RACCONTI A SPRAZZI, di Bruno Mattu

2009

Bruno Mattu

PREMESSA:

In questi brevi racconti non albergano certezze, essi prendono spunto da delle domande che ne costituiscono il titolo, l’incipit ed il senso della narrazione.

Non vi sono risposte, ma solo stimoli di riflessione: dei piccoli sprazzi, appunto, senza la pretesa di contenere nulla se non le parole che vi sono scritte.

“ Hai visto Mai?!?”

Quel tale all’angolo della strada si ostinava ad affacciarsi all’improvviso da dietro lo spigolo del palazzo non appena avvertiva il sopraggiungere di qualcuno.

I passanti, sorpresi da quella figura che inaspettatamente gli si parava davanti, stentavano quasi a scansarlo prima di sbatterci contro.

Più di qualcuno era sobbalzato e i più distratti ci si erano pure scontrati.

Per tutti, comunque, superato il primo momento di sconcerto, aveva da ripetere la medesima domanda, cui nessuno riusciva, né poteva, trovare la risposta.

In compenso non si perdeva d’animo e continuava instancabilmente a ripetersi con “orologeresca” precisione e sincronia di gesti e di parole.

Solo se lo si osservava da lontano, soffermando l’incedere della propria fretta almeno per un sufficiente lasso di tempo, si poteva capire che tutto quel suo affannarsi monotono dei movimenti era dettato dalla necessità di ritrovare qualcosa o qualcuno che in precedenza aveva perduto, magari altrove o forse proprio nel limitare di quell’angolo.

“Lei lo sa chi sono io???”

Apostrofò con malcelata disperazione lo sfortunato avventore del ristorante.

Lo sguardo attonito e smarrito del cameriere non sembrava sapere a cosa appigliarsi per giustificare lo spiacevole episodio verificatosi a causa di una sua imperdonabile disattenzione: la camicia elegante del cliente mostrava una vistosa macchia, proprio sul petto. Il consommé era stato particolarmente gradito, dato che in pochi attimi si era già assorbito.

Gli improperi del malcapitato continuavano con il maitre, subito accorso appena si era reso conto che qualcosa non andava.

Del resto, il prestigioso locale era completamente deserto, tranne quell’unico cliente, per giunta bistrattato da un servizio non all’altezza delle circostanze.

“ Era lei??”

Sotto il capellino di Borsalino i capelli raccolti attentamente con le mollette colorate formavano un’acconciatura che ricalcava perfettamente le fotografie delle modelle più in voga.

Gli occhi, rigorosamente nascosti da grandi occhiali scuri dalle forme esageratamente ovali, non si potevano riconoscere, né distinguerne il colore dal bruno delle lenti. Che ne fossero diversi si percepiva, ma di quanto se ne distaccassero non era dato valutarlo.

Sotto gli occhiali il viso assumeva con impeto le sembianze seducenti e tratteneva le guance con lineamenti asciutti che conducevano abilmente gli sguardi verso le labbra, dichiaratamente espressive ma artefatte esageratamente col rossore acceso e luminescente, complice una famosa marca di rossetto, utilizzata la mattina per trattenere il più a lungo possibile l’espressività dei sorrisi. I denti, perfettamente bianchi, abbagliavano quasi i malcapitati che si trovavano a guardarli.

La camicetta, vistosamente allegra e spudoratamente sbottonata, lasciava intravvedere della epidermide liscia e candida che scivolava indiscreta fino a sollevarsi in forme sostenute da appositi indumenti intimi, nascosti solo apparentemente.

Che le forme fossero giuste non vi erano dubbi, a giudicare dagli sguardi che attiravano al mostrarsi volentieri tutte intorno.

Quella striscia di pelle che sortiva tra la brevità della camicetta e la bassezza della vita del calzone che vi era sotto aiutava gli sguardi a scendere e a non soffermarsi troppo in un punto.

Gli stessi jeans, esageratamente attillati sembrava volessero mostrare a forza tutto quello che vi erano contenuto, ma finivano inevitabilmente per far scivolare verso le caviglie e le scarpe, rigorosamente rosse.

