RABBIA: Recensione alla silloge poetica di Paola Varotto di Angelo Domenico Jof Manno

RABBIA 

Ho scagliato rabbia

contro muri di indifferenza

non sopportando più

visioni di innocenze

rubate, usate, vilipese

Ho attraversato mari

di ozioso cinismo

urlando la mia impotenza.

L’incredulità di un Dio

di vendetta che, non risponde

all’appello quando lo invochi.

Mani, sempre più piccole

si protendono su appigli

di futuro negato

di strade asfaltate, non già

di ricchezza, ma di poco benessere

di poco amore che permette la Vita.

Ho fantasticato di un mondo

dove “se puoi”,non ti barrichi

nella tua torre d’avorio, ma

ti mescoli, piccolo gnomo laborioso

in una moltitudine di giganti inoperosi

a restituire sorrisi a visi solcati

da lacrime di sangue.

Ho immaginato, nella mia presunzione

un mondo da rivoltare.

vecchio cappotto double face

rendendolo nuovo e lucente

senza più diversità e specismo..

dolce chimera che, mi addormenta la sera

svegliandomi al mattino, nel solito

caotico TG della vita reale!

©Copyright L.633/1941

Paola Varotto

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L’uomo è stato creato dall’amore di un atto divino o meno, ma come tale deve mantenere il suo ruolo per continuare a sostenere il trono della vita. 

L’urlo straziante di rabbia di Paola si scaglia contro un Dio fatiscente che, a suo dire, non è affatto misericordioso, anzi ci ha abbandonato. Quando risponderà agli appelli dei fedeli? E come lo farà? La vendetta come ha già fatto in passato. Il pessimismo estremo dell’autrice affonda le radici nelle immagini quotidiane, dal Tg che rivela guai interminabili. Se Leopardi alle fine dei suoi versi si riappacifica e diventa speranzoso, Paola Varotto stabilisce con prepotenza che nulla ormai c’è da fare: È tardi.

Oserei dire “Dimenticare questo mondo” è l’appellativo della poesia di Paola Varotto, che, nel porsi alcune domande, ci offre incisive parole con un lirismo freddo, ma nello stesso tempo ricco di humus penetrante a tal punto che dà risposte a quesiti in una società sempre più lontana dall’equilibrio, dalla natura e da quell’essenza che dovrebbe sostanza integrante di una realtà trascendentale.

E poiché l’artista Paola nel momento in cui denuncia, accade pure che la sua azione favorisce, o almeno dovrebbe, la costituzione di una comunità, all’interno della quale puoi accorgerti che l’esistenza umana è un percorso di interrogazione, un mettersi in questione, domanda dopo domanda… una specie di cammino di erranza verso la conoscenza tua e di quello che ti circonda. Per tale via ci accorgiamo che, pur avvertendo il “mal di vivere” e pur considerando la vita umana un insensato procedere lungo un muro invalicabile, l’uomo non può fare a meno di andare avanti, perché per una legge naturale nessuno può arrestarsi, ma ognuno deve procedere e tendere incessantemente ad una meta: una meta sempre nuova, anche quando a prima vista appare irraggiungibile.

Angelo Manno