Racconti: MI CADE L’OCCHIO, di Valeria Bianchi Mian

MI CADE L’OCCHIO 

A me cade l’occhio in generale, “sulle cose sulla gente”, mi cade e lo raccolgo cristallo (stranito) dal mondo. In minigonna ci andavo alla festa di A., sempre un po’ timorosa di strafare eccedendo – un deux trois, gioco a “Venere di Rimmel”. Attrarre il professore per confondere l’interrogatorio “mi dica signorina” poteva essere un’idea, e lo era in effetti, un po’ a metà tra la seduzione lolita e l’innocenza del riccio. Dei bavosi lumaconi ricordo invece le mani addosso nella ressa metropolitana, la pazza folla del sabato pomeriggio a Milano, eoni prima del virus d’incoscienza contemporanea. C’era ancora speranza, nonostante il boom delle plastiche e le spalle imbottite “dammi una lametta che mi taglio le vene”. 

Mi cade l’occhio sulle gambe, sui seni e sulle bocche, sulle parole purezza e oscenità. Mi scivola lo sguardo catturato da un muscolo da un guizzo di scaglie dal raggio di sole da un cane che passa. 

A volte mi fermo sognante e ci metto un momento a riprendere il filo del discorso. 

Al contempo, io credo che in chiesa non passeggerei  in costume da bagno, qualora mi sorgesse la voglia di entrare a guardare il corpo di Cristo o il membro del Diavolo sotto la lama del più prestante Michele. 

Ogni luogo ha il suo palco, il suo gioco di ruolo, un fare sociale che si esprime in parole e tessuti, tra veli pretesto che scrivono il testo in contesto. Sul concetto di eleganza non discuto, concentro – accade – sconcerto.

V.

(Ovviamente mi riferisco alla polemica sul tema ‘minigonna a scuola’ e altre storie di ‘occhi che cadono’…)