Anch’esse erano di marca, come tutto il resto degli indumenti e degli accessori, con tacchi alti in modo da aiutare a rendere la figura ancora più slanciata e seducente, se mai ve ne fosse stato bisogno.

L’unica perplessità che assaliva improvvisa la mente dell’uomo che aspettava, circondato da tutte queste donne simili d’aspetto, era senz’altro nella difficoltà di riconoscere quale tra loro fosse quella con cui aveva stabilito l’appuntamento.

“Ci vuole molto?”

La domanda, pronunciata a bruciapelo, con un tono scostante e per nulla gentile, attraverso quell’esile vetro che separava chi l’aveva espressa, al di fuori della cabina, impaziente di entrarvi e colui che vi era all’interno, con il ricevitore in mano ed intento in una animata conversazione con qualcuno che si trovava chissà dove, aveva avuto l’effetto di indispettire oltremodo solo chi non aveva avuto il buon senso di pazientare ancora.

Il ricevitore dava sicurezza a chi lo aveva in mano e rendeva quasi indifferente verso tutto ciò che avveniva intorno: figurarsi se poteva venire in qualche modo influenzato dalle lamentele di chi attendeva, con sempre più ansia, che arrivasse il proprio turno.

La cabina era piccola, difficile da penetrare, per via di quelle porte strette e dure da spingere, incredibilmente trasparente e per nulla garante della privacy, dato che tutte le parole pronunciate dentro, anche sottovoce, fuori venivano trasmesse fedelmente e chiunque vi si trovava nei pressi le poteva udire distintamente. 

Anche le persone più timide o quelle che vi entravano con qualcosa da nascondere, una volta presa in mano la cornetta e composto il numero con cui volevano comunicare, non riuscivano ad esimersi dal parlare, come se si trovassero in un’isola sperduta, lontani da tutto e da tutti, incapaci di trattenere le parole che non avrebbero voluto dire e ne riversavano decine e decine .

Spesso l’unico limite veniva posto non da chi telefonava, né dal numero sempre maggiore di persone che attendevano di entrarvi, che pure mugugnavano sempre più rumorosamente, ma dai soldi spicci o dai gettoni che occorrevano per prolungarla.

Una volta terminati la comunicazione cadeva ed il ricevitore doveva essere riagganciato, con grande soddisfazione di chi aspettava fuori.

In quel momento, chi usciva rientrava dal mondo magico delle parole telefoniche e, davanti quei visi torvi, stanchi della lunga attesa, aveva anche parole gentili e si scusava per il prolungarsi di una telefonata che doveva essere breve. Chi entrava, tutto felice di impadronirsi a sua volta della cornetta magica, tranquillizzava la fila delle persone che restavano fuori con la certezza di impiegare poco tempo. Ma, non appena si apriva la comunicazione, i suoi occhi si illuminavano, come rapiti da una oscura forza telefonica e a nulla valevano le proteste ed i mugugni per ricordare l’impegno di essere breve.

“Che ora è ? ”

La domanda veniva rivolta da un tizio che aveva le braccia ricolme di orologi da polso e, come se non bastasse, poiché indossava anche un panciotto, si notava una serie di catenelle che sporgevano dai taschini di questo a cui presumibilmente si trovavano attaccati degli orologi da taschino. Non solo! Il suo cappello era in realtà una fedele riproduzione di un orologio a cucù. Per giunta anche nelle caviglie aveva degli orologi.

Le persone distratte che gli passavano vicino, a quella domanda rispondevano consultando il loro orologio e dicendo l’ora che vi si ritrovavano sopra.

Si immaginavano di ricevere un “grazie” come risposta.

Avevano un sobbalzo quando invece si sentivano urlare:”Sbagliato!!” e poi soggiungere: “Sono le circa meno quasi!! Rimettete i vostri orologi che non indicano l’ora esatta!!!”.

Solo in quel momento lo osservavano e pensavano che non doveva avere tutti i venerdì, oppure che si trattava di una trovata pubblicitaria stravagante di qualche marca di orologi.

