Inefficienza del regionalismo e Costituzione: smettere di cambiare per cambiare davvero, di Angelo Marinoni

6 settembre 2020

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Alessandria: In questo periodo difficile  e complesso si sono succeduti eventi di portata enorme, eventi  più negativi che positivi, ma essendo stati eventi impattanti avrebbero dovuto avere almeno la funzione positiva di mettere in evidenza gli errori macroscopici fin qui commessi dalla classe politica e dirigente in genere sia nell’ambito di gestione delle Istituzioni, sia negli ambiti socioeconomici.

L’occasione era quindi propizia all’individuazione degli errori e alla risoluzione dei problemi conseguenti, qualcosa in più del non ripetere gli stessi errori tipo costruire un sistema in cui certi errori non si potessero più commettere.

Occasione persa, e convintamente.

Non solo chi di competenza non risolve, ma quasi tutti attori della italica commedia umana continuano a ripetere gli stessi errori con strafottente pervicacia.

Durante la chiusura quello che ha funzionato meno e che ha costituito un grosso freno all’azione di normalizzazione e contenimento dell’emergenza è stato il  sistema istituzionale originato dalla riforma del titolo V della Costituzione.

Oltre a una perniciosa successione di inefficienze si sono anche concretizzati dei conflitti di competenza fra Stato e regioni che hanno reso ancor più debole e inefficace l’azione di gestione dell’emergenza, rivelando che la riforma oltre che sbagliata nel merito ha profonda lacune di metodo difficilmente risolvibili.

Va comunque premesso che esiste anche un approccio molto sbagliato dei media nei confronti degli amministratori regionali a partire dalle definizioni.

Dovrebbe essere chiaro che in Italia esiste un solo Governatore: quello della Banca d’Italia, nelle regioni non esistono governatori, ma presidenti della giunta regionale che sono figure amministrative e non hanno nulla a che vedere con i governatori degli stati americani.

Sarebbe ora di finirla di scambiare il Veneto per l’Illinois o la Campania per il Texas, come sarebbe il caso che alcuni presidenti di giunte regionali dal Sud al Nord del Paese tornassero ad amministrare smettendo di atteggiarsi a viceré.

Durante la pandemia gli effetti devastanti delle gestioni regionali della Sanità, il caos normativo derivante dai conflitti di competenze, il tragicomico divieto di passaggio da una Regione all’altra (difficile dimenticarsi la possibilità di scorrazzare da Ovada a Gravellona Toce facendo 200 km e il divieto di andare da Tortona a Voghera facendone 15) avrebbero dovuto far rapidamente pensare, per esempio, a un ritorno al tanto vituperato SSN ovvero Sistema Sanitario Nazionale nella sua versione preriforma che con le sue USSL (unità sociosanitarie locale) avrebbe potuto gestore l’emergenza in maniera univoca, omogenea e probabilmente più efficace.

Senza considerare che viviamo in un’epoca in cui rispetto a una domanda civica di un qualunque servizio pubblico il decisore politico di turno inizia lo straccio di vesti e una pioggia di lacrime in un borsellino sempre vuoto evitando accuratamente di rendersi conto che il tanto vituperato SSN con il quadruplo dei posti letto (e terapie intensive) costava quattro volte meno della somma dei 15 sistemi sanitari regionali delle regioni a statuto ordinario.

Nella fase successiva all’emergenza si sono manifestati altri effetti del delirio regionale con esempi che da soli avrebbe dovuto convincere tutti dell’urgenza dello stralcio di quella riforma del titolo quinto: per esempio è successo che una Regione applichi un tipo di distanziamento fra viaggiatori sul treno, quella limitrofa un altro con il risultato che un treno mediamente affollato in una città della prima regione del suo percorso diventi un treno troppo pieno per ripartire dalla città immediatamente successiva, ma nella seconda Regione, come é successo che una Regione mantenga orario ridotto e quella limitrofa riattivi il servizio rendendo gli spostamenti complessi con coincidenze impossibili, questo anche perché le regioni italiane sono enti amministrativi non stati come il Kansas e le dinamiche socioeconomiche non seguono i confini della cartina dell’Italia politica che era appesa sulla parete della mia aula di terza elementare nel 1982.

Quelli citati sono un aspetto gestionale e un caso particolare, ma sono esempi di una ormai conclamata inadeguatezza del modello istituzionale derivato dalla riforma del titolo V, inadeguatezza cancerogena in cui il taglio dei parlamentari costituirebbe metastasi devastante.

Un sistema frammentato in cui le realtà metropolitane giá monopolizzano risorse e percorsi decisionali vedrebbe crescere pesantemente le sue criticità con una rarefazione quantitativa della rappresentanza parlamentare dove territori vasti avrebbero una rappresentantanza minima rispetto alle cittá metropolitane, enti peraltro retaggio di una interpretazione del territorio lontana dalle reali dinamiche socioeconomiche che lo governano.

Una soluzione avventurosa potenzialmente compatibile con la riduzione quantitativa della rappresentanza parlamentare  potrebbe proprio derivare dal sistema elettorale presidenziale americano con  la costruzione dei collegi su base territoriale indipendentemente dalla popolazione che vi insiste sopra, ma ė chiaro che  non vi sia alcuna ragione per stravolgere così tanto il sistema come non vi sia alcuna necessitá di ridurre la rappresentanza parlamentare violentando ancora una volta la Costituzione invece di cominciare a lenire le violenze precedenti prendendo atto del fallimento conclamato delle riforme fin qui fatte.

Andrebbe riformata solo la nostra mentalità e andrebbe ripresa quella Costituzione della Repubblica Italiana promulgata nel 1948 pensando a come attuarla invece di come riformarla.