 

In merito alla zona Z14 l’intervista ad un residente dell’area, Gabriele Persi (Int. 6 del 6 dicembre 2019) mostra un’altra lettura: 

“Ho acquistato una villetta a schiera in via Ferruccio Parri nel 1990, Zona 14. Ero da poco sposato e con mia moglie ricercavamo una sistemazione abitativa non soffocata da palazzi contigui. La scelta è caduta nella zona del Cristo, che offriva la possibilità di residenze unifamiliari a schiera, con la caratteristica di un condominio esteso, un’area verde in 106 

proprietà, la vicinanza con l’area ancora agricola, la presenza di spazi pubblici e aree gioco per i bambini di cui ci auspicavamo un prossimo arrivo” 

Siamo di fronte a una coppia giovane, impegnata in attività lavorative come buona parte dei vicini, l’intervistato non si preoccupa della carenza di servizi nell’area dovendosi già muovere in auto per raggiungere il luogo di lavoro ma assegna importanza alla tranquillità della zona. I rapporti di vicinato sono così descritti: 

“A causa degli orari di lavoro che impegnavano la settimana e il solo week-end libero ma occupato dai lavori domestici o frequentazioni parentali e di amicizia antecedenti alla nuova sistemazione residenziale, i rapporti di vicinato erano limitati alla cortesia nel momento in cui ci si incontra” 

Voci non confermate che l’amministrazione locale avesse intenzioni di costruire una bretella di raccordo tra la Strada Provinciale 30 e l’ingresso all’Autostrada dei Trafori A26 passando tra l’abitazione dell’intervistato e la Residenza per anziani Orchidea (ex Spandonara) ha creato timori di una perdita di tranquillità. Nonostante l’infrastruttura non sia mai stata attuata, l’intervistato ha comunque deciso di vendere la casa e trasferirsi altrove. 

Dai dialoghi con gli ultimi due testimoni privilegiati emerge un territorio urbanizzato coeso, che rischia di creare periferie nella periferia. Mentre Corso Acqui è riconosciuto per la sua specifica identità stratificata nella storia, le nuove aree sono prive di questa caratteristica. 

L’estrema zona Sud-Ovest del Cristo, per esempio, alla fine degli anni Novanta poteva essere vista da una giovane coppia alla ricerca di un alloggio come una zona tranquilla, con molto spazio verde pubblico, aree attrezzate per gioco dei bimbi, ottimale per una giovane famiglia con componenti attivi a livello lavorativo e che attribuiscono importanza a queste caratteristiche piuttosto che alla presenza di servizi che considerano comunque raggiungibili attraverso l’utilizzo dell’auto. 

3.5.2 La sicurezza 

La popolazione che vive al Cristo assiste a fatti di microcriminalità, spesso riportati dalle cronache, come furti, rapine, taglieggiamenti, incendi dolosi negli anni 2000. Eppure il quartiere descritto dal Presidente dell’Associazione Attività e Commercio del Cristo, non contiene toni allarmistici: 

“Il Cristo è un’area sicura come tutto il resto della città anche se ogni tanto c’è qualche balordo ma l’Associazione si è da sempre fatta carico di segnalare alle forze dell’ordine ogni 107 

situazione di rischio. Abbiamo un gruppo su WhatsApp dove ogni associato segnala in tempo reale ogni situazione sospetta oltre ad un’ottima collaborazione con le forze dell’ordine” (Int. 2 del 18 ottobre 2019). 

Anche il tono di Stefano Venneri è altrettanto tranquillizzante: 

“Gli stranieri non creano problemi, ci sono ragazzini più difficili da gestire ma come avviene in ogni città, senza forti crisi e insicurezza. Se prima si parlava del Cristo come quartiere malfamato, Via Gandolfi, il Bronx, non è più così. Non ci sono notizie di cronache continue, ci possono essere alcune risse, lotta tra gruppi di stranieri in contrasto con qualche italiano. Sono fatti comuni al resto della città” (Int. 1 del 16 ottobre 2019). 

Per la presidentessa della Soms anche il commercio fa la sua parte. Nel vecchio Cristo ci sono tanti negozianti ed artigiani che collaborano per promuovere le proprie attività, si attuano iniziative che invogliano la gente a camminare guardando le vetrine di qualità. La frequentazione delle vie crea sicurezza, la sera non si vedono solo persone che tornano frettolosamente a casa, il controllo non è più pensato come unico compito delle istituzioni. 

Da molte delle testimonianze raccolte, il Cristo viene visto da chi vi abita da molti anni come un quartiere vivibile che potrebbe essere attrattivo anche per nuovi residenti. 

Eppure, il racconto di Valentina Cassinelli (Int. 4 del 6 novembre 2019), collega universitaria e residente al Cristo per un anno, presenta una prospettiva diversa. La sua precedenza esperienza abitativa si era svolta ad Asti, in una realtà cittadina più ridotta rispetto ad Alessandria eppure raccontata come più viva e con maggiori possibilità di incontro per i giovani. La scelta del Cristo fu casuale, era il primo alloggio disponibile dovendo spostarsi per lavoro a Novi Ligure e cercando in Alessandria dove aveva conoscenze, amici e la sede dell’Università frequentata. L’alloggio affittato era in Via Scazzola, vicino a un Centro di Accoglienza Straordinaria, la via non era illuminata ed era fonte di insicurezza se il rientro a casa si svolgeva in ore serali o notturne. I mobili ed altri oggetti non più utilizzati dai residenti venivano abbandonati in strada, si udivano urla, mancava la tranquillità. La spesa veniva effettuata nei piccoli supermercati della zona invece che nelle botteghe lungo Corso Acqui. Per Eugenia Fooladi (Int. 9 del 14 febbraio 2020), collega universitaria e attivamente impegnata nel “Centro vita indipendente”, il Cristo è un luogo dove non abitare, popolare e triste negli edifici delle immediate traverse del Corso. Vivendo una disabilità che la costringe all’utilizzo della carrozzina elettrica con stupore ha tuttavia scoperto che l’unico collegamento urbano accessibile è la Linea 2 al servizio del Cristo con le fermate che mostrano il segnale di 108 

accessibilità. Ironicamente possiamo pensare allo slogan “Il Cristo accessibile” rispetto alla restante Alessandria che non si dimostra tale. 

Si tratta di due modi diversi di sentire il territorio, nel caso della presidentessa della Soms la scelta è di continuare a voler vivere al Cristo, riconoscere il legame con la comunità a cui si appartiene e un obbligo morale di difendere e controllare il territorio di appartenenza. Le attività commerciali presenti diventano un valore aggiunto, la loro attrattività porta le persone al passeggio, alla frequentazione del luogo, luci che illuminano e danno visibilità e attrattività al quartiere. Non viene negato che le vie che incrociano il Corso vedano la presenza di sole abitazioni, molte con caratteristiche popolari, ma il quartiere era nato con queste caratteristiche e le continua a mantenere. Per alcuni intervistati tutto confluisce verso le maggiori linee viarie con i servizi, le botteghe e i negozi che offrono qualità e specificità, sono attrattivi e diventano il marchio spendibile per la visibilità che il Cristo ha ottenuto e vuole mantenere. Diventa una naturale realtà l’opacità delle vie con la sola presenza di abitazioni. 

Nel caso di Valentina Cassinelli (Int. 4 del 6 novembre 2019) lo sguardo è di chi proviene da altre realtà a cui ci si sente legati o di cui si ha nostalgia, è lo sguardo distaccato e critico del turista senza legami di identità che vive una situazione provvisoria o ha il distacco del visitatore occasionale. La spesa viene fatta nel supermercato più conveniente, ciò che viene rilevato non è l’attrattività delle attività commerciali ma la carenza di centri di aggregazione per i giovani, locali dedicati che sembra non esistano nell’intera città. Ancora una volta Alessandria pare non voler osare in scelte specifiche e mirate rivolte ai servizi e intrattenimento per una fascia giovanile eppure presente con numeri consistenti. 

3.5.3 Presenza di interventi e di servizi socio assistenziali al Cristo 

Anche la presenza del “Centro vita indipendente”, gestito dal Cissaca in Via Cesare Battisti, nelle vicinanze di Via Gandolfi, sembra essere una fonte di sicurezza sociale. Durante l’estate dello scorso anno alcuni ragazzini avevano occupato i ballatoi del condominio che attualmente ospita il Centro per ritrovarsi e fare consumo di sostanze stupefacenti. Il condominio, gestito dall’Agenzia Territoriale per la Casa (ATC), ospitava molte persone anziane, che avevano avvertito un senso di minaccia per questa occupazione e avevano sollecitato più volte l’intervento delle forze dell’ordine. Marina Fasciolo, dirigente Cissaca e responsabile del Centro, intervistata il 13 dicembre 2019 (Int. 7), ha agito attraverso i legami sociali, come lei stessa ci spiega nel corso dell’intervista: 109 

“Anziché procedere con azioni formali, abbiamo chiesto a una ragazza del quartiere di intervenire presso i suoi coetanei, di dissuaderli […] se si costruiscono dei legami sociali, se l’assistente sociale è presente nel quartiere, conosce le persone dando valore anche al loro ruolo e protagonismo, si contribuisce a migliore i legami e a favorire la sicurezza. È un lavoro impegnativo in quanto si esce fuori da un ambito preciso come l’ufficio, la propria scrivania, le procedure. Non si ha più la divisa di operatore, diventi come una delle persone con cui avere a che fare pur mantenendo il profilo di riferimento istituzionale per i soggetti con cui entri in contatto, il presidio dell’istituzione, infatti, garantisce coerenza e sistematicità all’intervento”. 

L’intervento sui ragazzi del quartiere ha spiegato molto sulle dinamiche che possono essere sviluppate nell’area, sono micro interazioni che favoriscono i cambiamenti diventando importante la presenza di operatori che non si devono limitare ad interventi strutturati, confrontarsi continuamente con gli attori coinvolti, i loro ruoli e la realtà che vivono. 

Si è pensato di parlare del fattore sicurezza legato al “Centro vita indipendente” come completamento di quanto trattato precedentemente ma ora diventa doveroso conoscere il centro di servizi assistenziali legato al Cissaca attraverso la voce di Marina Fasciolo. Nel 2017 la Regione ha finanziato un progetto attraverso un bando delle politiche sociali per la vita indipendente dei disabili. 

“Il Cissaca ha immaginato uno sportello informativo per disabili ma quando siamo andati a cercare il locale in centro era troppo caro o avevano barriere architettoniche. Ho chiesto all’ATC se avevano un locale disponibile a prezzi etici e un appartamento per una persona disabile che si sarebbe resa indipendente uscendo dalla comunità. L’Agenzia propose un appartamento proprio nel condominio destinato a persone anziane in Via Cesare Battisti, al Cristo, che disponeva di uno spazio già pensato per attività collettive senza barriere” (Int. 7 del 13 dicembre 2019). 

Visto il contesto oltre ai disabili il progetto si è indirizzato anche alla popolazione anziana. I ragazzi disabili, utilizzando il metodo del photovoice hanno censito spazi accessibili e quelli non38. In seguito, l’attività è proseguita con l’ascolto dei bisogni degli anziani, che hanno partecipato alle riunioni presentando i propri bisogni, tra i quali, non sorprendentemente, è emerso il tema del collegamento tra il quartiere e il resto della città con i mezzi pubblici. 

38 A modalità e ambiti di applicazione di questo metodo di indagine partecipata si dedica Allegri (2015, pp. 115-120). 

L’intervistata prosegue rilevando anche un senso di tradimento ed abbandono da parte dei residenti anziani rispetto alle pubbliche amministrazioni: 110 

“[…] prima abitavano in altre casa popolari in zone collegate al centro e ai sevizi, gli era stata promessa assistenza nel condominio al Cristo, ma ciò non è avvenuto, pur avendo essi richiesto aiuti come gli accompagnamenti all’ospedale, la possibilità di socialità, lo sviluppo di legami” (Int. 7 del 13 dicembre 2019). 

Solo la costruzione di due vicini centri di distribuzione ha permesso la nascita della strada di accesso al quartiere. Il condominio anziani era prima collocato in un campo senza una strada. Ora l’area è provvista di un collegamento del condominio alle vie circostanti e la zona risulta fornita di aree commerciali. 

L’idea principale del “Centro vita indipendente” è aggregare fragilità sociali in uno spazio comune. Grazie a un progetto di alternanza scuola lavoro indirizzato ad una ragazza disabile è nata anche una piccola biblioteca in sede. Inoltre, insieme all’associazione “Istituto cooperazione e sviluppo” il centro ospita un progetto di sostegno per i compiti scolastici rivolto soprattutto a bambini stranieri. In questo modo il centro ha aperto le porte anche alle famiglie, al fine di creare una rete tra genitori e operatori dell’associazione finalizzata a investire nell’istruzione e a sostenere i ragazzi nei loro percorsi di studi. 

Così commenta l’intervistata: “Via Gandolfi era l’esempio di una politica abitativa cieca, insensibile, che ha favorito la concentrazione di sacche di emarginazione ma la via si è salvata grazie alle famiglie degli stranieri che hanno accettato di andare a vivere lì. Quando si organizzano attività dove necessitano mamme che ci aiutano sono le prime ad essere presenti. Sono persone vitali, con un progetto per il futuro e voglia di sfidare le difficoltà” (Int. 7 del 13 dicembre 2019). 

Nel “Centro vita indipendente” sono stati messi in atto tentativi di autogestire degli spazi comuni, la cura dell’ambiente e autogestione della pulizia delle scale, non senza qualche difficoltà. 

“È stato chiesto all’ATC un preventivo per pagare l’impresa di pulizia al fine di avere una situazione più standardizzata, si sono raccolte le firme con un faticoso lavoro per presentare la richiesta. Purtroppo la richiesta non è stata accolta e sembra difficile un’interlocuzione, anche solo per esporre il perché di certe spese ad anziani che pagano tutto e vorrebbero avere un resoconto, capire i motivi di certi aumenti delle spese” (Int. 7 del 13 dicembre 2019). 

Si ritrova in queste iniziative una progettualità aperta e adattabile da parte dell’operatore sociale, anche mirata ad una condivisione con altre associazioni del quartiere, che trova sostegno da parte di fondazioni bancarie come la Compagnia San Paolo, bandi di istituzioni 111 

come l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), donazioni di famiglie private come i Pera. Grazie a una collaborazione con l’azienda sanitaria locale un altro progetto ha consentito di intercettare persone con fragilità tramite segnalazioni dei medici di base del quartiere. “In cantiere abbiamo anche un tavolo delle Associazioni del Cristo che si riunisca periodicamente per promuovere eventi anche di tipo culturale grazie ai vertici del Cissaca e i contatti già attivi con i rappresentanti dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui” aggiunge l’intervistata. L’impressione è che i progetti finanziati in corso entrino in una sinergia virtuosa con altre iniziative e attività promosse da associazioni del quartiere e non, come la fornitura di scaffali al Centro prodotti dal laboratorio di falegnameria del carcere San Michele pagata con una donazione Pera. Sembra che il lavorio del tessuto comunitario abbia innescato una serie di spinte positive dal basso, che hanno coinvolto vari ambienti e mondi vitali del quartiere, anche molto diversi, che però hanno saputo trovare un terreno di incontro e collaborazione, grazie alla comune appartenenza al quartiere. In parte gli stessi cittadini sembrano consapevoli di questa chiave di lettura, che ha consentito la rigenerazione sociale e urbana di questa porzione di città, al punto che essa si è trasformato in un racconto, in una narrazione condivisa, che ritroviamo anche in manifestazioni e proposte culturali elaborate localmente: 

“Il terzo posto ottenuto al concorso Anci, 2019, indetto per progetti innovativi ha consentito di progettare un laboratorio teatrale con i cittadini del quartiere Cristo con uno spettacolo incentrato sulla forza dei legami sociali” (Int. 7 del 13 dicembre 2019). 