Se qualcuno gli rispondeva che non lo sapeva, lui gli ribatteva:”E’ ora che ti compri l’orologio!” e poi aggiungeva:”Se vuoi ne ho diversi modelli, ma tutti senza tempo!!” 

In effetti, tutti quegli esemplari così ben esposti una sola cosa avevano in comune, oltre al fatto di essere orologi: erano ugualmente privi delle lancette!

“Che tempo fa ? “

Che il clima fosse divenuto bizzarro era ormai considerato un fatto acquisito ed un po’ tutti ci si era adeguati abbigliandosi in modo consono a prevedere, almeno in parte, tutte le sue possibili e repentine mutazioni.

La cosa però che lasciava sconcertati era l’effetto che questo scombinamento continuo poteva avere sul comportamento delle persone, che in alcuni casi raggiungeva il paradosso.

In particolare un individuo trascorreva intere giornate nel percorrere il breve tragitto che separava il suo appartamento, collocato nei primi piani di un condominio, dal portone del palazzo.

Da questo arrivava appena ad affacciarsi ed alle persone che transitavano sulla strada poneva sempre il medesimo quesito.

A seconda della risposta che ne otteneva, valutava rapidamente se gli indumenti che aveva indosso erano appropriati e, se non lo erano, rientrava immediatamente per cambiarli.

Poiché il tempo era più mutevole di lui, come le risposte che gli venivano restituite, anche nel giro di pochi attimi, non riusciva mai a trovarsi in sintonia e non faceva altro che ritornare sui propri passi.

Non era mai convinto delle frasi che gli venivano dette e richiedeva conferma a più persone, non trovandola affatto.

“E la Luce ?”

Le giornate autunnali di inizio dicembre erano molto brevi e già alle sedici e trenta il sole smetteva di illuminare e si nascondeva oltre l’orizzonte, lasciando che le ombre si allungassero ovunque, inghiottendo le strade e le persone che vi si trovavano a transitare.

Per fortuna già ai primi segni dell’imbrunire, le lampadine poste in cima ai lampioni si accendevano e con la loro luce rischiaravano dalle tenebre, consentendo ai passanti di vedere lungo il percorso che facevano.

Era consuetudine che tutto ciò si verificasse e nessuno più badava a preoccuparsene.

Un pomeriggio tardi, però, le lampadine non si accesero e le strade piombarono in un buio completo.

Solo il provenire delle macchine con i loro fanali accesi consentiva alle persone che si trovavano per strada di vedere dove mettevano i loro piedi.

Ognuno camminava stretto nei suoi indumenti, un po’ per il freddo che faceva ed un po’ per la paura che provava nel trovarsi a camminare circondato da tante tenebre.

Una strada in particolare non era molto trafficata ed aveva dei marciapiedi comodi, file di alberi lungo i due lati e facciate di palazzi dense di sculture ed aggetti che al buio assumevano un aspetto sinistro. Per giunta, in un punto vi era una rientranza in cui si sarebbe potuto acquattare qualcuno senza essere visto e balzare fuori all’improvviso.

Le poche persone che vi transitavano quella sera lo facevano per necessità e se avessero potuto scegliere, ne avrebbero fatto volentieri a meno.

In tutte le altre sere nessuno si era preoccupato di quella rientranza, questa volta però che si trovava ad avvicinarsi veniva improvvisamente raggiunto da una voce imperiosa che lo faceva sobbalzare con una domanda apparentemente banale.

All’istinto di voltarsi verso di essa, non riconoscendo nulla in quel buio scuro che la caratterizzava, non sapendo farfugliare che risposte di circostanza, ma del tutto inadatte, seguiva prepotente il desiderio di accelerare il passo e lo si metteva rapidamente in pratica, conservando di quell’inusuale esperienza solo un istintivo e profondo timore.

Il medesimo comportamento ripetuto per tutta quella sera lasciava quella voce senza una risposta adeguata, nonostante il reiterarsi della identica domanda alle più disparate persone.

