BRAVO RAGAZZO, di Vittoriano Borrelli

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Non avrei voluto essere un bravo ragazzo e nemmeno il primo della classe. Appellativi che mi sono stati affibbiati fin dalla tenera età, con mia madre che mi guardava orgogliosa dei miei silenzi e del mio essere discreto. Per anni mi sono chiesto che cosa sarebbe stata la mia vita se avessi imboccato un’altra strada, libera, anarchica e senza regole precostituite.

 Essere un bravo ragazzo costa fatica. Ci vuole dedizione, attenzione e deferenza verso gli altri,  essere sempre all’altezza e non deludere mai. Insomma una faticaccia che toglie estro, fantasia, improvvisazione, spregiudicatezza.

 Meglio, molto meglio essere un ragazzaccio o, come si dice dalle mie parti, uno scugnizzo che mastica di strada, di polvere in faccia da spazzare via con uno sputo verso il mondo che ti guarda come un Grande Fratello, a cui non appartieni e dal quale preferisci prendere le debite distanze.

 Un cattivo ragazzo o un uomo cattivo, spregiudicato, contestatore e calpestatore affascina di più. Un manipolatore delle genti schiave della propria debolezza di non osare, l’eroe dei nostri tempi che sghignazza davanti ad una folla anonima che batte in ritirata trovando a quel punto terreno fertile per imporre la propria agibilità sociale.

 Un cattivo ragazzo è l’esempio da seguire, il proibito che stuzzica gli appetiti come quando si ha una gran fame dopo un lungo digiuno fatto di rinunce, di diete ferree badando a non ingrassare nemmeno di un centimetro, compressi in un corpo privo di forme adescanti e provocanti.

 E chissà che non siano proprio i bravi ragazzi ad essere cattivi e questi ultimi i più buoni e… accattivanti.

 Chissà che non sia stato anch’io un cattivo ragazzo senza malizia e furbizia, senza avere cura di me stesso perché troppo occupato ad accontentare anziché ad accontentarmi, prendere per mano la mia anima e coccolarmi.

 Il pensiero verso gli altri alla fine lacera e consuma. Sarò stato proprio un cattivo ragazzo se mi sono perso nella scrittura, nelle parole d’inchiostro che hanno decantato un mondo che non esiste, che mi hanno fatto agire, alfine, all’ombra dei poeti maledetti.