3.6 L’attrattività del Cristo, una zona dove si desidera abitare? 

Dalle statistiche pubblicate dall’Agenzia delle Entrate – Osservatorio del Mercato Immobiliare relative agli anni dal 2016 al 2018 cercheremo di comprendere il grado di interesse suscitato delle unità abitative residenziali del Cristo sugli acquirenti. 

Per questa analisi utilizzeremo, tra gli altri indicatori, quello della dinamica di mercato descritto dal “Numero di Transazioni Normalizzate” (NTN) rappresentante il numero di compravendite immobiliari relative ad una destinazione edilizia, avvenute in un determinato periodo temporale, rispetto alle quote di proprietà compravendute39. Attraverso la 

39 Il termine normalizzato significa, per esemplificare, che nel caso di tre transazioni aventi per oggetto rispettivamente 1/3, 1/3, e 1/3 del diritto di proprietà di un immobile, il numero di transazioni contate non è 3, bensì 1,667. 112 

normalizzazione si ottiene il numero reale di compravendite corrispondenti agli immobili oggetto di transazione e non quello relativo alle quote di proprietà. 

Invece la conoscenza del “grado di intensità del mercato immobiliare” (IMI) nei suoi valori consente di percepire quale sia stata la “movimentazione” degli immobili compravenduti rispetto allo stock presente nel territorio e stabilire la percentuale delle unità immobiliari compravendute in un determinato periodo rispetto a quelle presenti distinte per tipologia edilizia. La tipologia ora considerata è quella residenziale composta da abitazioni, ville e villini oltra a box e posti auto. 

Utilizzando la figura 2 fornita dal sito dell’Agenzia delle Entrate attraverso il servizio Geopoi, verranno individuate le zone omogenee considerate nelle Statistiche regionali del mercato immobiliare residenziale che verranno di seguito analizzate per gli anni dal 2016 al 2018. 

Figura 2 – Visualizzazione zone OMI nel Comune di Alessandria 

Zona D1 

Zona B1 

Zona D2 

Zona C3 

Zona B1 

Zona C2 

Zona C1 

Zona D3 

Villa del Foro – Zona E8 

Fonte: Agenzia delle Entrate, servizio Geopoi 

L’area precedentemente delimitata e considerata omogenea durante l’analisi delle caratteristiche della popolazione del Cristo nei rilevamenti OMI si divide nella Zona C1 composta dal Cristo e Norberto Rosa e la Zona D3 che vede la presenza delle Cabanette e Casalbagliano oltre a Cantalupo. Entrambe le Zone formano quasi in toto la Circoscrizione Alessandria Sud che comprende anche la lontana Villa del Foro. Con entrambe le aree si viene 113 

a creare un perimetro che comprende il Cristo e quello che risulta una naturale espansione del Quartiere lungo le due strade principali: la Strada Provinciale per Acqui Terme e Via Casalbagliano. 

L’interesse dell’analisi verrà rivolta alle Zone C1 del Cristo e D3 che comprende Casalbagliano, Cabanette e Cantalupo, l’area confinante C2 (Quartiere Pista ed Europa) con caratteristiche di edilizia residenziale simili al Cristo anche se in un perimetro più ristretto, una popolazione residente di circa la metà e una densità abitativa quattro volte superiore al Quartiere analizzato (tabella 2). 

Nella tabella 7, relativa all’analisi immobiliare alessandrina del 2016, le 185 compravendite normalizzate al Cristo (Zona OMI C1 – NTN 185) risultavano superiori ai contigui quartiere Pista ed Europa (Zona OMI C2) attestate a 140 transazioni. La Zona D3 che comprende Cabanette e Casalbagliano vede una scarsa movimentazione nei numeri delle compravendite malgrado l’aumento del 32,3% rispetto all’anno precedente con una diminuzione del costo medio paragonabile alla media delle altre due aree. Emerge una diminuzione di valore a cui corrisponde un aumento di domanda. Simile andamento di acquisto di immobili si rileva in Pista ed Europa (35,6%) ben superiori al Cristo in calo con il -0,3%. Quest’area vede la minore percentuale di movimentazione rispetto allo stock esistente (1,64%) confrontata con i dati della Zona D3 (Cabanette/Casalbagliano) attestati al 1,76% e la migliore performance alessandrina della Zona C2 (1,93). L’appetibilità della zona Pista ed Europa trova una sua giustificazione in una inferiore quotazione media corrispondente a 930 euro con un aumento di solo il 4,8% rispetto al 2015. Il quartiere Cristo rileva invece un aumento di circa il doppio (8,7%) portando la quotazione media a 998 euro superiore ai 950 dell’area D3 in diminuzione del -2,1% rispetto all’anno precedente. Gli indicatori IMI seguono la convenienza o meno delle quotazioni medie. 

La Zona Pista ed Europa dimostra di essere appetibili per le scelte abitative, in presenza di una favorevole posizione di contiguità con il centro cittadino, per una convenienza nei costi di acquisto degli immobili che hanno visto un ridotto incremento in un anno rispetto alla Zona C1. L’area dei Cabanette/Casalbagliano, sopravalutata nel 2015, vede l’unico segno negativo dell’area. 114 

Tabella 7 – Numero di Transazioni Normalizzate (NTN), grado di intensità del mercato immobiliare (IMI) e quotazione media nel Comune di Alessandria – Anno 2016 

Fonte: Agenzia delle Entrate: Statistiche regionali – Il mercato immobiliare residenziale – Piemonte, 2016 

La statistica relativa all’anno 2017 (tabella 8) riporta lievi aumenti nel numero di compravendite normalizzate per le Zone C1 (da 185 dell’anno precedente a 187) e C2 oggetto di un aumento di 6 unità. La Zona che comprende Cabanette/Casalbagliano, mettendo a confronto gli anni 2016/17, risente di una positiva variazione di transazioni rispetto allo stock iniziale. Si tratta di un’area che sta vivendo negli ultimi anni un’espansione urbanistica su aree precedentemente agricole. Il grado di intensità del mercato immobiliare non riporta eccessive oscillazioni anche se proprio il Cristo registra l’aumento più significativo (+ 8,7%) Pista ed Europa. Il Cristo, con 910 euro nell’anno 2017 (Tabella 8), vede ridurre il costo a mero quadro del -7,6% rispetto al -17,4% rilevabile in Pista ed Europa, la domanda per queste aree dimostra di orientarsi ad una convenienza dei costi rispetto a quella della terza zona considerata. La Zona D3 offre immobili di maggiore pregio visto il costo medio al metro quadro di 1.112 euro in aumento del 17% rispetto al 2016 dimostrando anche una maggiore attrattività con un valore IMI del 2,47%. Con l’analisi del 2017 possiamo affermare che nell’area Cristo, Pista ed Europa la domanda si indirizza maggiormente verso una convenienza di mercato con caratteristiche abitative legate ad un prezzo di poco superiore alla media provinciale in forte diminuzione nel 2017 rispetto al 2016. L’area che comprende Cabanette/Casalbagliano diventa interessante per coloro che ricercano caratteristiche residenziali specifiche e sono disposti a pagare per ottenerle con una quotazione media solo di poco inferiore ai sobborghi Valle San Bartolomeo e Valmadonna dove sono presenti immobili similari. 115 

Tabella 8 – Numero di Transazioni Normalizzate (NTN), grado di intensità del mercato immobiliare (IMI) e quotazione media per Zone OMI – Comune di Alessandria – Anno 2017 

Fonte: Agenzia delle Entrate: Statistiche regionali – Il mercato immobiliare residenziale – Piemonte, 2017 

La tabella 9 riporta i dati del 2018 dove il Cristo ha visto un incremento consistente nel numero di compravendite rispetto al 2017 di molto superiore all’esiguo 1% della Pista ed Europa che rimane stabile anche come grado di intensità del mercato immobiliare, è il Cristo che dimostra di essere interessante per la domanda. Si tratta di una volontà di acquisto che segue di pari passo una quotazione del costo medio nel quartiere in diminuzione rispetto al 2017 (-0,5%). La Zona C2 si rivaluta con un 14,3% corrispondente ad un quasi inesistente numero di transazioni normalizzate. Nei tre anni emerge come da una iniziale sopravalutazione degli immobili del Cristo il costo medio si allinei ai 900 euro che paiono diventare rappresentativi della tipologia di immobili presenti a cui corrisponde un aumento del 12,7% di transazioni normalizzate nel 2018. Invece per la Zona C2 si corregge il forte calo dell’anno precedente con una variazione percentuale della quotazione media del 14,3% e un allineamento con il Cristo raggiungendo i 898 euro. L’attrattività rappresentata dal valore IMI rimane stabile rispetto all’anno precedente. L’area che comprende Cabanette/Casalbagliano ci racconta un ridimensionamento nelle transazioni normalizzate del -20,8% e nelle variazioni percentuali 2017/18 nel costo medio del -10,8%. Dalle oscillazioni emerse nel triennio considerato si delinea una svalutazione in generale delle tre aree considerate dove solo nel 2017 la zona D3 raggiunge una quotazione media considerevole per Alessandria ma non sostenibile nel tempo. Comunque si parla di aree con un costo medio ben superiore a quello di Alessandria comune 116 

che ha vissuto una crisi del settore immobiliare residenziale scendendo da 900 euro del 2016 a 832 euro del 2018. 

Si tratta di una lunga crisi che, al di là di contenute e momentanee riprese, risente di effetti negativi che non sono ancora stati assorbiti. L’andamento del mercato immobiliare avrà necessità di essere monitorato nell’immediato futuro per comprendere se si tratta di tendenza di crescita, in corso di consolidamento, o di oscillazione periodica. Infatti l’impennata nelle transazioni e nella crescita del costo medio del 2017 vissuto dalla Zona D3 e il suo successivo ridimensionamento nell’anno successivo ne sono una dimostrazione. Così si può considerare la tendenza opposta rilevata nello stesso anno nella Zona C2. Diventa ipotizzabile che una diminuzione nella quotazione media nell’anno considerato rispetto al precedente sia un motivo di incentivo del mercato immobiliare ma non diventa possibile una sua generalizzazione se non per il Cristo. 

Tabella 9 – Numero di Transazioni Normalizzate (NTN), grado di intensità del mercato immobiliare (IMI) e quotazione media – Comune di Alessandria – Anno 2018 

Fonte: Agenzia delle Entrate: Statistiche regionali – Il mercato immobiliare residenziale – Piemonte, 2018 

Inoltre si deve considerare che i numeri relativi al NTN del Cristo risultano in aumento, in valori assoluti, rispetto alle varie aree della città ad esclusione del Centro comunque mantenendosi su cifre sempre molto vicine a quest’ultimo. 

In sintesi, si può affermare che il costo degli immobili al Cristo da alcuni anni è resta superiore a quello medio alessandrino, con oscillazioni che comunque confermano una richiesta continua di abitazioni nell’area sud di Alessandria. Se prima il Cristo era considerato bassa 117 

periferia, ora non lo è più, una riprova è il crescente interesse per il quartiere rispetto ad altre aree della città. Nel 2018 sono aumentate le compravendite e, malgrado una diminuzione del costo medio euro/m2, il Cristo non è divenuto oggetto di forti oscillazioni come in altre zone cittadine. I dati statistici sinora emersi trovano riscontro anche nelle valutazioni di alcuni testimoni privilegiati intervistati. 

Per Roberto Mutti e Stefano Venneri il Cristo è un territorio che ottiene visibilità grazie a eventi e manifestazioni che attirano l’interesse dei media, valorizzano le attività commerciali nella zona e costituiscono un valore aggiunto per le proprietà immobiliari. Nei dialoghi tra gli intervistati e i gestori delle agenzie immobiliari del quartiere si sottolinea un aumento di richieste di locazioni e vendite: il mercato non sembra fermo e anzi appare di gran lunga più vitale rispetto a quello di altre periferie alessandrine. 

3.7 Corso Acqui e il Cristo di fronte ai cambiamenti del commercio e del consumo 

Nei primi anni Novanta si assiste ad un rinnovamento del comparto commerciale attraverso una profonda ristrutturazione. I principali fattori che hanno contribuito a tale evoluzione sono attribuibili alla trasformazione dei consumi e allo sviluppo di specifici comportamenti di acquisto (Fornari, 2000). 

All’interno di questi cambiamenti a livello macro, si intravede una particolare strategia dei commercianti presenti nel quartiere Cristo. Per gli intervistati legati all’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui il Cristo la parola d’ordine è visibilità di un territorio per la crescita di attività commerciali e artigianali, per renderlo attrattivo ai nuovi residenti e per chi già vi abita o che non intende andarsene. Per il Presidente diventa necessario fare massa critica per essere forti. La concorrenza, ormai consolidata da decenni, della distribuzione organizzata e quella più recente dell’eCommerce sono evidenti. In particolare quest’ultima è più insidiosa perché è in grado di distribuire anche i prodotti più di nicchia, che vengono commercializzati anche nelle piccole botteghe. Per l’Associazione la strategia è quella di puntare all’attenzione al cliente e al territorio, facendo squadra e coinvolgendo non soltanto gli esercizi presenti in Corso Acqui ma anche quelli più periferici di via Nenni e Via Maggioli, con un servizio veramente di prossimità. Roberto Mutti (Int. 2 del 18 ottobre 2019), come Presidente, si pone l’obiettivo di collaborare con tutte le associazioni sul territorio, la Soms, il Centro incontro, il Circolo Gandini in Via Verneri (Int. 1 del 16 ottobre 2019), la Don Bosco, 118 

San Baudolino e tutte le parrocchie cooperando nell’organizzazione di manifestazioni e aggiunge: 

“Anche se non si tratta direttamente di commercio l’interesse dell’Associazione è di essere presente in ogni realtà del quartiere. Ultimamente al Punto DI sono state trasferite parte delle attività del Cissaca e si è concluso un accordo con il Presidente (del Cissaca, NdR) per la consegna domiciliare a costo zero dei prodotti dei nostri negozi attraverso il “Progetto Casa”. 

