L’osteria romana nella quale prendo i miei pasti è uno dei luoghi nei quali amo l’Italia. Entrano cani festosi, che nessuno sa di chi sono; bambini seminudi con in mano un fiasco impagliato, a comperare il vino per papà. Nel locale una banda di ragazzacci suona la fisarmonica, ai quali Celsa, la figlia del padrone, mette in tavola vino e pagnottelle, guardandoli con fiducioso sospetto. Vicino a me una bambina butta qualcosa al gatto, e gli dice: “Adesso basta, tu brutto, tu che non daresti niente a nessuno”. Il gatto inarca la schiena, gonfia la coda, e le risponde: miau. Mangio come un papa, non parlo a nessuno, e mi diverto come a teatro. Scorciatoia n. 83, maggio 1945.