La sera dopo, fortunatamente illuminata dalle solite lampadine, alcuni di quei passanti sono ritornati su quella strada ed avvicinatisi a quella rientranza, curiosi di scoprire la fonte di quella voce che li aveva turbati la sera prima, non vi trovavano nessuna persona, né alcuna traccia di una sua presenza in quel punto.

Delusi per non aver trovato soddisfazione a tutti gli interrogativi  che in seguito a quell’inatteso incontro si erano suscitati nei loro animi, erano in procinto di tornare sui loro passi quando, voltandosi ancora intorno, proprio guardando verso l’angolo più nascosto della rientranza, notavano un minuscolo disegno raffigurante una piccola lampadina ad incandescenza ed una scritta in caratteri microscopici. Avvicinatisi per leggerla si sorprendevano delle parole che vi trovavano impresse: “ La Luce che vi eravate persa e di cui sentivate molto la mancanza era la stessa che abitualmente sprecavate senza preoccuparvene. Vi ho solo voluto fare un piccolo scherzo per farvi provare come ci si può sentire senza averne più. Non me ne vogliate. Un amico. “

“P.S. : Prendetevene cura!”

“ Chi sei ?”

La vita frenetica vissuta ai ritmi odierni conduce sovente le persone a dimenticare le cose fondamentali del proprio vivere e indirizza le loro esistenze ad appiattirsi sulla ripetizione degli stessi gesti secondo orari standardizzati ed abitudini reiterate.

Spesso in tutto questo ci si dimentica di sentire il proprio animo e ci si limita ad essere il lavoro che si fa o la vita che si conduce, rinunciando a capire il senso profondo del proprio esistere.

Tempo fa, quando le macchine non avevano ancora preso il sopravvento sulle persone ed ancora in molti camminavano a piedi, vi era una maggiore facilità nell’incontrarsi, ed a volte, anche nel parlare, trovando piacevole il discorrere senza che nessuno avesse da ridire.

In quel tempo a volte ci si poteva imbattere in uno strano tipo che si fermava apposta nei punti di maggior transito col suo strano abbigliamento ed all’improvviso apostrofava le persone che gli passavano davanti con la stessa domanda formulata quasi a bruciapelo sulle facce di queste.

Molti non arrivavano a capire a chi era rivolta quella domanda improvvisa e, pensando di essere capitati nel bel mezzo di un dialogo tra altre persone, proseguivano senza nemmeno rispondere.

Alcuni avevano il dubbio di essere i destinatari di quel bizzarro quesito, ma, un po’ per la distrazione dei pensieri che avevano per la testa, un po’ perché non sapevano cosa rispondere, sorridevano in segno di saluto e, senza proferir parola, proseguivano senza fermarsi la loro strada.

In pochi si accorgevano di essere interrogati e farfugliavano una qualche risposta costituita da una somma di parole, però lungi dall’essere soddisfacente.

Uno, invece, rispondeva quasi come se la risposta l’aveva preparata da tempo e aspettava che qualcuno gliela chiedesse: “Non lo so, ma sto girando per scoprirlo. Può darsi che prima o poi lo scopro. Come mai me lo chiedi?” 

E l’altro , per nulla sorpreso dalla risposta, rispondeva: “ Mi sono fermato a riprendere fiato, perché è un cammino tortuoso, ma sono pronto a proseguire!”.

“ Hai stoffa ? “

La domanda posta a bruciapelo a chi non se l’aspettava aveva l’effetto di raccogliere solo risposte vaghe e prive di rapporti con le reali intenzioni dell’interlocutore. Questi con in mano un gessetto ed un metro da sarto, che gli scendeva sul petto dalle spalle dell’abito elegante che aveva indosso, aspettava una risposta, sembrava impaziente, anche se non lo voleva dare a vedere.

Dietro di lui era un tavolino su cui si notavano delle grandi forbici e dei rocchetti di vari fili colorati riposti in una scatola aperta. Degli aghi sicuramente erano da qualche parte: altrimenti come poteva cucire?