L’Associazione, come evidenziato dal comunicatore Stefano Venneri, ha promosso una serie di eventi culturali, ricreativi, commerciali che hanno dato risalto alle botteghe e agli esercizi del Cristo e hanno valorizzato il territorio attraverso la comunicazione, i giornali, la televisione, la radio. Attraverso la “Festa del Cristo” diventavano tre gli aspetti che l’Associazione voleva promuovere: primo aspetto, quello sociale si è reso evidente nella “Festa dei giovani” alla Don Bosco, con le iniziative del Punto DI in Via Parini, gestito dal Cissaca, che è riuscito a coinvolgere tutte le scuole del quartiere con più di 200 alunni in attività ludiche e a promuovere il nuovo servizio di ascolto per le famiglie ivi ubicato. Il secondo aspetto è invece quello territoriale, manifestatosi dalla decisione di portare la festa in luoghi come Via Nenni e Via Maggioli dove non si era fatto mai nulla, arrivando a ricomprendere zone come quella della Don Bosco vicino alla Scuola di polizia e Cabanette, ormai considerate parte integrante del Cristo. Nelle prossime manifestazioni l’intenzione dichiarata dagli organizzatori è di coinvolgere anche Corso Carlo Marx, Via Gandolfi e altre aree non ancora interessate, a indicare come gli organizzatori vorrebbero far sì che la festa stessa mostrasse fisicamente il cambiamento del quartiere, tracciasse in qualche modo i nuovi confini di quest’area, per come si stanno delineando effettivamente nel tessuto sociale e urbanistico, ma anche per come questi appaiono nell’immaginario e nei progetti dei residenti e di coloro che lavorano, consumano e operano a diverso titolo nel quartiere. Il terzo aspetto è quello di dare spazio e visibilità al piccolo commercio, la settimana di festa comprendeva l‘incontro tra Ascom, Confesercenti e Camera di Commercio. Il fine settimana vedeva protagonisti con la musica di sera locali, bar, ristoranti oltre le bancarelle di domenica che si snodavano da Via Carlo Alberto percorrendo tutto Corso Acqui. Nel primo tratto di Corso Acqui venivano svolte sfilate di moda sul Piazzale Zanzi, un omaggio a Borsalino, il “Carosello Eventi” con un Consorzio di Torino che portava hobbisti. Grazie a un accordo con Confagricoltura, CIA (Agricoltori Italiani) è stata organizzata anche una fiera agricola in Corso Acqui, a simboleggiare un legame con la contigua zona agricola e con il passato agricolo dello stesso Cristo. 119 

Il Cristo nel 2019 non vedeva solo l’evento della “Festa del Cristo” e “Corso Acqui alla ribalta”, in precedenza c’era stato il Carnevale, in estate la “Notte bianca”. Sono state manifestazioni che hanno visto una forte affluenza, l’interesse dei media e dei rappresentanti dell’Amministrazione locale che individuava nel Cristo un ampio bacino di possibile consenso oltre a riconoscere il ruolo di advocacy dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui quale voce e interlocutore per le esigenze pratiche (strade, viabilità, buche, giardini, sensi unici ecc.) e una sussidiarietà orizzontale messa in atto dai commercianti come la cura delle aiuole di fronte ai negozio. 

Attraverso l’Associazione si è venuta a costituire una massa critica di commercianti e artigiani in grado di attivare un supporto attivo e la promozione di proposte in grado di influenzare le politiche pubbliche locali e l’allocazione delle risorse esercitando pressioni sulla decisione di obiettivi politici ed amministrativi. Viene considerato un bene comune la visibilità del quartiere in un’ottica territoriale di inclusione delle zone residenziali limitrofe alle aree commerciali non pensando al Cristo limitato alle botteghe e negozi di Corso Acqui. 

L’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui, giuridicamente riconosciuta e con uno statuto e cariche associative, mostra disponibilità ed apertura anche nella sua home page dove la possibilità di contatto proposta è quella del cellulare dello stesso Presidente Roberto Mutti. Non vi è una struttura amministrativa con uffici, segreteria, proprie sedi di incontro. Le riunioni, a secondo dei partecipanti, sono organizzate nei negozi dei soci o in sale di incontro ampie come quella della Soms. Ognuno ha diritto di partecipare ed essere presente, l’informalità, oltre a costituire un risparmio economico, elimina barriere e filtri pensando come un fattore positivo il contatto personale e diretto dei rappresentati in carica con chi vive il quartiere o ne è interessato. 

Considerando che l’associazione nasceva una quarantina di anni addietro incuriosisce scoprire come le sue potenzialità di aggregazione e rappresentanza siano emerse con forza in particolar modo nel 2019. 

Dall’intervista con Roberto Mutti (Int. 2 del18 ottobre 2019) emergono le difficoltà riscontrate nel mettere in atto eventi e manifestazioni sino al 2018: 

“Sino all’anno scorso vi erano tre feste canoniche: la festa di primavera, la festa del Cristo e la festa prima di Natale. La notte bianca richiedeva troppi fondi, si è fatta per un anno o due con il sostegno della Ascom attirando l’attenzione con una madrina molto famosa, una ex velina.” 

Il rapporto dell’intervistato con il quartiere e l’associazione è così narrato: 120 

“Sono arrivato 30 anni fa e ho rilevato la farmacia storica del quartiere, Farmacia Sacchi dal 1937, fondatore fu Angelo del 1903, successore Eugenio sino al 1993 quando subentro io mantenendone il nome. Ormai io sono del Cristo dopo tutti questi anni e mi sono sentito in dovere morale verso chi aveva fondato l’associazione e per quello che era stato fatto per valorizzare Corso Acqui di subentrare, prendervi parte.” 

Secondo la ricostruzione dell’intervistato, una spinta innovativa per Associazione prese forma dopo una chiacchierata a dicembre del 2018 tra lui stesso e Stefano Venneri, dj radiofonico con esperienze di organizzatore di feste ed eventi. L’idea iniziale era di portare avanti iniziative per la promozione del territorio, immaginando di procedere per piccoli passi che si concretizzò nel carnevale, nella festa di primavera, nella notte bianca e poi la festa del Cristo. Lo spunto iniziale per quanto fatto nel 2019 si originava dalla loro collaborazione per poi suscitare entusiasmo negli altri associati. Vi è stato da parte dei due promotori un impegno nell’andare porta a porta per spiegare il progetto, passare negozio per negozio per dire ai singoli commercianti le potenzialità offerte dall’associazione, ricercando il loro sostegno e la partecipazione. L’associazione sta vivendo un periodo di importanti iniziative e di un aumento dei soci attivi, che partecipano fattivamente sia durante gli eventi sia nella gestione amministrativa e nel tesseramento. Inizialmente le iniziative che nascevano erano portate avanti dalla sola associazione con le proprie risorse, ora si sono costruite collaborazioni e sono aumentati gli sponsor come Alegas, o “famiglie storiche” quali Pera, Menabò, Bagliano. In quest’ultimo caso la partecipazione non è solo come famiglie ma anche come aziende presenti in un territorio che si valorizza producendo valore, come abbiamo visto nel caso del Centogrigio. 

L’associazione punta alla valorizzazione del commercio e dell’artigianato dislocati in modo continuativo soprattutto lungo Corso Acqui. Un’area che ha tra i suoi vantaggi competitivi quello del parcheggio libero, ma anche quello di una gestione prevalentemente familiare degli esercizi commerciali, che garantisce un rapporto diretto e fiduciario tra commerciante e cliente. Un tipo di conduzione legata alla tradizione in grado di contrastare la grande distribuzione e l’eCommerce. Il legame con il passato diventa un valore aggiunto, come nel caso dello stesso presidente che ha deciso di non mutare il nome della storica “Farmacia Sacchi”, dopo il passaggio di proprietà, legandosi alla storia passata di quel negozio e inserendo tutte le innovazioni in un percorso di continuità. Nelle parole del Presidente dell’Associazione si ritrova una certa consapevolezza delle evoluzioni in corso nel quartiere, che spingono i commercianti ad allargare la propria rete: 121 

“Vogliamo puntare sulle attività commerciali di quartiere ma anche quelle più periferiche, tipo quelle di via Nenni, piccole attività che danno un servizio a persone che non hanno tempo, voglia, possibilità di andare alla grande distribuzione. C’è stato un ampliamento del territorio. Il marchio, format di Corso Acqui intendiamo espanderlo in altre zone più ristrette facendo diventare Corso Acqui un polo di riferimento.” 

L’Associazione non si pone solo finalità commerciali ma anche di collaborazione con le istituzioni pubbliche e private, le associazioni di volontariato sul territorio, la Soms, il Centro incontro, il Circolo Gandini in Via Verneri, le parrocchie di San Baudolino, San Giuseppe Artigiano, cooperando nell’organizzazione di eventi. Non si parla direttamente di commercio ma la finalità rimane la presenza dell’Associazione in ogni realtà del quartiere. 

La visione del Cristo di Stefano Venneri si lega maggiormente alle sue attività di organizzazione di spettacoli, Dj, collaboratore di radio private. La comunicazione diventa il mezzo vincente per la visibilità del quartiere. Nonostante questo, egli parte dalla sua appartenenza al quartiere: 

“Vivo il Cristo, sono cresciuto qui, compro qui, faccio colazione nei bar del quartiere, quando sono libero passo dai commercianti per sapere i problemi, criticità, richieste, l’associazione le fa poi arrivare all’amministrazione comunale insistendo per l’intervento”. (Int. 1 del 16 ottobre 2019). 

Anche per Venneri il nucleo attivo dell’Associazione è costituito dal duo consolidato presidente-comunicatore più una trentina di soci attivi. Nell’organizzazione della “Festa del Cristo” si è recuperata una tradizione, quella del ballo a palchetto (che una volta si svolgeva in Piazza Ceriana), ma introducendo molti elementi di novità ed eventi costruiti su misura per coinvolgere diversi target eterogenei per età e interessi. L’Associazione punta a ricostruire legami e momenti di partecipazione attiva, coinvolgendo i cittadini e gli ambienti vitali del quartiere. L’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui considera vitale far conoscere le problematiche del territorio. Uno dei futuri progetti da consolidare è un comitato di circa 50 persone che comprenderà: rappresentanti di ogni Via, dei commercianti, delle Parrocchie, delle associazioni, si vuole inserire anche Casalbagliano, Cantalupo e Villa del Foro, seguendo il perimetro corrispondente a quella che un tempo era la Circoscrizione Sud. Si avverte, da questi progetti, un’istanza di rappresentanza che è sentita anche dal Presidente il quale afferma: 

“Pur essendo le varie problematiche dei sobborghi diverse, importante sarebbe la possibilità di avere una rappresentanza a livello politico all’interno del Consiglio Comunale o della Giunta.” 122 

Si è voluto raccontare con la voce di suoi rappresentanti di rilievo l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui, un’attuale e significativa realtà del Cristo che tanto interesse ha suscitato nei media ma anche tra le rappresentanze comunali per i risultati raggiunti nella rinascita del quartiere. Il Cristo sta riuscendo nell’intento di rafforzare il proprio polo commerciale naturale, puntando sulla partecipazione dal basso e sui legami associativi e di cooperazione. 

L’Associazione dei commercianti del Cristo si è inserita e al tempo stesso ha favorito il formarsi di un collettivo di individui di vari ambiti di appartenenza come commercio, centri di aggregazione, parrocchie, associazioni legate al sociale, che perseguono obiettivi specifici. 

Come abbiamo visto, al Cristo è presente una popolazione molto varia dal punto di vista dell’estrazione sociale, culturale ed etnica, che risiede in aree residenziali anch’esse di vario genere: si va dalle case popolari alle villette a schiera, passando per i condomini. Sono presenti punti associati di indirizzo sociale come il punto DI, il Centro di incontro comunale, la Soms, il Centro vita indipendente, l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui, che pur non avendo un reale centro di incontro è formata da soci che conducono negozi e botteghe collocati con una continuità lungo Corso Acqui come un nastro che lega i gestori e i fruitori appartenenti ad una stessa comunità. Gli eventi recentemente organizzati nel quartiere negli ultimi anni suscitano interesse nei media e nelle istituzioni pubbliche e costituiscono una tra le principali spinte propulsive del “marchio Cristo”. 

3.8 Lo spiazzamento di una generazione politica 

Dalle interviste con Roberto Mutti e Maria Teresa Gotta Gotta emergono interpretazioni che conducono a conclusioni simili con riferimento alla delimitazione dei confini del territorio. La prima è legata al commercio, al sociale come il Punto DI e all’associazionismo sia di origine laica che religiosa. Corso Acqui è il centro da cui si irradiano le iniziative dei commercianti, come descritto nello statuto stesso della loro associazione: 

“L’associazione nasce specificatamente per Corso Acqui, lo statuto recita: valorizzazione di Corso Acqui e vie limitrofe essendo Corso Acqui la via commerciale dove insistono più negozi” (Int. 2 del 18 ottobre 2019). 

Fin dall’inizio del suo mandato come presidente, Roberto Mutti si era proposto di collaborare con le realtà presenti al Cristo, anche quelle non direttamente legate al commercio. Nel tempo il territorio di intervento delle manifestazioni curate dall’Associazione veniva 123 

ampliato a zone solo abitative come quella attorno al centro Don Bosco o la Via Gandolfi. Come già detto, l’Associazione, anche grazie all’impulso di amministratori e personalità del mondo delle istituzioni provenienti dal quartiere, avvia nuovi progetti, che includono nelle proprie finalità e ambiti di attività anche luoghi diversi da Corso Acqui, comprese aree più periferiche rispetto al nucleo storico del quartiere. 

Se immaginiamo di unire a livello topografico tutti i punti in cui l’Associazione mette in atto collaborazioni ed eventi ritroviamo una corrispondenza con l’immagine del Cristo vista da Maria Teresa Gotta. La mappa di Roberto Mutti corrisponde alla presenza di attività commerciali e istituzioni legate al sociale, all’aggregazione ma anche aree di sola residenza dove ognuno può trovare motivo di collaborazione attraverso un accrescimento di consapevolezza dei cittadini con processi di partecipazione e crescita collettiva. Si parla di una comunità in grado di reagire alle crisi e ai mutamenti coalizzandosi e conquistando l’ascolto e il confronto con le istituzioni. Un territorio valorizzato diventa un valore aggiunto per tutti coloro che lo vivono, comprese realtà produttive come Bagliano, Pera, Menabò, il Centogrigio, oltre ai piccoli commercianti, agli artigiani, ai proprietari immobiliari. 

Maria Teresa Gotta traccia una mappa molto simile, pur con punti di riferimento maggiormente legati al mondo della scuola, alle istituzioni e all’associazionismo culturale e politico. 

Il legame tra scuole e territorio, come abbiamo visto nella ricostruzione storica, è molto sentito. L’insediamento di nuovi istituti è legato al processo di urbanizzazione e sviluppo. 

Lo stretto legame con la Società di Mutuo Soccorso dimostra l’importanza di custodire una storia che racconta il passato del Cristo e che prosegue nella tradizione di un centro di aggregazione attivo nel predisporre eventi, incontri tematici ma anche serate di ballo. La Società, con una costante attività ultra centenaria diventa ciò che contraddistingue il Cristo dagli albori del quartiere ad oggi, ancora oggi considerato una sorta di pietra miliare per potersi orientare nella topografia del quartiere (prima della Soms, oltre la Soms). Se per Roberto Mutti la visibilità del Cristo parte dal commercio di Corso Acqui per Maria Teresa Gotta importanti sono i risultati ottenuti dalla Soms nei tanti decenni di attività che non sono stati vissuti con una statica programmazione ma con spirito di adattamento e capacità di rigenerarsi di fronte ai cambiamenti sociali. 

