RACCONTO NATALIZIO, di Bruno Mattu

         Il dito della mano destra sbucava appena dalla manica lunga del pigiama pesante, il braccio disteso era stanco.

Il viso pallido si vedeva appena circondato dal colore della neve con sfumature argentee: la barba lunga e i capelli folti.

Il nonno giaceva sul letto, sotto le coperte al caldo. Un colpo di tosse ogni tanto si alternava al monotono ansimare del suo respiro.

        La finestra che avrebbe voluto indicare era la al centro di quella parete buia e illuminava tutta la stanza, riempita da quel grande letto.

Fuori l’inverno camminava e lasciava le sue impronte ovunque, come un bambino disordinato che spargeva i suoi giocattoli sul pavimento, preso dalla foga del gioco e che, stancatosi improvvisamente, si spostava altrove affascinato dal passaggio di una farfalla che gli sfiorava gli sguardi: ma farfalle ora non se ne vedevano.

La neve, quella vera era lì, gettata a mucchietti e copriva in parte il procedere degli animali e delle piante e l’alternarsi delle recinzioni e il susseguirsi dei veicoli sulle strade e a mano a mano che ci si allontanava con lo sguardo, si confondeva nel resto del paesaggio fino a fondersi con l’orizzonte.

Il cielo non era azzurro, il suo abito più elegante lo conservava per le giornate frizzanti di gennaio, in cui si sarebbe mostrato nitido al punto da sottolineare qualunque apparizione, anche la meno appariscente presenza sottile d’ali lievi d’uccellini piccoli, timidamente intenti a seguire l’istinto di cacciare improbabili prede.

Le nuvole che ne ovattano il pallore che appena riusciva ad esprimere non consentivano d’immaginare altro che potesse muoversi dietro e lo sguardo restava prigioniero, costretto a voltarsi a fatica tra tutti quegli oggetti immobili, lontani e piccoli come le statuine disposte su un gigantesco presepe.

Era dicembre e non mancava molto a Natale, ma nessuno lì aveva ancora preparato nulla che aveva potuto rammentarne il suo approssimarsi.

Aveva preso fiato quest’attimo, lungo la scarpata di un discorso, interrotto all’improvviso, come per rifocillarsi, dopo una lunga camminata.

Il silenzio, che sospirava appena, era stato coperto dall’aprirsi di quella porta, severa che nascondeva sempre qualcosa dietro e che ora consentiva l’ingresso all’adorato nipotino.

Non era ancora alto: quattro spanne di dolce tenerezza e voleva tanto bene al suo nonno, che si era fatto anziano troppo presto.

Avrebbe voluto vederlo in piedi, accanto al focolare, come gli altri anni in cui lo veniva a trovare e che appena se ne ricordava, per via dei suoi giovani anni.

Suo nonno a letto non aveva quasi la forza di guardare e a tratti riposava la fatica del suo vivere.

Era alto l’armadio e scuro di legno che a guardarlo non ci si specchiava sugli sportelli, che arrivavano vicino al soffitto.

Il nipotino era intimorito da questi mobili antichi che trattenevano tra gli intagli incisi il lento incedere degli anni.

Egli sapeva che mancavano pochi giorni a Natale, a casa sua avrebbe atteso l’arrivo di Babbo Natale insieme ai suoi genitori, incantato tra le palline dell’albero e le statuine del presepe.

Questo nonno che tanto somigliava a Babbo Natale, era malato e non aveva voglia di festeggiarne l’arrivo in questa casa improvvisamente così triste.

Gli anni passati, di questi tempi fervevano già i preparativi per l’arrivo delle feste.

Nel cortile il grande abete addobbato accoglieva tutti intorno alle sue luci e richiamava i conoscenti da lontano, per la sua altezza che superava perfino i tetti delle case intorno.

Nella stanza accanto al grande presepe era in costruzione con le montagne circostanti da cui scendevano ruscelli e le campagne, i paesi e i pastorelli che ad uno ad uno prendevano il loro posto in un’armonia sublime in equilibrio intorno alla grotta con il giaciglio di paglia, sul quale sarebbe poi nato il bambino Gesù.

Ma ora quel bel presepe di tutti gli anni passati era ancora smontato e riposto negli scatoloni in soffitta e non c’era nessuno che avesse voglia di farlo.

La tristezza serpeggiava tra quelle pareti alte e severa affiorava insieme alle ombre che vi si proiettavano minacciose.

Tutti n’erano stati contagiati, anche i visitatori occasionali che vi giungevano a far visita non potevano non mostrarla nelle espressioni dei loro visi.

Solo il nipotino aveva ancora l’entusiasmo di scacciarla e quando giungeva sembrava portasse con sé anche dei raggi di gioia che lì non parevano più esser di casa.

Avesse potuto guarire, egli lo avrebbe fatto. Sui libri che la sera la mamma gli leggeva, erano scritte tante storie in cui era possibile ottenere la guarigione delle persone, alcune addirittura dalla stessa Morte. Certo, c’era sempre di mezzo qualche fata buona che vinceva i sortilegi delle streghe cattive, ma, in fondo, se in quelle pagine vi erano scritti, gli eventi dovevano essere accaduti e perché mai non si potevano ripetere ancora?