Quello che sicuramente non si vedeva era proprio la stoffa che doveva essere cucita.

Per questo motivo poneva in continuazione la stessa domanda alle persone che gli passavano vicino.

A quell’ora della mattina, però, tutti quelli che transitavano, intenti ad andare o al lavoro, o a scuola, o a fare qualche commissione, di stoffa tra le mani non se ne trovavano, se non quella dei vestiti già cuciti che avevano indosso, ma come facevano a dargliela?

Ci poteva essere forse un’altra spiegazione, anche se poteva certamente sembrare assurda. La stoffa che quello strano sarto chiedeva non era quella con cui ci si avvolgeva indosso per rivestirsi, ma quella che ognuno aveva in sé, chiusa all’interno del proprio animo e che spesso non si sapeva di avere.

Egli quindi non era lì per confezionare vestiti ma per aiutare a ricucire gli strappi che questa umanità presentava con sempre maggiori lacerazioni.

Restavano solo congetture: nessuno si fermava ed il sarto, stanco di chiedere invano, sbaraccava quello strano tavolino e, così come era venuto, spariva.

“E la precedenza ?”

Le strade erano tracciate con strani segni a terra, dipinti tempo prima con vernici bianche ed ora in parte scoloriti. Vi erano anche dei cartelli metallici sorretti da pali ad una certa altezza, in modo da essere visibili anche da lontano.

Ve ne erano anche altri, ben più grandi, che distoglievano gli sguardi con immagini accattivanti. Reclamizzavano prodotti con la scusa di mostrare spesso modelle dalle fattezze apparentemente disponibili.

Naturalmente le strade erano dense di automobilisti rinchiusi nelle loro scatolette di plastica e latta, sollevate da ruote di gomma ripiene di aria che rotolavano tutti i giorni avanti e indietro.

Le strade spesso s’intersecavano tra loro ed in corrispondenza di queste intersezioni si assiepavano la maggior parte dei cartelli.

Il significato degli strani segni che vi erano impressi era però quasi del tutto scomparso dai ricordi degli automobilisti, che spesso avevano problemi nel dialogo tra loro agli incroci in cui a volte si scontravano o rischiavano di farlo e non comunicavano se non con strani gesti ed oscure parole con linguaggi spesso scurrili.

In quelli più pericolosi vi si trovavano dei pali colorati di giallo con delle strane teste allungate, di colore verde scuro, con tre occhi colorati che si illuminavano in momenti e con colori diversi. Il più grosso di questi era collocato più in alto e quando si accendeva irradiava una luce rossa che veniva vista anche da lontano e serviva ad avvisare chi sopraggiungeva da lontano che si doveva fermare. Gli altri due erano di diametro identico, quello più in basso era verde e, quando si accendeva, consentiva alle macchine ferme di ripartire e di attraversare l’incrocio, mentre al centro era di colore giallo ed avvisava chi si stava avvicinando che era quasi il turno delle macchine ferme sull’altra strada di oltrepassare l’incrocio. I nomi di questi pali erano semafori e si erano diffusi in molti incroci nella speranza che facessero diminuire gli incidenti. Loro ce la mettevano tutta e con regolarità prestabilita alternavano il transito delle macchine delle diverse strade agli incroci. Ma spesso i loro annunci restavano inascoltati e a volte, scoraggiati da tanta indisciplina, si guastavano, rinunciando ad emettere le tre luci e lampeggiavano le medesime luci arancioni.

A volte agli incroci si collocavano delle persone in divisa che vigilavano sulla correttezza degli automobilisti e su taccuini appositi annotavano le targhe degli indisciplinati.

Erano stati scritti molti codici con belle regole da rispettare, ma, chiusi nelle loro macchine, gli automobilisti viaggiavano sempre in compagnia della fretta e le strade, che fossero asfaltate di fresco o ricolme di buche o tappezzate di rattoppi, nonostante i tanti nomi che le distinguevano, sui cigli  mostravano lapidi che a stento trattenevano le foto delle molte persone che in qualche punto del loro continuo scorrere vi erano morte.