Nel titolo ho parlato di spiazzamento di una classe politica volendomi collegare alla narrazione del territorio di Maria Teresa Gotta. In precedenza viene descritta l’importanza di un punto di riferimento nella tradizione come può essere considerata la Soms, gli istituti 124 

scolastici quali centri di aggregazione per la comunità e la necessità di una loro adeguatezza rispetto ad un territorio urbanizzato. È proprio la lettura di come sia stato urbanizzato il Cristo il punto di interesse. Dal racconto di Maria Teresa Gotta il quartiere, che inizialmente aveva una precisa delimitazione nelle ultime case di Corso Carlo Marx, si è espanso con aree come la Z14. Il progetto di zona comprendeva ampie piazze circondate da abitazioni e residenti che avrebbero dovuto fruire naturalmente di questi spazi pubblici. La volontà era di creare spazi aggregativi riproducendo la struttura delle preesistenti Casermette con una piazza d’armi e gli edifici militari che la circondavano. Il risultato è la quasi assenza di servizi in zona e abitanti che si allontanano al mattino per le proprie attività quotidiano e che fanno ritorno alla sera in quello che si può definire un’area dormitorio. La delusione dell’intervistata è nel vedere come un piano regolatore urbanistico tradizionalmente pianificato e programmato con una progettazione edilizia pensata per studiare e regolamentare i processi di gestione e fruizione del territorio non abbia saputo valutarne le conseguenti dinamiche evolutive che, se negative, diventano difficilmente risolvibile per la vastità e rigidità di un ampio progetto. È una visione che persisteva in una classe politica che visse un periodo di progettazioni e organizzazioni territoriali di questo tipo. La sorpresa, come nel caso della Zona 14, è di vedere ampi spazi pubblici studiati per l’aggregazione degli abitanti non fruiti ed utilizzati, non sentiti propri come invece è avvenuto al Villaggio Norberto Rosa dove le piccole aree pertinenziali vengono curate e gestite dagli stessi condomini. Perché i beni comuni vengano sentiti propri dai cittadini ed utilizzati deve presentarsi un legame di comunità che porta a riconoscere tali luoghi come centro di incontro ed aggregazione suscitando il desiderio di vivere e partecipare per un territorio che si sente proprio. Negli ultimi decenni l’attenzione della classe politica sembra essersi concentrata su una serie di progetti d’ambito, di comparto, piani particolareggiati di dettaglio edilizio ognuno contenitore di scelte private e risorse pubbliche garantite. Progetti come quello del Villaggio Fotovoltaico, costruito alla fine degli anni Novanta per rivalutare l’area residenziale Z14, o la costruzione della centrale di teleriscaldamento nella zona di via Gandolfi mostrano un continuo interesse da parte delle amministrazioni nei confronti dell’area del Cristo. Lo spiazzamento è dovuto, principalmente, al fatto che, mentre i progetti pubblici e gli investimenti localizzati nell’area si moltiplicavano, aumentava anche, paradossalmente, la frammentazione e una sensazione crescente di non governo dell’area. Oggi il cerchio si chiude, poiché le nuove spinte di rigenerazione sociale e ricostruzione dei legami e del senso di comunità nel quartiere provengono per lo più da circuiti esterni al ceto politico che era stato protagonista di quella stagione di forte crescita demografica, economica e urbanistica. 125 

4. – Il Cristo: da quartiere a sistema urbano? 

Attraverso il presente capitolo si intende, sulla base del case study affrontato nei due capitoli precedenti, tentare di formulare una prima risposta alla domanda posta all’inizio: “oltre” la periferia esiste un esito possibile di comunità vitali e consapevoli di “essere” città, di possedere un ruolo attivo e propulsivo nel costruire il proprio futuro e quello dell’area dove risiedono? Un primo spunto di risposta è il seguente: il termine periferia è riduttivo se inteso soltanto come area posta al margine bordi di un centro. Spesso le periferie, come nel caso preso in esame, costituiscono veri e propri sistemi locali nei quali sono presenti rapporti significativi tra attori, reti relazionali attuate con un costante coordinamento spazio-temporale tra diversi soggetti. Sono società locali presenti in un determinato territorio, che comprende risorse a cui attingere per il proprio sviluppo configuratosi in base alle caratteristiche acquisite dal sistema sociale nello scorrere del tempo. 

Al fine di approfondire questo aspetto verranno utilizzati gli apporti della letteratura e i risultati raggiunti da autori di vari ambiti di studio presentati nel capitolo 1 per analizzare l’evoluzione del presente caso il Cristo esposto nei due capitoli successivi. La sintesi dei risultati raggiunti rispetto al quesito iniziale e l’eventuale possibilità di una sua riapertura conseguente ai risultati ottenuti verranno esposti nella conclusione. 

Il quartiere Cristo è uno dei rioni in cui è suddivisa Alessandria con un sistema caratterizzato da un territorio irradiato da una struttura di reti non solo urbane e insediative, ma anche infrastrutturali, ambientali, produttive. Non solo le città ma anche le specifiche sub-aree urbane ospitano attraversamenti di flussi di merci, di persone, di informazioni, di transazioni economiche. È proprio l’intensità dei flussi a caratterizzare l’identità e il rango delle aree urbane attraverso il riconoscimento delle loro relazioni (Bagnasco, 2003). Con la nozione di rete si sposta così l’attenzione dalla geometria statica delle gerarchie a quella variabile e mobile definita dai flussi. Il ricorso alla nozione di rete si lega alle profonde trasformazioni del territorio e della società: sino agli anni Settanta era presente una polarizzazione urbana legata all’economia della città-fabbrica, alla verticalizzazione del ciclo produttivo. Attualmente siamo di fronte ad un’economia che tende a esternalizzarsi, delocalizzandosi in una pluralità di piccole e medie imprese dove la vitalità di un’area urbana trova linfa nella propria cultura e nelle risorse endogene del territorio locale trovando il collante in una solida rete di relazioni economiche e sociali. Per procedere alla definizione del presente caso studio diventa importante circoscrivere l’entità territoriale che lo comprende per consentire una raccolta di dati, informazioni omogenee 126 

in termini spaziali e temporali con la finalità di un’analisi economica e sociale utile per studiare la presenza delle imprese sul territorio, o come le attività economiche vi si distribuiscono o la società vi si organizza. 

4.1 Alessandria: i suoi quartieri e l’evoluzione del Cristo 

Attraverso una metrica di suddivisione amministrativa effettuata dal comune di Alessandria è possibile, attraverso la figura 3, individuare i quartieri che compongono la città. Da una iniziale lettura emerge un’Alessandria con un centro delimitato a livello viario da Spalti (Borgoglio, Marengo, Gamondio, Rovereto) a memoria delle antiche difese militari quali confini dei quartieri che la circondano. Si tratta di una struttura che, ad esempio, riporta alla mente la Ringstrasse composta da una serie di viali ottocenteschi il cui percorso circolare segue il tracciato delle mura medioevali che circondavano il centro storico di Vienna. L’immagine satellitare di Alessandria rimanda una rappresentazione di città compatta con un centro da cui si irradiano le sue aree periferiche. Ciò avviene per quasi tutti i quartieri se non quelli separati da barriere naturali, strutturali, sociali e culturali con il nucleo cittadino che, dalla Scuola di Chicago in poi, vengono definite dalla sociologia urbana aree interne alla città con caratteristiche distintive e presenza di legami comunitari (Zorbaugh, 1926). L’eccezione per Alessandria è composta dal Borgo Cittadella collegato alla città dai ponti Tiziano e Meier quali attraversamenti per il fiume Tanaro, dal Villaggio Europa confinante con la Pista e dal Cristo e Norberto Rosa circondati su tre lati dalla rete ferroviaria. Il primo caso si caratterizza per la minore presenza di residenti rispetto agli altri rioni (abitanti 66540), un suo ridotto sviluppo dovuto alla difficoltà di collegamento con il centro creato dal fiume causa anche di devastanti inondazioni. Nel secondo caso troviamo il Villaggio Europa confinante con la Pista in espansione a sud lungo il tratto ferroviario Torino-Genova. Il terzo caso costituisce l’oggetto della presente analisi e comprende Norberto Rosa quale area di sviluppo nel suo limite sud. Quest’ultima zona, malgrado il Comune di Alessandria la annoveri tra i quartieri della città41, non ottiene la stessa definizione nell’immaginario cittadino. Nell’articolo di Giulia Boggian ne “Il Piccolo” del 31 gennaio 2020 parlando dei “Giardini del Villaggio” posizionati all’ex Villaggio Profughi, zona Norberto Rosa, gestiti dagli stessi residenti e che abbelliscono un 

40 Fonte: Città di Alessandria, Statistica, URL: <file:///C:/Users/20010702/Downloads/T4_ResidentiCitSobb%20(2).pdf>, [sito visitato il 31 gennaio 2020]. 

41 Fonte: Città di Alessandria, Statistica, URL: <file:///C:/Users/20010702/Donloads/T4_ResidentiCitSobb%20(2).pdf>, [sito visitato il 31 gennaio 2020]. 127 

intero quartiere si parla di come “un esempio raro di cura del proprio quartiere arriva dal Cristo”. Si tratta di un esempio di prevenzione di incivilities attraverso il coinvolgimento dei cittadini al rispetto e cura dei luoghi vissuti aumentandone il senso di appartenenza (Mela, 2006, p. 161). L’articolo prosegue: 

“Il capogruppo di SiAmo Alessandria, Giuseppe Bianchini, da sempre vicino al quartiere e a tutte le iniziative della zona, con una interpellanza chiede che oltre alle pubblicità per giardini e balconi fioriti del centro, si possa dare la giusta attenzione e il giusto peso (con un ringraziamento) anche ai “Giardini del Villaggio” ideati e curati dagli stessi abitanti di quelle strade del Cristo, “troppo spesso considerati come residenti fuori porta e non della città”42.” 

42 Articolo pubblica sul “Il Piccolo” del 31 gennaio 2020, URL: <http://www.ilpiccolo.net/home/2019/07/21/gallery/i-giardini-del-villaggio-che-abbelliscono-un-intero-quartiere-102685/ >, [sito visitato il 31 gennai 2020]. 

Siamo di fronte ad una delimitazione territoriale amministrativa che non trova riconoscimento nella comune identificazione dei luoghi non solo da parte dei residenti ma dagli alessandrini in generale. Gli stessi siti delle agenzie immobiliari cittadine, visitati durante la stesura della presente tesi, per collocare territorialmente abitazioni in vendita nell’area Norberto Rosa citano la zona Cristo o la Scuola di Polizia di Stato per individuare un punto di riferimento. Nei colloqui avuti con i testimoni privilegiato l’individuazione territoriale del Cristo vede come limite geografico a sud del quartiere la stessa Scuola, l’ex area del Villaggio profughi, la Zona 14 comprendendo Norberto Rosa. In quest’ultima area ha risieduto per dieci anni uno degli intervistati che, in modo continuativo, ha collocato la propria abitazione al Cristo. 

La psicologia ambientale consente un’analisi del rapporto spazio-individui presumendo una dinamica continua di interazione e scambio reciproco dove l’uno influenza l’altro reciprocamente (Bonnes & Secchiaroli, 1992, p. 100). Tra le due modalità principali identificate da Gifford (1996) con cui studiare il fenomeno l’attenzione è rivolta all’analisi dei processi di percezione degli ambienti negli individui. Nel caso Cristo emerge una valutazione soggettiva che l’individuo compie rispetto ad un ambiente di riferimento, un giudizio elaborato su un ambiente a fronte della percezione elaborata. L’ambiente viene considerato nella sua totalità comprendendo cosi anche fattori di rappresentatività simbolica, di norme e opportunità per l’azione e di sistemi di relazioni sociali, fattori che divengono proprietà costitutive dell’ambiente stesso (Bonnes & Secchiaroli, 1992, p.105). Se consideriamo le dichiarazioni degli intervistati il Cristo comprende la totalità dell’area racchiusa dalle reti ferroviarie e a sud 128 

arriva al confine con le Cabanette. Peraltro esistono differenze di comportamento degli individui negli ambienti o nella diversa percezione che ciascuno elabora su di esso intervenendo una serie di fattori che interferiscono in questo processo. Gifford (1996) ha identificato tre componenti: influenze personali, influenze culturali, influenze fisiche. Dei dieci intervistati uno solo ha dimostrato uno sguardo da turista, una percezione di temporaneità che ha condizionato Valentina Cassinelli nel mantenere i legami identitari e di appartenenza ai luoghi da cui proveniva. Eugenia Fooladi, dopo aver superato un iniziale pregiudizio che voleva il Cristo come un quartiere popolare e poco attrattivo, lo ha rivalutato constatando che gli spostamenti attraverso mezzi pubblici consentono ai disabili movimenti verso l’area e all’interno della stessa più agevoli rispetto ad altre zone della città. I rimanenti otto intervistati hanno dimostrato un attaccamento allo spazio vissuto. Per Gilberto Preda, in particolare, un iniziale accordo pubblico e privato ha consentito la nascita di una attività imprenditoriale legata al calcio giovanile e alla squadra locale in un’area scelta per la precedente presenza di strutture sportive ormai dismesse e che necessitavano di un recupero. La successiva acquisizione di due lotti di terreno ha consentito la nascita del Centrogrigio, realtà sportiva gestita da privato che ha visto riconoscimenti anche a livello nazionale. Questa realtà sportiva, come dichiarato dal suo Presidente (Int. 10 del 29 febbraio 2020), non trova interessi comuni con quella commerciale di Corso Acqui pur mantenendo rapporti di dialogo e collaborazione. Eppure non si deve dimenticare che una visibilità positiva di un quartiere risulta un valore aggiunto in ogni ambito imprenditoriale a maggior ragione se il bacino di utenza a cui si rivolge supera i limiti locali sino a quelli provinciali oltre ad accogliere, durante gli eventi sportivi, gruppi giovanili appartenenti a squadre calcistiche blasonate del nord Italia. Inoltre si parla di una attività imprenditoriale difficilmente de-localizzabile, visti gli stretti legami con il marchio calcistico alessandrino. 129 

Figura 3 – Immagine di Alessandria delimitata nei suoi quartieri 

Fonte Regione Piemonte43 

43Fonte: Goe Portale Piemonte, URL: <http://www.geoportale.piemonte.it/geocatalogorp/?sezione=catalogo&gt; , [sito visitato il 3 febbraio 2020]. 

