Dovrebbe far parte del libro di racconti, di Pee Gee Daniel

Visita Alessandria

Un regalo di Luigi Straneo.

Dovrebbe far parte del libro di racconti

#leviedellanostracittà.

VIA CAVOUR, di Pee Gee Daniel

Si era in pieni anni ’80.

Quelli che vanno di moda ora nelle serie televisive, perché la maggior parte degli sceneggiatori ha la mia età e si sa: il periodo più importante della vita è l’infanzia e, qualunque cosa farai dopo, soprattutto in campo creativo, sarà un modo per tentare di tornarci.

C’erano la Milano da bere, il craxismo rampante, la paura della guerra atomica, i casi di Alfredino e di Emanuela Orlandi, i Big Jim e, dopo, i Masters of Universe, c’era solo il telefono fisso in casa, magari appoggiato sopra una colonnina a torciglione in bachelite, che quando uscivi nessuno ti poteva più rintracciare, c’era il consumismo e un edonismo famigliare sempre più diffuso.

Ricordo tanti negozi di allora: le gastronomie di via San Lorenzo, davanti alle quali il sabato c’era la coda fuori, c’erano gli alimentari che vendevano a peso, con i sacchi di cereali aperti lì a tiro e la paletta affondata dentro con cui il cliente si poteva servire da solo, che io usavo come simulacri di spiagge caraibiche immaginarie o sabbie mobili del Continente Nero nelle quali impantanare i miei pupazzi di plastica alle prese con una delle loro avventure esotiche, schifando gli acquirenti che alle mie spalle osservavano le mie mosse, anche le sigarette allora si vendevano sfuse: «Cinque Nazionali, per cortesia!».

Ebbene, tra tutti gli esercizi di quell’epoca, quelli a cui i miei ricordi ovviamente sono più legati restano i negozi di giocattoli.

Non c’erano le grandi catene, né i centri commerciali. Qua in Alessandria i negozi di giocattoli più importanti, e che ricordo come spelonche di pirati o nascondigli da Alì Babà, la cui entrata imboccavo ogni volta con occhi pieni di meraviglia e un’instancabile voglia di novità, erano Alvigini e Provera. Erano attività molto ben avviate, un viavai di gente dall’apertura fino a quando le saracinesche non calavano come tante ghigliottine, tutti i prodotti appena usciti sul mercato: le Barbie, le macchine radiocomandate, i trenini.

Poi c’era una giocattolaia che faceva specie a sé.

Si trovava in via Cavour, appena svoltato da corso Cento Cannoni, dove adesso c’è un ristorante asiatico e subito prima c’era una pizzeria.   

Più che un negozio era un vero e proprio antro: mal rischiarato, stretto e profondo, si prolungava dalla strada sino al cortile interno del condominio. Appena ci si metteva piede, le narici venivano aggredite da odori arcaici e nostalgici, tra canfora e sacchettini di lavanda sparsi per l’ambiente. La stessa gerente emanava effluvi da acqua di colonia dalle fragranze antiche.

In città era conosciuta come “la Matta”, e in effetti non saprei riportare quale fossero i suoi veri estremi anagrafici. Il nomignolo era dovuto a certi suoi comportamenti e stravaganze in gran parte causati da alcune sue caratteristiche fisiche. Del resto, erano tempi in cui bastava poco per vedersi appioppato un epiteto del genere.

La sua figura era inconfondibile: un alto chignon le torreggiava sopra la testa, puntellato da una fitta serie di forcine, e indossava immancabilmente vestiti sbracciati e scollati, in estate e in inverno. Si mormorava infatti che la donna fosse affetta da una di quelle malattie congenite che non permettono al corpo un’adeguata termoregolazione. Del resto, le sue abitudini non facevano che confermare tale diceria: la si vedeva correre a tutta birra per il centro sulla sua pesante bici da uomo a braccia scoperte e gola offerta all’aria pungente anche nei mesi più rigidi. E si parla di tempi in cui i cambiamenti climatici non avevano ancora sconvolto gli elementi atmosferici qui da noi: l’autunno era segnato da una nebbia impenetrabile che avvolgeva ogni cosa, fatto e persona come una membrana impalpabile, mentre d’inverno tirava una galaverna che ti strappava la pelle di dosso e faceva certe nevicate alte sino al bacino. Ancora ricordo quando piazza Mentana era rimasta chiusa al traffico e la gente ci faceva sci di fondo.

Lei niente, impermeabile a freddo e caldo. Quando la andavamo a trovare, ci raccontava che verso gennaio era solita prendere il treno e andare sino ad Alassio, dove si immergeva nelle acque ghiacciate per un bagno ristoratore, tra le occhiate sconvolte degli alassini, come spiegava, ghignandosela. Ci mostrava anche le Polaroid: quando si concedeva alla balneazione congelante, prima si scioglieva i capelli, che, non trattenuti dal consueto chignon, apparivano come una mantellina setosa o una tenda che le scendeva sin sotto al sedere.

Ma ora, per tornare ai suoi commerci: lei non teneva i balocchi in plastica modellata che riempivano gli scaffali dei concorrenti, entrare lì da lei era come fare un tuffo in un recente passato, subito prima dell’ingerenza dei polimeri in ogni genere di industria, anche quella dei giochi, buttarsi a capofitto in un’antiquata camera delle meraviglie.

C’erano plotoni di soldatini di piombo di ogni epoca ed esercito: opliti, yankee, soldati napoleonici, pellerossa, kamikaze nipponici, boeri. C’erano pupazzi a molla, rinchiusi in scatole cubiche in attesa che qualcuno girasse la chiavetta, bambole di pezza e di lana cotta, macchine e camion di latta che rilucevano pallidamente nella tenue luce dei locali, archi e frecce, pistole a tamburo e cinturoni da cowboy, trottole, strumenti musicali in ottone rimpiccioliti, poi c’erano le marionette in legno e tessuto e i burattini con le teste di terracotta, che erano la mia passione. La strega, Pulcinella, Balanzone, Gianduia, il ladro con la mascherina nera sugli occhi, il poliziotto col manganello incollato alla mano, la bella principessa, il re scorbutico entrarono tutti in casa mia, compreso il teatrino costituito da quattro assi di legno colorato, per gli spettacolini che tenevo per parenti e amici le domeniche pomeriggio.

La negoziante, aveva una parola buona per ognuno di quegli articoli, come fossero suoi figli, lei che di figli non ne aveva, e se ne distaccava tutte le volte con un piccolo visibile dolore.

Un dettaglio che la gente aggiungeva, quando parlava di lei, era che le persone affette da quell’anomalia fisiologica morivano presto. Anche quello fu confermato. Da un giorno all’altro ricordo che passammo davanti al negozio e lo trovammo serrato. Rimase così per settimane, poi per mesi, sinché non si diffuse la notizia che la simpatica giocattolaia, che avrà avuto una cinquantina d’anni o poco più, era scomparsa. Con lei – viene quasi automatico aggiungere – era scomparso quel mondo di balocchi nobili e ormai sorpassati di cui si era fatta amorevole tutrice.