Quello di cui veramente sembrava essersi persa traccia era il significato stesso della precedenza.

Solo un vecchio, davanti a delle scolorate strisce pedonali, con un bastone in mano, per sostenersi dal peso degli anni che si portava sulle spalle e che gli si vedevano bene indosso, indeciso se lanciarsi nell’attraversamento, se lo chiedeva a mezza voce che quasi non gli si sentiva la domanda, mentre le macchine gli sfrecciavano davanti che quasi lo volevano già investire prima ancora che entrava nella strada.  

“E che ci vuole ??!!?”

Il gradasso aveva apostrofato per bene, scandendo con enfasi le poche parole. L’altro, per nulla turbato da tanta faciloneria, cedeva volentieri l’incomodo e lasciava che a tanti facili propositi pronunciati potessero seguire dei fatti tangibili.

La maniglia era dura e di girare non ne aveva proprio l’intenzione.

Gli altri passeggeri stavano già valutando l’ipotesi di raggiungere un’altra porta per poter scendere alla fermata.

Sul vetro non vi era nessun cartello con la dicitura “guasta”, che ne facesse presupporre l’impossibilità dell’apertura.

Le altre porte erano tutte aperte e i passeggeri vi scendevano normalmente.

Il tale che aveva per primo tentato l’apertura si era unito al gruppo che si era diretto verso una delle altre due porte che vi erano nei pressi e, dopo poco, oltrepassatala, si era ritrovato sulla banchina, giusto in tempo per vedere la porta richiudersi ed il treno ripartire.

Dietro l’altra porta, ancora chiusa, vi armeggiava l’altro: non si era reso conto che la maniglia era bloccata e che, se voleva scendere, ormai alla prossima fermata, doveva cambiare uscita. 

“Conta la Cultura? “

Avevano speso molto del loro tempo chini sui libri a studiare gli scritti di uomini e di donne vissuti prima di loro, in cui si parlava dell’importanza dello studio e di come da esso trovasse miglioramento l’agire dell’uomo, sempre teso verso il progresso.

Avevano le spalle curve dal peso di tutto quello studio e le loro teste faticavano a restare sopra di esse, tanto era imponente ciò che erano chiamate a contenere.

Fuori da quegli studi sembravano inutili, perfino indifesi ed ogni loro passo in questo mondo ostile poteva essere fatale al loro esile vivere.

Nessuno vi badava e le persone erano tutte prese a correre appresso a miti ed a mode spesso effimeri.

I libri, poi, non si leggevano più, nonostante in molti ne scrivevano, ma spesso senza senso.

Le televisione blateravano messaggi all’altezza di chi li stava a sentire, ma l’uditorio si abbassava sempre più e non c’era verso che si rialzasse.

Sotto l’ombra della grande quercia si ritrovavano nei tiepidi pomeriggi di primavera e discorrevano per ore. Erano in pochi a parlare, ma circondati delle tante persone di cui narravano le gesta, i pensieri e le opere, ad ascoltarli pareva esservi una moltitudine ed anche se nessun altro si accostava a scambiarvi frasi, loro non erano mai soli.

“Avete per caso visto il mio passo?”

Sul limitare dell’interlocuzione, proprio nel bel mezzo  di un tratto pronunciato, soggetto a notevole attraversamento di pedoni, intenti a proseguire su traiettorie singole, solo apparentemente uguali, si era a lungo soffermata una signorina elegante che faceva avanti e indietro sul medesimo segmento immaginario e si guardava continuamente in terra tra i piedi delle gambe, incerta, come se avesse smarrito qualcosa.

Le persone che sopraggiungevano, incuriosite da quel suo comportamento, la guardavano un po’ prima di proseguire, tirati per le braccia dalle loro frette. Alcuni, più liberi da questi gioghi, potevano prestare maggiore attenzione e soffermarsi a loro volta in osservazioni più approfondite.

Tra questi ve n’erano un numero limitato che si sentivano in dovere di prestare anche un’offerta di aiuto, immaginando che quella signorina avesse perduto qualcosa di importante, senza la quale non poteva proseguire il suo cammino.