Si registra un disallineamento tra la definizione amministrativa e la mappa mentale degli alessandrini. Le mappe amministrative distinguono tra il quartiere ormai storico del Cristo e Norberto Rosa. L’immaginario dei residenti, invece, non conosce questa suddivisione. Il Cristo, per gli alessandrini, è ciò che è diventato nel tempo attraverso le sue continue estensioni urbanistiche. È come se la comunità del Cristo si sia autonomamente definita, da un punto di vista territoriale, sulla base di come progressivamente il capitale sociale si è costruito e 130 

depositato nel tempo44. Al contrario di quanto accaduto tra la Pista, sia Vecchia che Nuova e il Villaggio Europa, dove è il luogo in cui si risiede che definisce l’appartenenza ad un quartiere o ad un altro, nel caso dell’area a sud di Alessandria il territorio in cui ci si riconosce è definito attraverso un confine ferroviario, lo scalo merci a Nord-Ovest, la stazione ferroviaria e la linea Torino-Genova a Nord, la linea Alessandria-Acqui a Nord-Est (figura 4). Ma non solo, l’estensione del Cristo nell’immaginario collettivo dei residenti risulta l’esito di un processo di produzione sociale attraverso modalità di attuazione identificate da Gieryn (2000): il potere, le professioni, il senso dei luoghi. Attraverso quest’ultima modalità il luogo diventa l’esito della produzione culturale che gli individui elaborano rispetto ad uno spazio anonimo. Infatti i luoghi possono essere costruzioni espressione reale della coalizione tra investitori e progettisti ma mai prodotti una volta per tutte. I luoghi sono prodotti infinitamente da tutti gli individui che lo vivono. 

44 Nel formulare questa ipotesi consideriamo il capitale sociale composto da un lato da risorse morali che trasformano una collettività di individui in comunità, dall’altro da uno stock variabile di beni immateriali e opportunità che consentono all’attore di agire in presenza di relazioni e reti sociali che lo comprendono e di cui ne può usufruire (Perulli, 2007, p. 146). 131 

Figura 4 – Delimitazione del quartiere Cristo: identificazione confini strutturali creati dalla rete ferroviaria e delimitazione aree interne di interesse. 

Fonte: Città di Alessandria45 

45 Fonte: URL: <http://gis.comune.alessandria.it/public/&gt; ,[ sito visitato il 3 febbraio 2020]. 

Ciò che si trova all’interno di questi confini e si espande verso Sud viene considerato nell’immaginario collettivo come “Cristo”, pur riconoscendo divisioni interne funzionali e differenze basate sulla tipologia residenziale, ma anche sulla particolare criticità socio-economica e la deprivazione di servizi in alcune aree. Il territorio urbano si presenta come un complesso in cui è presente una realtà urbanistica, economica e sociale che comprende sia la dimensione fisico-strutturale sia quella socio-culturale, dovuta alla struttura e ai comportamenti della popolazione (Del Ciello, Napoleoni, 2001-2003). 

Il quartiere Cristo diventa luogo ed ambiente caratterizzato non solo da una propria morfologia ma anche da un sistema locale derivato da stratificazioni storiche, dalla tipologia 132 

degli insediamenti, dalle simbologie urbane che influiscono nella definizione dei termini utilizzati da altri per identificare l’individuo. La conseguenza è la presenza di una collettività locale con una propria identità che è in grado di riprodursi e progredire nel tempo oltre a dimostrare capacità di autogoverno verso il proprio bene comune e sviluppo. 

4.1.1 La nascita di un sentimento di appartenenza territoriale 

Nel secondo e terzo capitolo si è voluto tracciare come un’iniziale area rurale della zona sud di Alessandria si sia trasformata nel quartiere più popoloso della città. Tra i fattori maggiori di sviluppo è presente una favorevole posizione geografica che colloca il Cristo lungo una linea naturale di collegamento ai porti liguri per l’approvvigionamento di merci necessarie alle attività produttive. La conseguente nascita di un’infrastruttura ferroviaria che connette i depositi portuali e l’alessandrino ha creato opportunità di lavoro ma anche vantaggio per gli insediamenti industriali. In parallelo si costituiva il confine tra ciò che veniva considerato Cristo e il centro città, la linea ferroviaria Alessandria-Genova con la strettoia del cavalcavia (1883) che diventava un limite ad uno scorrevole collegamento. L’iniziale comunità coesa insediata nella zona che nella figura 4 si identifica con “Cristo nucleo storico” si costituì in seguito alla cessazione delle servitù militari nel 1899 che ne condizionavano l’espansione ma anche grazie alla volontà politica locale che la individuarono come futura area di sviluppo urbano per Alessandria. A cavallo dell’Ottocento e Novecento venne definita la principale struttura viaria del futuro quartiere con il viale alberato lungo il canale irriguo Carlo Alberto, ora interrato e identificato come Corso Carlo Marx, vennero delimitate le prime vie trasversali rispetto all’arteria provinciale per Acqui in seguito denominata Corso Acqui. Si stava definendo un’ambiente urbano con precisi confini strutturali ma anche una centralità costituita dalle due arterie al centro dell’espansione urbanistica a sud di Alessandria (figura 4). Attraverso la strettoia fisica creata dal collegamento con la città, il cavalcavia, la forza attrattiva di un centro cittadino perdeva intensità di fronte allo sviluppo di una collettività che si riconosceva attraverso un’identità locale in grado di riprodursi e rigenerarsi nel tempo. L’ambito territoriale creatosi possiede confini precisi che creano l’ambiente dell’interazione e una contestualità dell’azione stessa (Giddens 1984). Non solo, le relazioni tra i soggetti si basano su una interpretazione il più possibile in sintonia tra gli attori compresenti attraverso la presenza di segnali che favoriscono la sintonizzazione delle interpretazioni (Goffman, 1974). Ciò che poteva diventare un limite e causa di emarginazione ed esclusione ha innescato processi di 133 

socializzazione interiorizzati creando una connessione tra i caratteri simbolici e i contesti urbani in cui si risiede imparando a distinguerli da quelli di altre aree. In tal modo si è instaura un’identificazione affettiva con i luoghi, un sentimento di appartenenza territoriale sentendosi parte di una comunità spazialmente definita. 

4.1.2 Aumento demografico al Cristo, piani regolatori, suddivisioni di classe e stigmatizzazione territoriale 

La scelta dell’area del futuro Cristo per lo sviluppo di Alessandria deriva quindi dalla sua posizione geografica e punto di arrivo primario dei collegamenti con i porti liguri e una conseguente presenza di infrastrutture di connessione. Diventa importante anche la sua posizione a sud rispetto alla confluenza tra i due fiumi, Tanaro e Bormida, che circoscrivono per buona parte la città. Tale posizione crea un alto rischio di inondazione che, nel futuro quartiere, viene arginato con opere idrauliche che portarono l’allontanamento del corso del Bormida, riprova è il posizionamento della cascina Valoria inizialmente sulla sponda sinistra ora su quella destra. Ne derivò un aumento inizialmente degli insediamenti agricoli e successivamente uno sviluppo residenziale legato alle attività produttive che si stabilirono nell’area e alla costruzione dello scalo merci che portarono ad un consistente incremento di possibilità lavorative. La presenza di manodopera utilizzata in agricoltura, nelle numerose fornaci che producevano materiale per lo sviluppo edilizio dell’intera città, di operai occupati nelle “Officine Ferroviarie” portarono, nel 1911, alla costruzione di un centro aggregativo in un’area non ancora densamente popolata, la Società operaia di mutuo soccorso. Nella sede, oltre che riunioni, intrattenimento danzanti, possibilità di ritrovo per attività sportive e ludiche, si insediò il primo asilo laico necessario per accogliere l’alta presenza di bambini. In precedenza al centro di aggregazione laico era fortemente sentita la necessità di una locale sede parrocchiale essendo diventata insostenibile la provvisorietà della chiesa di San Giovannino posizionata in centro nella parte sud dell’attuale Corso Roma. La consacrazione della chiesa di San Giovanni Evangelista avvenne nel 1905 offrendo anche la possibilità di raccolta dei bambini nel suo cortile interno e delle bimbe nel vicino asilo religioso femminile (1900). Nel 1906 fu inaugurata la prima scuola primaria che già dieci anni dopo diventava insufficiente nel rispondere alle richieste dei sempre più numerosi residenti. L’espansione demografica dai primi del Novecento al 1921 rese necessaria la stesura di un piano regolatore che definisse la viabilità e la fornitura di servizi primari, oltre alla manutenzione della sua arteria principale, Corso Acqui. Quest’ultima, attraverso una pianificazione urbanistica che prevedeva l’utilizzo di ogni sua area 134 

non edifica per la costruzione di abitazioni, si trasformava nell’ossatura primaria del quartiere, filo che continua ad unire gli esistenti punti di aggregazione e futuri, principale area commerciale per l’approvvigionamento quotidiano dei residenti. Nel futuro quartiere vengono a costituisti i primi centri, luoghi di incontro pubblico, attività commerciali che consentirono interazione tra residenti e senso di appartenenza alla comunità locale. 

I primi decenni del Novecento furono decisivi per lo sviluppo del futuro Cristo che vedeva la presenza di una comunità che si dimostrava coesa nelle proprie rivendicazioni e con un forte senso identitario. Con la costruzione dello smistamento ferroviario (figura 4), nel 1908, si costituirà nella zona una nuova e importante classe di lavoratori, i ferrovieri. Nel 1914 si insediò la GB Mino legata all’industria orafa-argentiera importante per l’intera provincia. La fabbrica visse uno sviluppo produttivo in parallelo ad una forte organizzazione sindacale a dimostrazione della presenza di una importante e unitaria classe operaia. In entrambi i casi si trattava di lavoratori che condividevano stili e modi di vita, una forza e potere contrattuale in grado di suscitare interessamento sia tra i media che la classe politica. Siamo in un’epoca in cui la struttura sociale vede una definita suddivisione in classi e l’individuo ne condivide l’appartenenza con altri, il quartiere diventa così l’ambiente idoneo per la presenza di una tradizionale roccaforte di sinistra. Una condivisione di appartenenza, di ideologia politica che porta il regime fascista ad identificarlo per insediamenti che ospiteranno un proletariato sfrattato da aree fatiscenti del centro città che, attraverso la loro ristrutturazione, si sarebbero trasformate in un’immagine positiva della città. Siamo nel 1937 con un nuovo piano regolatore che nel caso del Cristo servirà a destabilizzarne l’identità comunitaria con l’inserimento coatto di nuovi residenti, si parla degli “effetti di luogo” così definiti da Bourdieu (1993). La zona identificata era Via Maggioli sino al confine con la ferrovia. Sotto il regime, 1930, il Cristo fu annesso alla città, iniziarono le bonifiche dell’area dove attualmente sorge Piazza Ceriana che diventerà punto di incontro e sede ospitante la festa del rione. Nel 1937 fu completato l’attiguo cinema-teatro ad oggi funzionante come multisala, nello stesso anno fu aperta la prima farmacia Angelo Sacchi tutt’ora attiva con la stessa denominazione per volontà dell’attuale proprietario non intenzionato ad interrompere una continuità con il passato. Con l’interramento del canale Carlo Alberto si costituì una seconda e importante linea di attraversamento del quartiere permettendo di ampliare l’area edificabile attraverso nuove linee di accesso. Il regime, come accadde precedentemente con le Soms, vide nell’associazionismo il mezzo per attenuare le conflittualità sociali dando voce alle necessità e bisogni del proletariato al fine di realizzare un ampio bacino di consenso. La Soms del Cristo fu cancellata per essere sostituita da un dopolavoro fascista, 135 

l’alta presenza di ferrovieri portò alla creazione dell’Opera nazionale del dopolavoro che si occupava del loro tempo libero e offriva anche servizi reali e concreti come corsi professionali per adulti e ragazzi. Nel contempo l’Opera acquisiva funzioni di controllo sui lavoratori impedendo ulteriori associazionismi fonti di possibile opposizione politica. La composizione sociale del Cristo fu massicciamente definita dalla presenza di operai e ferrovieri che furono attivamente impregnati in forme di resistenza di fronte all’occupazione nazista anche attraverso gli operai della Mino impegnati nella produzione di pezzi di ricambio di armi e munizioni. 

Nel dopoguerra la coesa comunità del Cristo si sentì abbandonata dal sostegno politico con la decisione di trasferire nell’ex area militare delle Casermette sfollati e profughi. Si trattava di un’area sorta in precedenza per necessità militari all’altezza dell’attuale parrocchia San Giuseppe Artigiano, priva di servizi essenziali e di collegamento con la città. Il quartiere veniva identificato come periferia dove segregare emarginando criticità sociali. La volontà politica era di espellere dal centro centinaia di individui indesiderati e relegarli in periferia togliendo loro visibilità. Stesso indirizzo seguì il problema di collocazione dei profughi istriani in precedenza raccolti nella Caserma Passalacqua di Tortona. L’area individuata per una loro sistemazione era frontale alle Casermette portando alla costruzione del Villaggio Profughi e successivamente ad una concentrazione di case popolari in Via del Coniglio, ora Maria Bensi e in Via Roberto Gandolfi ad ovest delle case che costeggiano Corso Carlo Marx (figura 4, Cristo ATC, Via Gandolfi). 

In entrambe le aree si crearono situazioni di povertà, insicurezza e disagio sociale che originano un contesto spaziale e sociale con caratteristiche negative che influenzeranno sfavorevolmente la costruzione identitaria dei residenti anche attraverso i termini di lettura che gli altri utilizzano per definire l’individuo. Da una identità negativa il passaggio è breve verso la stigmatizzazione territoriale dove lo spazio diventa un fattore di esclusione e discriminante, uno svantaggio che vede l’individuo nella necessità continua di superarlo. Può tramutarsi in uno stimolo verso la conquista del rispetto (Sennet, 2003) ma anche il concretizzarsi di una profezia che si autoavvera (Merton, 1949) con lo stigmatizzato che subisce l’immagine negative dell’ambiente in cui vive avviando un processo perverso che lo porterà a comportamenti con effetti idonei alle aspettative socialmente diffuse. 

I sentimenti di appartenenza ai luoghi avvengono nel corso di una socializzazione a partire dall’infanzia che consente di attribuire caratteri simbolici ai luoghi in cui si vive per avere parametri di distinzione rispetto agli altri contesti urbani. Ciò avviene da parte della comunità del Cristo rispetto ai nuovi insediamenti definendo confini in cui identificarsi e 136 

definire una propria area di appartenenza attraverso gli edifici lungo Corso Carlo Marx ad ovest e il limite a sud del quartiere, il Piazzale della scuola al bivio tra Corso Acqui e Via Casalbagliano. Nella vulgata le due nuove zone di insediamento popolare furono denominate Bronx e Shangay, un cattivo indirizzo che ancora oggi non ha perso i significati iniziali malgrado i molti interventi di riqualificazione urbana e di integrazione messi in atto (Wacquant, 1993). Continuano ad essere simboli di degrado anche se le Casermette sono state sostituite da una zona residenziale, la Z14, il Villaggio Profughi (Figura 4, Villaggio Profughi) sia stato integrato in uno sviluppo urbanistico con la presenza di case con caratteristiche non popolari. L’area di Via Maria Bensi e Roberto Gandolfi è stata oggetto di interventi edilizi, di ridefinizione della viabilità e in ambito ecologico con la costruzione della centrale di teleriscaldamento. 

Nel periodo della ricostruzione a seguito della Seconda guerra mondiale la ferrovia rimaneva al centro dello sviluppo produttivo della zona che vedeva nascere fabbriche operanti in vari ambiti come la lavorazione di cofani mortuari che vede ad oggi la presenza di una eccellenza come Bagliani, nacquero torrefazioni alcune ancora attive come Pera, Saturno, attività in ambito orafo-argentiero, calzaturifici e altro che non superarono la crisi industriale degli anni Settanta. 

