Racconti: Pentagrammi di parole, di Federica Vanossi

Io li chiamo pentagrammi di parole, perchè scrivere é musica.

Lo chiamo ricamo in endecasillabi a rime non alternate, perché la prosa può diventare poesia accompagnata da archi e strumenti a fiato.

La definisco un’arte polifonica, spesso una monodia e persino una fotografia nostalgica color seppia, o in bianco e nero, se racconta di memorie lontane, come se una moviola gracchiante e mal funzionante riproducesse un timido film del passato, uno di quelli in cui i personaggi si muovono a singhiozzo, cedendo frettolosamente il posto sulla scena, ad altri che prendono forma da ombre velate. 

Il ritmo lo dirige la penna, lo dirige il pensiero unito al sentimento che lo segue, come se l’ombra fosse una soltanto o se le due, distinte per un attimo, si rincorressero fino a combaciare perfettamente.

Non è soltanto un ritmo narrativo che scandisce i tempi della storia, non è dissimile da quello musicale, un accento grave o uno acuto , che elevano il tono delle parole scritte, persino un apostrofo o una d eufonica.

Una scrittura  allla ricerca della simmetria suona le prime battute seguendo un Adagio lento, per  poi arrotondarsi in un Andante e se mi va, aggiungo un capitolo di Allegro con brio e Grave  nei momenti bui,  non nello scorrere delle parole ma nel tema trattato. Infine l’ Andante accelera e si conclude facendo eco al cuore che batte forte, come se gli strumenti a percussione volessero sovrastare quelli a corda e quelli a fiato.

Perché parlo spesso di musica? Non sono un’esperta e aver suonato il pianoforte per un discreto numero di anni, non mi rende capace di giudicare o definire un ambito che amo amalgamare al mio.

Quando ero piccola e non possedevo una macchina da scrivere come mio padre, ma volevo emularlo, nascosta nella mia stanza prendevo un vecchio registratore a quattro tasti e su quelli pigiavo le dita, canticchiando parole che inventavo, o leggendo i brevi racconti che nascondevo sotto il cuscino.

Ricreavo la stessa immagine che spiavo dalla fessura dello studio di mio padre: il rumore della macchina da scrivere, per me un concerto diretto da lui, lo sguardo sui giardini in cui giocavamo e persino le gambe accavallate nello stesso modo.

La sua macchina da scrivere è in camera mia, oggi utilizzo un computer, ma come mio padre, prima riporto riflessioni e componimenti sui quaderni blu che compro in Grecia.

Non ho più otto anni, però la stilografica è sempre la stessa e l’entusiasmo non è scemato. Mi siedo in balcone, mi tuffo in un mondo che mi rasserena, rido delle stesse macchie di inchiostro che dipingono le dita e guardo fuori.

Il panorama non è rilevante, ne creo uno diverso ogni volta che scrivo e la musica segue la penna, a volume alto, se occorre: è dentro di me e dentro chi vuole ascoltare, è nelle pagine che si susseguono senza riposo perchè l’Allegro con brio non sfumi in un’ultima nota.