Racconti. Un grande amore, di quelli che non tradiscono, di Federica Vanossi

Mi fermo in punta di piedi su questa linea, tra l’azzurro ed il verde, fra il tramonto che illumina un viso spaurito e l’alba a venire che dipinge un sorriso e un arrivederci. 

Osservo la gente, non quella di Glyfada, della ricca, forse troppo, cittadina in cui sono cresciuta per buona parte dell’anno; osservo e parlo con i veri greci, quelli che soffrono eppure credono in un paese che sanguina, però combatte senza indietreggiare. 

In un vecchio cafenion, siedono ad un tavolo scrostato e poco fermo sulle gambe usurate, due anziani che giocano a backgammon, mentre con una mano scivolano sulle sfere in vetro blu di un datato komboloi. 

Bevono caffè greco, quello che lascia la terra in.bocca, si rifiutano di chiamarlo turco ed io con loro. 

Sorridono e, non sorprendentemente, mi invitano a sedere. 

Pongono domande che riportano indietro nel tempo, ai dialoghi di Platone ed ai quesiti socratici. 

” La felicità, pedi mou, dove la cerchi?”

Guarda il Partenone, guarda i colori del.mare, non costa, quelli nessuno li porta via”

Dunque continuano a dissetare l’arsura che mi zittisce e offrono retzina, il vino che ” fa sentire le cicale “.

Al suono di cicale e tortore che scherniscono la malinconia in agguato, mi addormento con la valigia accanto. 

Ritorno a Torino, con Pandora semi vuota di abiti, ma colma di sassolini bianchi, gelsomini, ricordi mai seccati e rami di ulivo del giardino di mia madre. 

La vedo al tramonto, bambina ribelle, come me che le somiglio. La vedo scalza, come me che mi ostino a nascondere le scarpe. Giochiamo a nascondino tra le palme e altre piante che sanno di lei. 

La vedo dal balcone e nascondo gli occhi rossi:

“Un, due, tre, tana. Ti ho trovata, mamma”.

Non è un addio, però fa male. 

Un grande amore, di quelli che non tradiscono.