Le possibilità lavorative offerta dal quartiere portarono ad un forte sviluppo demografico e una conseguente fame di istituti scolastici primari e secondari che iniziarono a sorgere negli anni Sessanta anche in zone di nuova espansione come Via Gandolfi dove sorsero la primaria Morbelli e la media Straneo. Erano scuola con un indirizzo didattico innovativo con doposcuola, laboratori didattici ma l’ubicazione in un’area popolare, con un forte afflusso di immigrati interni ma anche da altri paesi comunitari ed extracomunitari influenzò negativamente le considerazioni e valutazioni degli istituti scolastici da parte di famiglie che preferirono scegliere altre sedi cittadine. Altri istituti nacquero nelle vicinanze di piazza Ceriana, nell’area sud dove si collocavano le Casermette e il Centro Don Bosco che si dimostrerà presente in ambito educativo. In entrambe le zone abbinati alle scuole primarie furono edificati asili. Gli insediamenti scolastici seguirono lo sviluppo demografico che visse il Cristo concentrato in pochi decenni e assunsero un ruolo di rilievo come luogo di convivenza su basi paritarie (Magnier, Russo, 2002). I censimenti mostrano una popolazione composta per circa la metà di persone provenienti da altri comuni, la presenza maggiore rispetto al centro città di giovani sotto i tredici anni e sino ai sessantacinque e minore di individui che superano quest’ultimo limite di età. Anche le sedi di culto aumentarono seguendo le aree di espansione, 137 

in Via Gandolfi la parrocchia di San Baudolino, a fianco del Centro Don Bosco San Giuseppe Artigiano. 

L’aumento di popolazione e la difficoltà di collegamento con il centro porta alla nascita di una serie di botteghe artigiane e negozi in grado di rendere autonomi i residenti rispetto alle necessità quotidiane. Si collocano con una continuità quasi unicamente lungo Corso Acqui trasformandolo in un centro di incontro, passeggio, aggregazione ma anche controllo dell’area (Jacobs 1961). Avviene l’identificazione con luoghi di riferimento comuni, centri attraverso cui individuare altri punti della toponomastica del quartiere: la Soms, la Farmacia Sacchi, storiche attività commerciali ma anche confini come la scuola Zanzi che definisce il “Cristo vecchio” dal “Cristo Nuovo”. Un Quartiere vasto ma autonomo dove gli abitanti vanno “in città” principalmente per necessità burocratiche, amministrative, legate a servizi istituzionali che si collocano nel nucleo cittadino, il senso del luogo di Gieryn (2000). 

Lo sviluppo urbano sino agli anni Settanta vissuto dal Cristo, legato ad attività produttive, è correlabile con le onde lunghe della dinamica economica legati ai cicli di sviluppo delle ferrovie, all’introduzione della forza elettrica e l’ingegneria pesante e alla produzione di massa (Freeman, 1989) che consentono di assimilare il nostro caso al modello di “città fordista”. Tra gli attori alla base del modello troviamo la borghesia industriale artefice dello sviluppo economico e protagonista delle decisioni di governo con legami e possibilità di influenzare le decisioni politiche che superano i limiti del locale. In quest’ambito quantitativamente importante risulta la classe operaia, concentrata e omogenea, organizzata in sindacati e in partiti di estrazione operaia che hanno consentito di essere controparte nei confronti dell’impresa e, attraverso una condivisione di interessi, di dialogare con larghe reti di alleanze sociali che, nel nostro caso, coinvolgono una consistente categorie di lavoratori, i ferrovieri. Terzo protagonista lo Stato e in modo ancora più diretto l’amministrazione locale con misure di intervento principalmente assistenziali a garanzia delle fasce più deboli di popolazione per una riduzione dei rischi sociali. Gli strumenti di intervento si legano all’organizzazione dei servizi pubblici quali scuola, sanità, trasporti e il trasferimento di diritto di fondi ai singoli e alle famiglie. Le amministrazioni locali, malgrado il ristretto margine decisionale, svolgono la funzione di intermediari tra le esigenze della popolazione e gli apparati centrali dello Stato dovendo intervenire in aree periferiche in rapida espansione e con necessità di infrastrutture e servizi di base per i residenti. Al Cristo, come per molte periferie italiane, troviamo la presenza massiva di specifiche classi di lavoratori contraddistinte da modi di vita e schemi comportamentali omogenei in un’area che vede la presenza di servizi, punti associativi 138 

e centri che costituiscono un simbolismo urbano condiviso. Tali caratteristiche formano una comunità con un forte senso identitario, un legame ai luoghi in cui si vive ma porta anche ad una loro limitazione territoriale, alla costituzione di una barriera fisica e mentale tra “noi e gli altri”, tra “Vecchio Cristo” riconosciuto come ambito di appartenenza e “Nuovo Cristo” (figura 4, Norberto Rosa, Cristo ATC Via Gandolfi) con i nuovi residenti e proprie caratteristiche socio-economiche. 

4.1.3 Un’analisi socio-economica del territorio e della sua urbanizzazione 

Dagli anni Settanta il quartiere vive una crisi economica comune ai paesi industrializzati occidentali con la chiusura di molte fabbriche, una conseguente riduzione di traffico merci allo scalo alessandrino che comunque non porta ad una riduzione di residenti in continuo aumentare trovando una collocazione negli insediamenti popolari ma anche in condomini signorili e moderni che si sviluppano in particolar modo nell’area Norberto Rosa (figura 4). Si assiste ad un cambiamento urbanistico ma anche sociale di fronte ad una popolazione diversifica rispetto alla compattezza di classe del periodo precedente. Perdurano sacche storiche che presentano in larga misura un disagio sociale che continua a non trovare concrete soluzioni. Lo sviluppo urbanistico in atto comporta anche una nuova visione sulla composizione territoriale del quartiere. Con l’espansione edilizia spariscono le aree non edificate che dividevano il Cristo nucleo Storico con le aree di successivo sviluppo (figura 4). Si costituisce così una continuità di edifici oltre ad una riqualificazione di aree deprivate, uno sviluppo a sud ininterrotto di attività commerciali lungo Corso Acqui che fanno svanire vecchi confini, la struttura sociale perde, con la diversificazione dei nuovi arrivi, una monolitica appartenenza di classe. La prima caratteristica porta ad una nuova visione territoriale del Cristo, lo sviluppo crea una continuità spaziale che annulla precedenti limitazioni di luoghi, le arterie di Corso Carlo Marx, Corso Acqui proseguendo con la Strada Provinciale per Acqui e diventano il vettore lungo cui realizzare l’espansione urbanistica. L’unica area rimasta coltivabile corrisponde all’edificio della Cascina Boida (figura 4), una memoria storica di un passato presente nella planimetria mentale che i residenti hanno del quartiere. Ora il Cristo viene letto come un’unica area che dal cavalcavia arriva sino ai margini sud lambendo le Cabanette. I centri di aggregazione precedenti persistono, ne nascono nuovi con differenti indirizzi ricreativi e culturali, la radio libera BBSI, la Pasticceria Pierino e Giuseppe frequentata da personaggi locali come Franco Livorsi, Pippo Amadio, Adriano Marchegiani, Paolo Zoccola oltre a personalità quali Umberto Eco e Adelio 139 

Ferrero. La comunità si incontra in punti di ritrovo, di svago e di attività culturali anche con indirizzo sperimentale come avviene alla Soms. 

Diversa immagine ci riporta un’analisi socio-economica. Le scelte urbanistiche iniziate nel dopoguerra che vedono una continuità nel tempo rimangono la maggiore causa di concentrazione di un disagio economico, sociale, di carenza di servizi e rischio di povertà educativa (Bonifazi, 2013). Il cambiamento instaurato crea così una continuità territoriale che segue in parallelo lo sviluppo urbanistico ma comprende luoghi dove rimangono irrisolte problematiche sociali creando la necessità di un forte impegno in azioni di integrazione, inclusione e accoglienza da parte delle istituzioni e associazioni del terzo settore anche attraverso iniziative di sensibilizzazione della popolazione. 

Gli anni Settanta rappresentano un periodo di luci e ombre, tra quest’ultime il dramma della tossicodipendenza che sembra trasversale rispetto alla tipologia delle zone residenziali. I maggiori centri di spaccio infatti si trovano in un simbolo del centro storico del quartiere, Piazza Ceriana di fronte alla chiesa di San Giovanni Evangelista e una sua zona periferica, Via Parini. Altra area sono il Bronx, denominazione attribuita al Centro ATC di Via Gandolfi (figura 4) e l’area Shangay composta dalla Casermette e Villaggio Profughi. 

Le Casermette vedono alla fine degli anni Settanta un drastico intervento di recupero attraverso un piano regolatore che eliminerà i decadenti edifici per dare spazio alla Zona 14 con presenza di villette a schiera, edifici di un certo pregio pensati attorno ad ampi spazi verdi che dovevano ricordare la precedente struttura militare. Il pianificatore perseguiva la volontà di creare spazi aggregativi riproducendo la struttura preesistente. Si trattò di una pianificazione fallimentare in quanto gli abitanti non misero mai in atto azioni di appropriazione degli spazi comuni, la zona si trasformò in area dormitorio dove allontanarsi per le attività quotidiane e ritornare la sera per riposarsi. La scarsità di servizi, di rivendite commerciali, una differente localizzazione delle attività lavorative rispetto all’abitazione causa di scelte razionalmente pensate delle sedi scolastiche per i propri figli delocalizzate rispetto alla residenza comportarono un’organizzazione della vita quotidiana con una sovrapposizione degli orari sociali e decisioni tra usi alternative del tempo. La conseguente mutazione della percezione del tempo sociale segue in parallelo quella dello spazio attraverso un suo stiramento (Giddens, 1990). Per molti soggetti l’esperienza di vita quotidiana diventa sparsa nel territorio e dipendente da trasporti efficienti. In tal modo si crea un ulteriore fattore di insicurezza attraverso una vita quotidiana dipendente sempre più da sistemi impersonali legati alla viabilità o ai mezzi di trasporto collettivo. Il simbolismo territoriale dell’individuo risulta una continua 140 

ricerca o rigenerazione di valori simbolici e radicamento affettivo. L’esperienza urbana si trasforma in individuale e povera di riferimenti collettivi creando difficoltà nel riconoscere la città nel suo insieme attraverso una mappa mentale globale (Jamenson, 1984). 

Con la Zona 14 ci troviamo di fronte ad una definizione urbanista ottenuta attraverso un piano regolatore tradizionalmente pianificato e programmato con una progettazione edilizia pensata per studiare e regolamentare i processi di gestione e fruizione del territorio. Nel nostro caso lo studio progettuale non è stato in grado di valutare le conseguenti dinamiche evolutive rendendo difficilmente risolvibili le criticità in presenza di una vastità e rigidità di un ampio progetto. Solo a fine secolo, seguendo un indirizzo che considerava idoneo l’utilizzo di progetti d’ambito, con piani particolareggiati di dettaglio edilizio ognuno contenitore di scelte private e risorse pubbliche garantite, fu attuato un intervento per ridare smalto e visibilità all’area con un piano realmente innovativo a livello ambientale e in anticipo con i tempi, il Villaggio Fotovoltaico. 

La crisi industriale divenne visibile e tangibile con l’assemblea tenutasi nel 1971 a cui segui l’occupazione della fabbrica Imes subentrata dopo la chiusura della Mino. L’evento coinvolse l’intero quartiere ma anche le istituzioni locali compreso il Comune sotto la guida del socialista Piero Magrassi chiamato il “dottore del Cristo”. L’occupazione ebbe termine l’anno successivo ma non impedì il lento declino della fabbrica e la sua chiusura nel 1985. Del vasto centro produttivo resta la palazzina che conteneva gli uffici ora ristrutturati e adibiti a distretto sanitario quali simbolo di una memoria storica ma anche una barriera che divide l’area di un commercio tradizionale di vicinato lungo Corso Acqui dall’unico ipermercato presente, il Galassia sorto sull’area dell’ex fabbrica. L’accesso al suo parcheggio trova un impedimento nella sede del centro sanitario creando un confine tra le due tipologie di commercio. Diventa un fattore simbolico importante se si considera il commercio fisso e di vicinato un elemento identitario per il Cristo con una radicata tradizione che dimostra di non essere messo in discussione dagli insediamenti della grande distribuzione. Infatti Corso Acqui, negli anni, non ha vissuto la crisi del centro città con negozi sfitti, una forte presenza di franchising. Oltre al Galassia le altre strutture similari sono preesistenti e di contenute dimensioni dislocate in aree periferiche. Come affermato da alcuni testimoni privilegiati siamo in presenza di un marchio commerciale del Cristo spendibile ed esportabile, un brand dove le principali caratteristiche qualificanti sono fiducia e qualità del servizio, ascolto e disponibilità rispetto alle richieste e necessità del cliente attraverso un servizio di assistenza diretta. 141 

4.1.4 Il Cristo: un sistema integrato tra reti parziali locali 

La caratteristica commerciale presente nel quartiere diventa un segno distintivo, un marchio identitario da preservare e aumentarne la visibilità al contrario di quanto avvenuto nel centro città dove le vie commerciali vedono una forte presenza di rivendite legate a catene commerciali internazionali. Quest’area ha sofferto un cambio di indirizzo nelle abitudini di acquisto dei residenti, da forma di scambio più naturalmente “cittadina” come quella del commercio fisso e di vicinato legato ad un servizio di assistenza diretta a preferire insediamenti della grande distribuzione presenti nelle sue aree urbane periferiche. La trasformazione nei consumi e tecniche di acquisto ha incrementato la scelta dei cosiddetti prodotti “banali” legati ad un acquisto routinario scegliendo strutture specializzate, con un ampio assortimento che favorisce la concentrazione di acquisti e la riduzione dei tempi necessari (Crivello, Debernardi, 2004). 