Alla loro domanda se avesse perduto qualcosa, certo non si aspettavano che rispondesse con un’altra dal tono assai bizzarro.

I loro visi, scolpiti in un sorriso interrogativo dallo stupore, non riuscivano quasi a formulare una risposta sensata, subito si chinavano a guardarsi le gambe, nel timore di aver perso il loro e misuravano con spostamenti dei loro arti inferiori la distanza immaginaria che separava i loro piedi nel continuo camminare, non trovando nulla di adeguato.

Come avessero fatto tutti loro a perdere il loro passo non si è mai capito, però devono averlo ritrovato perché poi non si sono più rivisti in quel punto.

“Sapete tirare le somme?”

Gli spettacoli televisivi, ormai da diverso tempo, avevano perduto quella facilità di trattenere gli spettatori con semplicità e, poiché si erano moltiplicati, spesso su canali diversi e con attrazioni analoghe, incontravano crescenti difficoltà nel mantenere alti i cosiddetti indici di ascolto, che da alcuni decenni ne sancivano il successo reale.

Gli spettatori ormai stanchi del ripetersi di programmi fotocopia, sempre più li disertavano per seguire innovazioni tecnologiche o film ben confezionati.

Avevano ancora un discreto successo i quiz, le serie televisive seriali, in cui vi erano frequenti colpi di scena, i cosiddetti reality  e quelli in cui attraverso una continua suspense  alla fine un concorrente arrivava ad aprire un pacco e ne vinceva il contenuto, tra diverse alternative.

Nel frattempo, sempre più videodipendenti e meno preparati in cultura, gli spettatori avevano generalmente perduto il contatto con le materie scientifiche e letterarie. Molti spettacoli lo mettevano già in luce da tempo, ma senza generare in loro alcun desiderio di rivalsa.

Improvvisamente un canale secondario si imponeva all’attenzione di un numero sempre crescente di spettatori. Il titolo del programma che proponeva era costituito da una domanda a cui i concorrenti dovevano soddisfare con le loro risposte.

La parte del leone la faceva la Matematica. 

Ai concorrenti venivano dati dei fogli in cui erano scritti dei numeri a diverse cifre che dovevano essere sommati.

Solo se le somme erano giuste i concorrenti potevano accartocciarli e lanciarli verso i rispettivi cestini.

Vinceva chi tirava più somme nel suo cestino.

Gli spettatori a casa potevano anche loro esercitarsi a tirare le somme.

Visto il successo della prima edizione: le strade erano sempre più piene di persone tutte prese a tirare le somme, nella seconda oltre alle somme si iniziavano a lanciare anche le differenze.

Alla terza edizione si affrontava la moltiplicazione e per la quarta era d’obbligo affrontare la divisione.

Alla quinta era la volta delle potenze. Per la sesta si passava alle frazioni e per la settima le radici quadrate erano le benvenute.

L’ottava non si faceva, non perché non ci fossero argomenti da affrontare, ma perché alla fine della trentesima edizione forse non ci sarebbe stato più lavoro per i professori di matematica, superati in preparazione dai loro stessi alunni, tutti assidui frequentatori del programma che insegnava a tirare le somme.

foto pexels

INDICE:

Premessa………………………………………………………………..2

Hai visto mai?………………………………………………………………………….3

Lei lo sa chi sono io? …………………………………………………..4

Era lei? ………………………………………………………………….5

Ci vuole molto? …………………………………………………………6

Che ora è ? ………………………………………………………………7

Che tempo fa ? ………………………………………………………….8

E la Luce ? ………………………………………………………………9

Chi sei ?……………………………………………………………………………………11

Hai stoffa ? ………………………………………………………………12

E la precedenza ? ……………………………………………………….13

E che ci vuole ? …………………………………………………………15

Conta la Cultura ? ………………………………………………………16

Avete per caso visto il mio passo ? …………………………………….17

Sapete tirare le somme ? ………………………………………………..18

Indice……………………………………………………………………..19