Tale trasformazione non è avvenuta in modo così evidente al Cristo e ancora una volta l’associazionismo, da sempre presente nel quartiere, ha dato voce e visibilità a un sistema commerciale di tipo tradizionale e ha contribuito a rafforzare il senso identitario del quartiere. L’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui si costituisce negli anni novanta del secolo scorso a rappresentanza di un polo commerciale naturale che si snoda lungo l’arteria centrale del Cristo, come dichiara la sua denominazione. Se le azioni intraprese si fossero limitate alla categoria specifica ci saremmo trovati di fronte ad una rete parziale di attori con caratteristiche relazionali specifiche e puntuali rispetto agli obiettivi, poco interessati a connessioni con altri attori e reti. Nel caso dell’Associazione del Cristo l’intensità delle relazioni al suo interno sono emotivamente basse ma con alta potenzialità di espansione verso l’esterno attirando nuovi soggetti e coinvolgendoli anziché stringere e potenziare i collegamenti già esistenti al suo interno rendendola una rete dinamica ed aperta (Granovetter 1973). Inoltre sono presenti nodi dominanti in una struttura di potere a configurazione reticolare. Tra questi il Presidente Roberto Mutti e l’organizzatore di eventi Paolo Venneri che dimostrano di mettere in atto una dichiarata apertura e volontà di cooperazione con altre realtà esistenti nel territorio. L’intento è di coinvolgere un sempre più ampio territorio attraverso l’organizzazione di eventi e attività indirizzate a dare visibilità al quartiere aprendo la partecipazione non solo ad aree commerciali minori come Via Nenni, Via Maggioli, Corso Carlo Marx ma anche verso aree esclusivamente residenziali come quella attorno al Centro Don Bosco grazie all’interessamento del consigliere comunale Giuseppe Bianchini, le Parrocchie e non ultime le associazioni come la Soms e le agenzie presenti nella zona. Attraverso un dialogo con i rappresentanti del Cissaca 142 

e il suo presidente Gianni Ivaldi si è attuato il “Progetto Casa” per la consegna domiciliare a costo zero dei prodotti dei negozi aderenti con l’obiettivo di promuovere e potenziare la vivacità di rapporti, di relazioni sul territorio. Al centro erogazione servizi socio assistenziali il Punto DI, durante la scorsa festa patronale del quartiere organizzata dall’Associazione commercianti del Cristo, sono state coinvolte le scuole in attività rivolte ai bambini e alle loro famiglie aumentando in questo modo la visibilità dell’esistente Centro per le Famiglie. Il Cissaca è presente anche con il “Centro vita indipendente” che partecipa ad un progetto di intercettazione di persone con fragilità, sole, anche con la collaborazione dell’ASL, le segnalazioni dei medici di base del quartiere, le autocandidature di anziani informati capillarmente dai negozi, dai centri di incontro, dalle varie associazioni del Cristo. La presenza di capitale sociale (Coleman, 1990) si trasforma in risorsa attraverso relazioni a rete tra gli attori presenti in un dato contesto contribuendo così alla competitività del sistema locale. La Soms, oltre ad essere attiva e coinvolta negli eventi organizzati nel quartiere, rende disponibile i locali per assemblee ed incontri degli associati che diventano aperte alla cittadinanza ricercando interesse e partecipazione. 

L’intento dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui è una presenza in ogni realtà del Cristo anche attraverso un ruolo di advocacy rispetto all’Amministrazione comunale, una voce e interlocutore per le esigenze pratiche del quartiere (strade, viabilità, buche, giardini, ecc.) e una sussidiarietà orizzontale messa in atto dai commercianti con azioni come cura delle aiuole di fronte ai negozi. La presenza sul territorio anche attraverso l’ascolto di chi vive il quartiere anche nelle sue problematicità è tra le priorità dell’Associazione e dei suoi rappresentanti, un’apertura mostrata anche con l’informalità della struttura amministrativa priva di uffici, segreteria, proprie sedi di incontro, il numero telefonico per i contatti è quello del suo Presidente. Viene mostrata una disponibilità ai contatti personali e diretti dei rappresentanti in carica e chi vive il quartiere o ne è interessato. 

Il quartiere, attraverso gli eventi organizzati negli anni e in particolar modo nel 2019 con “Corso Acqui alla ribalta”, “Festa del Cristo”, “Notte Bianca”, “il Carnevale”, incontri culturali, ha visto accrescere la propria visibilità con effetti positivi per il territorio, quali la crescita di attività commerciali e artigianali, l’attenzione verso agenzie di fornitura di servizi socio assistenziali, la partecipazione di associazioni in loco. Per fare ciò non basta l’entusiasmo di pochi organizzatori, servono fondi raccolti con le quote associative, la presenza di sponsor come la multiutility Alegas e la partecipazione delle “famiglie storiche” quali Pera, Menabò, Bagliano. In quest’ultimo caso la partecipazione non è solo come famiglie ma anche come 143 

aziende presenti in un territorio che si valorizza producendo a sua volta valore. La visibilità del quartiere diventa un valore aggiunto anche per chi possiede immobili. Dalle analisi riportate dall’Agenzia dell’Entrate nelle Statistiche regionali relative agli anni 2016 – 2018 risulta un costo medio degli immobili residenziali superiore al Cristo rispetto al centro e ai quartieri limitrofi Pista ed Europa, divario che aumenta nel raffronto con la media comunale. 

Se dai dati immobiliari troviamo riscontro di una attrattività del quartiere nei confronti di nuclei familiari e imprese, dalle interviste e dalle testimonianze raccolte emergono comportamenti diffusi che potrebbero spiegare la vitalità economica e sociale a partire da relazioni cooperative e legami fiduciari. Tali comportamenti consentono relazioni sociali a rete tra soggetti che si considerano dei pari permettendo l’instaurarsi di un processo di interazione ed integrazione orizzontale collegando soggetti diversi e mettendo in atto contatti e azioni combinate spazialmente tra vari ambiti locali. Un processo che risulta ad oggi vincente leggendo il resoconto dell’assemblea, tenutasi alla Soms di Corso Acqui il 4 febbraio, pubblicato sul “Il Piccolo” del 7 febbraio 2020. Commercianti e cittadini hanno unito le forze per presentare il Cristo 2020 in una riunione che ha visto partecipare la quasi totalità dell’Amministrazione comunale. Non si è parlato solo degli interventi da realizzare nel quartiere ma anche delle necessità dei sobborghi che il Cristo intende coinvolgere nelle iniziative messe in atto. Le novità sono la “Mezza maratona” presentata dal presidente del CentoGrigio che partirà il 20 settembre dallo stesso centro sportivo e polifunzionale. Il presidente di ICS Onlus ha annunciato che la “StrAlessandria” (maratona locale che da decenni si svolge per le vie del centro città), nella sua edizione 2020, partirà dal Cristo per raggiungere successivamente il centro. Ma il primo evento in programma sarà la sfilata del “Carnevale”, che partirà da Viale della Repubblica verso Corso Acqui e Piazza Ceriana. Attraverso l’animazione (Ciaffi, 2004) in cui è presente una forte significato espressivo e che attraverso feste di quartiere, attività teatrali e musicali, eventi di interesse mediatico mobilita risorse sociali diffuse e senso di appartenenza ai luoghi. 

In linea con i propri obiettivi l’Associazione dei commercianti del Cristo ha aderito agli eventi di Marzo Donna partecipando con il proprio programma 2020 con idee e iniziative anche nella manifestazione “Balconi fioriti”. Durante la serata non è mancata una forte presenza sia dei commercianti di corso Acqui, Via Carlo Alberto, Via Maggioli e Via Nenni, scuole, associazioni e rappresentanti del Cissaca. Durante l’Assemblea si è costituito un tavolo di lavoro che permetterà di raccogliere istanze del quartiere e dei sobborghi dell’area sud alessandrina. Sembra dunque consolidarsi una rete tendenzialmente stabile, composta dai 144 

commercianti attivi riuniti nell’associazione, personalità di riferimento nell’amministrazione comunale, associazioni operanti nel quartiere e agenzie pubbliche. Una simile rete, tuttavia, non si sarebbe mai formata se non vi fosse stata una mobilitazione dal basso, favorita da un senso di appartenenza identitaria legata al quartiere. Tale mobilitazione ha favorito l’attivazione di iniziative di carattere politico e sociale, nonché il formarsi di reti di collaborazione aperte, non esclusive. Tali reti hanno definito un’identità di quartiere inclusiva, aperta, in grado di riflettere in maniera non conflittuale i diversi gruppi etnici, sociali, culturali presenti nel quartiere. Una mixité culturale e ciò che Petrillo (2013) definisce “l’intelligenza delle periferie” ha distinto l’evoluzione del Cristo rispetto a quartieri cittadini con una storia e una composizione sociale molto simile. Accrescendo le competenze e capacità di conoscere le problematiche relative al quartiere i cittadini acquisiscono gli strumenti necessari per formulare proposte e agire sulla gestione delle politiche urbane formando una modalità attiva di esercizio della cittadinanza definita da Verba (1992) citizenry, una cittadinanza in azione. 

Il capitale sociale, cioè la capacità di fare rete tra gli attori presenti in uno specifico contesto e ispirati da principi di reciprocità e mutuo riconoscimento, si tramuta in risorsa per potenziali cooperazioni a disposizione degli attori sociali. 

4.1.5 La sicurezza non solo interpretata come repressione dei reati 

La coesione del territorio, il senso di appartenenza identitaria, le reti di collaborazione e i luoghi di aggregazione sono risorse importanti anche per una politica di controllo della sicurezza non esclusivamente basata sulla repressione dei reati. È anche attraverso la fruizione degli spazi pubblici da parte dei componenti la comunità che vengono messi in atto atteggiamenti di vigilanza sociale e di cura dello spazio (Mela, 2003; Mela, 2006, p. 161). Come abbiamo visto, il caso del Cristo conferma queste dinamiche. Sulla base delle dichiarazioni formulate dai testimoni privilegiati intervistati esiste una collaborazione tra le forze dell’ordine, le agenzie pubbliche e i cittadini che partecipano al controllo anche tramite uno stretto rapporto con il territorio oltre che con reti di comunicazioni informatiche. L’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui ha organizzato un gruppo WhatsApp dove ogni associato segnala in tempo reale le situazioni sospette oltre ad avere un’ottima collaborazione con le forze dell’ordine. Una continuità di attività commerciali lungo il corso principale crea passaggio di persone, movimento con possibilità di incontro e interazione ma anche di controllo territoriale. È un tipo di presidio del territorio che si basa su un senso di appartenenza da parte della 145 

comunità e si attiva anche attraverso i legami sociali esistenti (Jacobs, 1961). Un altro esempio in questo senso, come abbiamo già visto è rappresentato dal “Centro vita indipendente”, gestito dal Cissaca. L’intervento dei servizi sociali, in quel caso, era stato sollecitato proprio a partire da episodi che provocavano un senso di insicurezza presso alcuni abitanti del quartiere, in particolare anziani. La chiave di successo dell’intervento, in base a quanto abbiamo ricostruito a partire dalla testimonianza raccolta, è stata proprio quella di agire attraverso i legami sociali, la valorizzazione di reti di relazioni esistenti e la promozione di nuove forme di collaborazione e reciprocità. L’esito è stato quello non soltanto di “tamponare” quella specifica situazione che era stata segnalata, ma di agire in maniera più profonda riducendo l’insicurezza sociale attraverso la costruzione di reti forti, in grado di promuovere la coesione sociale attraverso il reciproco rafforzamento tra diverse forme di fragilità. 

4.1.6 Partecipazione e presenza di reti sociali accessibili, inclusive 

Inizialmente il “Centro vita indipendente” doveva essere un progetto finanziato dalla Regione Piemonte attraverso le politiche sociali al fine di favorire la vita indipendente per soggetti disabili. L’intenzione era di aprire uno sportello informativo in centro città ma la carenza di locali accessibili e l’elevato costo di affitto ha portato il Cissaca a rivolgersi all’ATC chiedendo la disponibilità di un locale che venne individuato in Via Cesare Battisti, area periferica ad est del Cristo. Decadendo la logicità di uno sportello informativo si è attuata una riformulazione del programma includendo un ulteriore target, gli anziani essendo il condominio ideato per ospitarli. Fu inclusa un’attività di ascolto delle problematiche delle persone in età avanzata attraverso riunioni costituendo un gruppo di coprogettazione ed esposizione di bisogni (Castel, 2003; Allegri, 2015, pp. 64-67) come il collegamento con il centro attraverso una linea urbana e una fermata nelle vicinanze, criticità ancora da risolvere da parte dell’Amag Mobilità. Attraverso gli incontri emergeva un senso di tradimento ed abbandono da parte dei residenti anziani rispetto alle pubbliche amministrazioni che li aveva relegati in una zona priva di collegamenti, servizi, con promesse non mantenute di assistenza come gli accompagnamenti all’ospedale, la possibilità di socialità, lo sviluppo di legami (Sennett, 2004, p. 23). Come abbiamo visto nel precedente capitolo, il “Centro vita indipendente” si trasformò in polifunzionale aggregando fragilità sociali in uno spazio comune, anziani, disabili oltre ad ospitare l’associazione “Istituto cooperazione e sviluppo (ICS)” che segue un progetto di sostegno per i compiti scolastici soprattutto per i bambini stranieri attraverso il progetto 146 

chiamato “Mio fratello maggiore” aprendo così le porte alle loro famiglie con l’intento di far elabora l’importanza di investire energie nell’istruzione. Nell’area, come già in precedenza rilevato, sono presenti numerose famiglie extracomunitarie che si trovano a vivere in un luogo senza aver avuto la possibilità di scegliere coscientemente ma che vedono la presenza di madri partecipi alle attività comuni. Il contesto si è originato attraverso politiche abitative non lungimiranti che hanno favorito la costituzione di sacche di emarginazione dove, secondo la testimonianza della dirigente Cissaca Marina Fasciolo, è presente una capacità di resilienza e partecipazione nelle attività comuni da parte di queste madri (Governa, Saccomani, 2002). Lo spirito propositivo è da sempre una finalità prioritaria del “Centro vita indipendente”, che di recente ha organizzato anche un ciclo di incontri dedicati a racconti di donne e problemi della quotidianità al femminile sulla base dell’iniziale proposta di una residente argentina del condominio che ospita il Centro. La collaborazione di quattro volontarie del servizio civile permette il coinvolgimento di anziani e ragazzi in temi di attualità emersi da incontri con le residenti dello stesso condominio. Inoltre vengono svolte iniziative di tipo partecipativo al fine di attuare un’autogestione dei beni comuni condominiali e stemperare microconflittualità nascenti da un non omogeneo contributo da parte di tutti. La volontà è di espandere la partecipazione, attraverso occasioni stimolanti, a identità sociali di soggetti difficilmente raggiungibili con altre iniziative e altri mezzi. La consultazione permette agli attori interessati di presentare proprie idee o proposte in modo che le amministrazioni locali ne possano tenere conto (Allegri, 2015, pp. 64-67). 

Povertà e deprivazione urbana hanno radici non solo economiche. Un modo per contrastarle è promuovere reti sociali accessibili, inclusive, in grado di ascoltare e dare voce al disagio. Quello del Cristo, sotto questo profilo, appare un caso interessante di come un quartiere che presentava e presenta concrete difficoltà di carattere sociale abbia saputo affrontare queste minacce e, in alcuni casi, mettere in atto processi efficaci di contenimento e contrasto al disagio e alla deprivazione. Un ruolo importante in quest’ottica lo assume la partecipazione. Nel quartiere un esempio proviene dal Villaggio Esuli Istriani, Giuliani e Dalmati con la decisione degli abitanti della zona di via Norberto Rosa e via Martiri della Benedicta di abbellire gli spazi verdi di fronte alle proprie case con piante e fiori che ricordano le loro terre di origine. Inoltre la collaborazione tra amministrazione locale e associazioni del terzo settore (welfare community) ha permesso all’area del Forte Acqui di diventava un polmone verde con forti possibilità di aggregazione tramite l’assegnazione comunale in comodato alla Caritas Diocesana di una superficie da indirizzare al progetto “Orti Sociali”. Con la successiva adesione 147 

al progetto “Orti Sociali” da parte dell’APS Cambalache si aggiunsero ulteriori appezzamenti utilizzati sia per la coltivazione di ortaggi che come apiario urbano attraverso il progetto BeeMyJob e “Roots” intervenendo a sostegno di fragilità sociali e di disagio psichico. Gli ortaggi coltivati vengono indirizzati al progetto di accoglienza di APS Cambalache oltre che rivenduti nella Comunità di San Benedetto e il bar Orto Zero. Il risultato è un circolo virtuoso tra le associazioni coinvolte nel sociale attive al Cristo e i residenti di Alessandria. Ma non solo, il recupero di un’area ex militare in abbandono ha dato l’opportunità ai residenti in zona di attuare una riappropriazione degli spazi attraverso aree attrezzate per cani e spazi percorribili per camminate e jogging. 

4.1.7 Il Cristo attraverso la cultura popolare e l’immagine riportata dai media 

Il Carnevale Alessandrino svoltosi il 16 febbraio 2020 ha visto per la prima volta cooperare nell’organizzazione dell’evento l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui ed il Comune di Alessandria. Un ulteriore primato è dato dal percorso che si snoda dal centro città, dai giardini e Viale della Repubblica per raggiungere il Cristo attraversando Corso Acqui per arrivare a Piazza Ceriana che ha ospitato la premiazione dei carri ma anche un ritorno di una tradizione legata al folklore cittadino: la storica ‘Businà’ di Gianni Pasino. Si tratta di satira, soliloquio, monologo, rivolto però ad un pubblico più o meno numeroso nel quale si commentano in modo satirico eventi verificatisi in questo caso in città, fatti di costume e di malcostume, narrati sempre con ironia e sarcasmo, in dialetto alessandrino46. La Businà è un modo per parlare di personaggi ed eventi che hanno suscitato interesse di ogni genere da parte dei media ma anche negli stessi cittadini, personaggi che, nel bene o nel male, hanno fatto nascere dialoghi e commenti. Il monologo in dialetto alessandrino contiene passaggi interessanti rispetto al quartiere analizzato: 

46 Dialët Lissandrén – Dizionario Alessandrino – Italiano, (2013), URL: < http://alessandrialisondria.altervista.org/dialet-lissandren-dizionario-alessandrino-italiano/ > [sito visitato il 18 febbraio 2020]. 

“El Quartiè dop la feruvèja urmai l’è pü cul d’j’uperai, di sfollati e cumpanijia ch’j’òn la vita pen’na ‘d guai. 

Adès grassie al Farmacista, ui fa cuncurensa a la sità e chisà s’us bita an vista perché el vò ‘dventè lü l’Autorità? 148 

Per adès al fa ‘l manifestasiòn e i negosi du centro i stòn semp a lamentèsi: Piasi saraj o duerti? A bitès d’acordi i son nent bòn, anveci lü u tira drìcc, perché u sa u so da fèsi.” 

Tradotto: 

“Il Quartiere dopo la ferrovia ormai non è più quello degli operai, di sfollati e compagnia, che hanno la vita piena di guai.” 

“Adesso grazie al Farmacista, fa concorrenza alla città e chissà se si mette in vista perché vuol diventar lui l’Autorità?” 

Parlando del Cristo si ricorda un passato di quartiere popolare ma anche di una sua attuale trasformazione in un sistema locale in grado di dialogare alla pari con l’amministrazione cittadina. Queste poche frasi sembrano testimoniare che nell’immaginario locale il processo di “rimessa in squadra” del quartiere, che ha visto come protagonista l’Associazione dei commercianti e il suo presidente è riconosciuto a tutti gli effetti come una novità che si è inserita in un vuoto di rappresentanza non solo del quartiere, ma dell’intera città. 

La presenza di principi di cooperazione e fiducia nel prossimo consentono di sviluppare relazioni sociali a rete tra soggetti che attuano un processo di interazione e integrazione orizzontale con il fine di collegare vari soggetti in grado di attuare contatti e azioni coordinate e in ambiti locali diversi. Si mete in atto un’integrazione a scala locale dove il quartiere si trasforma in una “rete delle reti” comparabile ai caratteri di una società locale (Hannerz, 1980). Nel caso del Cristo la costruzione della comunità appare basato sull’incremento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione, che fanno emergere risorse latenti e portano a una appropriazione consapevole del proprio potenziale, un processo di empowerment. Un quartiere che si trasforma in sistema locale o suburbano se si considera la sua posizione rispetto alla città, che trae la sua forza da una struttura reticolare composta da reti parziali diversamente relegate nei propri specifici ambiti ma che traggono forza attraverso interazione e cooperazione. Proprio per queste caratteristiche risulta aperto ad interazioni che superano i confini territoriali con la finalità di dare sempre più voce e sostegno alle diversificate e problematiche realtà comunali. 

Nel quartiere si è venuta a definire nel tempo un sistema reticolare composto anche da nodi dominanti in dialogo e reciproca cooperazione, l’autore della Businà ne individua uno in particolare, il “Farmacista” identificabile con il presidente dell’Associazione Attività e Commercio del Cristo dimostratosi tra i leader trainanti del successo Cristo. Nel monologo dialettale si spinge oltre ipotizzando che il professionista citato potrebbe usufruire della considerazione cittadina ottenuta attraverso una partecipazione fattiva alla rinascita del 149 

quartiere quale fonte di consenso in una futura decisione di partecipare alle prossime elezioni amministrative. 

Continuando a seguire il testo dialettale si ritorna all’attualità con il “Farmacista” che, attraverso l’impegno e l’agire messo in atto, raffigura e rappresenta come il sistema Cristo risulti vincente nella definizione di un’immagine positiva del quartiere. Viene contrapposta una mancata cooperazione e comunione di intenti tra esercenti del centro città accusati di sottolineare eccessivamente individuali e specifiche necessità invece di creare un fronte comune con finalità condivise dalla collettività. I risultati ottenuti al Cristo non passano attraverso semplici richieste rivolte alle istituzioni ma sono sostenuti da progettualità, dialogo, cooperazione tra appartenenti ad una comunità in cui ci si identifica. 

“Per adesso fa le manifestazioni e i negozi del centro stan sempre a lamentarsi: Piazze aperte o chiuse? A mettersi d’accordo non son capaci, invece lui tira dritto, perché sa il suo daffare47.” 

47 CorriereAL – Il magazine online di Alessandria e provincia, 16 febbraio 2020, tradizionale Businà a cura di Gianni Pasino, URL: < https://mag.corriereal.info/wordpress/2020/02/16/carnevale-alessandrino-2020-la-busina/ > [sito visitato il 18 febbraio 2020]. 

48 Giornali del Piemonte, URL: < https://www.giornalidelpiemonte.it/edizionitesta.php?testata=Il%20Piccolo > [sito visitato il 2 marzo 2020]. 

In questa satira, dunque, sembra trovare conferma l’impressione che la formula “una città nella città” nasconde la consapevolezza che il Cristo si concepisce ed è un piccolo sistema urbano, dotato di un tessuto sociale, commerciale, industriale, di infrastrutture. Questo sistema avanza le proprie istanze di rappresentanza e di governo nei confronti di una città più ampia, che al contempo guarda con interesse a questo quartiere che si considera e per certi versi è una “piccola città”, in quanto esso ha saputo costruire sistemi di governance e rimessa in squadra degli asset territoriali che altre aree della città stentano a mettere in atto. 

Per questa tesi è stata realizzata anche una consultazione sistematica del bisettimanale locale “Il Piccolo”. Nel periodo 1 ottobre 2019 – 21 febbraio 2020 sono stati raccolti tutti gli articoli relativi al Cristo. Gli articoli sono stati analizzati e classificati al fine di stabilire se le notizie di cronaca del bisettimanale locale restituissero un’immagine positiva o negativa del quartiere. Al fine di procedere alla classificazione, è stata tenuta in considerazione anche la valutazione dei testimoni intervistati negli articoli, per capire se le dichiarazioni estrapolate e riportate dai giornalisti esprimessero un punto di vista positivo o negativo. Il risultato è che su 231 articoli de “Il Piccolo48” in cui si parla dell’area sud di Alessandria, il Cristo, il 65,8% rimandano una visione positiva della zona, il 34,2% il contrario. Il bisettimanale della provincia 150 

alessandrina trasmette un’immagine positiva per questa parte della città mostrata come attiva e propositiva dando un forte risalto agli eventi e manifestazioni organizzate. 151 

Conclusione 

L’ipotesi proposta nel presente elaborato è che “oltre” la periferia esiste un esito possibile di comunità vitali e consapevoli di “essere” città, di possedere un ruolo attivo e propulsivo nel costruire il proprio futuro e quello dell’area dove risiedono. Nel caso preso in esame del quartiere Cristo di Alessandria la presenza di una struttura a rete idonea all’interazione tra attori di reti parziali appartenenti a vari ambiti crea il contesto idoneo per lo sviluppo di un capitale sociale che si accresce attraverso uno scambio di esperienze, di conoscenze e di informazioni che rendono possibile il raggiungimento di scopi altrimenti non perseguibili limitatamente a livello individuale, contribuendo così alla competitività del sistema locale. Un capitale che contempla aspetti della vita sociale quali le reti relazionali, le norme e la fiducia reciproca che consentono ai membri di una comunità di agire assieme in modo più efficace nel raggiungimento di obiettivi condivisi. 

Emerge una società locale che ha dimostrato capacità di riprodursi e progredire nel tempo, di superare la crisi del modello sociale legato al periodo fordista che prevedeva una netta divisione di classe e una condivisione di interessi in ampi gruppi sociali. Diventa una collettività che ha saputo rigenerare identità, simboli in uno spazio che li rappresenta, un ambiente vitale che non prevede confini che delimitano ma soglie per futuri contatti e cooperazioni. 

Un ambiente Cristo che si dimostra vitale nella storia anche per una sua caratteristica costante, la presenza di centri di incontro e aggregazione simboleggiati da una ultracentenaria attività della Soms, dalle parrocchie da sempre fattivamente presenti sul territorio, il Centro di incontro Rione Cristo, senza contare la presenza storica di un tessuto di piccoli negozi di vicinato, botteghe artigiane a altre attività commerciali. Proprio in riferimento a quest’ultima realtà è nata l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui, con lo scopo di rappresentare specifici e localizzati esercenti ma che ha saputo ampliare il proprio raggio di interesse attraverso un’azione di advocacy verso le istituzioni dando voce non solo al Cristo e alla comunità residente ma anche a realtà territoriali alessandrini aprendo un tavolo di incontro, partecipazione e dialogo. L’attivismo e le capacità organizzative di questa associazione rimarcano come al Cristo non sia svanita un’identità commerciale tipicamente cittadina, il commercio di vicinato che nel quartiere ne vede una compatta presenza che lo caratterizza. Una componente del marchio Cristo è competenza, qualità nella merce e nel servizio che questo tipo di commercio riesce ad offrire e che trova una collocazione prevalente lungo Corso Acqui costeggiato per circa due chilometri di negozi e botteghe oltre ad essere sede privilegiata per 152 

gli eventi e manifestazioni. Un mix che trasformano il Corso in un simbolo identitario per la comunità ma anche di autonomia nelle necessità quotidiane rispetto ad un centro considerato territorialmente da sempre “oltre” il cavalcavia. 

Nel quartiere sono presenti aree di criticità sociale a rischio di emarginazione ma che vedono la presenza dei servizi socio-assistenziali del Cissaca con interventi strutturati in modo tradizionale ma anche realtà come il “Centro vita indipendente”. L’indirizzo operativo si basa sull’idea che in ogni comunità vi siano risorse, persone nel territorio non valorizzate appieno, con potenziali conoscenze e competenze a cui attingere in ogni processo di sviluppo locale. L’orientamento è seguire le persone, i gruppi e le diverse forme associative nella definizione dei bisogni, dei problemi e nella valorizzazione delle risorse presenti che devono essere incrementare al fine di costituire una comunità competente. Riprendendo l’ipotesi di partenza di questa tesi, sicuramente il Cristo è molto più di una periferia. Piuttosto, alla luce dell’analisi fin qui condotta, può essere definito come un sistema sub-urbano al quale è sottesa una società locale, formata da relazioni sociali aperte polarizzate, addensate da una comune identità legata non solo alla storia, ma anche alle continue evoluzioni successive di questo quartiere. 

L’identità condivisa in una società locale ha caratteristiche di riproducibilità nel tempo ma non comprende l’invariabilità, diventa un fattore causa di criticità come la presenza di conflitto tra soggetti individuali o organizzazioni che compongono lo stesso sistema. L’identificazione del soggetto con un luogo può avvenire inconsapevolmente attraverso i processi di socializzazione interiorizzati sin dall’infanzia dove i caratteri simbolici vengono connessi ai contesti urbani in cui si risiede imparando a distinguerli da quelli di altre aree. Oppure attraverso alcuni individui o gruppi in base ad una strategia indirizzata a promuovere un’immagine positiva di sé collegandola ad uno specifico territorio con l’interesse di influire sull’identità cittadina o sui sentimenti di appartenenza. È un meccanismo riscontrabile nel quartiere alessandrino studiato e definito da alcuni testimoni privilegiati “format Cristo” che ad oggi risulta vitale e vincente. 

Diventa stimolante per una futura analisi sul sistema Cristo ricercare la persistenza di sue capacità di auto-organizzazione dell’agire autonomo di sue componenti e delle interazioni fra queste, così come della capacità di consapevolezza della propria identità, dell’essere “città nella città”, sistema territoriale con proprie caratteristiche distinte da altri. Inoltre in un sistema basato su interazioni di tipo reticolare con la presenza di nodi dominanti in relazione con altri in un rapporto alla pari su base cooperativa un fattore di instabilità strutturale potrebbe identificarsi nella provvisorietà e mutevolezza delle reti stesse. 153 

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Indice delle interviste 

Int. 1 (16 ottobre 2019): Stefano Venneri, organizzatore di eventi anche per l’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui. 

Int. 2 (18 ottobre 2019): Roberto Mutti, presidente dell’Associazione Attività e Commercio di Corso Acqui. 

Int. 3 (06 novembre 2019): Maria Teresa Gotta, presidentessa della Soms del Cristo. 

Int. 4 (06 novembre 2019): Valentina Cassinelli, studentessa universitaria residente al Cristo per un anno. 

Int. 5(06 novembre 2019): Enrico Mattiuzzo, rappresentante del gruppo EGEA, gestore della centrale di teleriscaldamento del Cristo. 

Int. 6 (06 dicembre 2019): Gabriele Persi, residente per un decennio al Cristo. 

Int. 7 (13 dicembre 2019): Marina Fasciolo, direttrice del Cissaca e coordinatrice del “Progetto vita indipendente”. 

Int. 8 (13 febbraio 2020): Margherita Cavanna, responsabile del Servizio comunale: Solidarietà e Integrazione Sociale e residente nell’area Norberto Rosa. 

Int. 9 (14 febbraio 2020): Eugenia Fooladi, studentessa universitaria e presente alle attività del “Centro vita indipendente”. 

Int. 10 (29 febbraio 2020): Gilberto Preda, Presidente Contogrigio.