Febbre d’amore

Amore ai tempi del Coronavirus

20 AGOSTO 2020, MARCO CANDIDA

Febbre d’amore

Non si sa quando Tore si è accorto che Mari gridava ogni tre per due, ma a oggi le cose stanno così: e Tore finalmente se l’è data. Ora in un angolo del cervello passa in rassegna i motivi che non lo hanno fatto accorgere prima di questo dato di fatto: il rimbambinimento dato dalla di lei bellezza devastante maybe or perhaps il rintontimento per via di quel polpettone alla Piemonte che gli preparava, se lo sognava di notte, una cascata di polpettone, con uova sode rotolanti, e carne come zolle di terra e poi ovviamente per la ragione principe, che se vogliamo è anche secondaria, quelle capacità amatorie superominiche (o ultradonniche) che trapassavano inesorabilmente, in un secondo momento, in sentimento d’amore, cuoricini e angioletti. 

Finora Tore non si era accorto, comunque, degli sbotti in saldo della Mari, ma oggi sì, nonostante bellezza, polpettone e sesso spaccaletto sussistano ancora regolarmente. Girano e Mari grida. “È estate. Fa caldo. Sono in città per commissioni”. 

Mari ha i capelli stirati di fresco con la piastra e svolazzano qua e là. I capelli ondeggiano e i seni ballonzolano su e giù: combinazione irresistibile con la quale Tore dovrà fare i conti più tardi verso sera dicendosi: “Okay, non resisto più. Cosa devo fare? Avrà voglia o vorrà essere rispettata?” e non è facile, non è facile per niente! E grida. Sta dicendo qualcosa sul fatto che ormai con il Covid-19 dovremo fare i conti per sempre, in saecula et saeculorum e mille non più mille. 

Sono al Mc e prima di entrare un tipo gli spara, a tutti e due, sulla fronte il termometro per sapere della febbre. Tore ha 36 e 5. Si mettono in fila e pigliano il CheeseBacon Menù anzi, Cheese Burger Menù, anzi il Big Mc Menù, quello classico. In fila lei a rotta di collo a prendersela con mezzo un per cento del pianeta, Gates, Soros e poi a spruzzare fiele sull’amministrazione comunale e il governo, of course, il governo. E alla fine, con le orecchie mezze sforacchiate, Tore butta il contenuto dei vassoietti di plastica nei cesti porta-rifiuti della differenziata (il bicchiere del Mc non riusciva a decidere se fosse carta o plastica, è stato lì un po’ nell’indecisione). 

Poi, fuori. Prendono la macchina e si spostano in centro. Mari è un fiume, anzi, una cascata, una cascata di polpettone di parole, turpiloquianti e sproloquianti e stupendamente sensuali, e lui l’ascolta un po’ in bambola come in mezzo a un tifone dai colori arcobaleno, come spesso gli accade. Ma è il tono. Il tono della voce. Rabbioso, collerico, alto, trapanante. Posteggiano nella piazza del centro città e si infilano in una farmacia per comprare una pomata, una cosa. Entra anche Tore e un addetto gli punta la pistola del termometro sulla fronte e sbang! spara. 36 e 8. “Ma lo sai che ho 36 e 8, cara? Sono quasi a 37” le dice una volta fuori Tore. “Cagati bianco in mano, allora. Quarantena preventiva, con i porci stronzi bastardi che ci circondano la crapa”. 

E giù altri improperi verso Casa Bianca, Papa, concetto di democrazia occidentali e invenzione lì per lì del nuovo concetto di democrazia orientale. Poi, banca. Mari deve ritirare un qualche documento. Si mettono in fila e Mari ha da ridire con qualcuno davanti a lei. Perché lui ha sentito che lei criticava Fontana e allora s’è girato e vista Mari Fontana è diventato il Nemico Pubblico e anche Personale di quel signore, tanto che faceva andare gli occhi da seni a capelli, da capelli a seni, ed era così impepato che a Tore è parso fin che quel signore, per pochi secondi, sia riuscito a muovere ciascun occhio per conto suo, inquadrando con un occhio i capelli e con l’altro i seni, che assieme alla lingua a pendergli di fuori quasi ogni momento, gli ha dato l’aspetto per un istante di una di quelle rappresentazioni di satanassi di qualche tempio messicano o giù di lì. 

Poi, dentro. In banca. E anche qui, misurazione febbre. Con Tore a domandarsi piuttosto placidamente se tra qualche tempo non sarebbe saltato fuori che il raggio del termometro fosse dannoso per le cellule celebrali, tipo cancerogeno o altro. 37,2. “Lei ha 37,2” gli dice il tipo e spara un’altra volta. “Sì, 37 e 2”. “Ho 37 e 2. Cazzo, ho 37 e 2” si mette mezzo a strillare Tore già immaginandosi quarantenato o covidizzato, intubato o cos’altro. “Cagati bianco in mano. 37 e 2 non è 37 e 5. Non fare la mammola che pigola”. “Ma quale mammola, quale pigola…” sussurra Tore mentre Mari si mette in fila e il tipo, dopo avergli risparato in fronte una terza, un po’ orgasmizzato dall’evento covid della sua giornata, gli chiede se gentilmente può comunque accomodarsi fuori dalla banca. E Tore lo fa. 

Si accomoda fuori, al fredduccio dei 33 gradi estivi. Sente i brividi? No, per un ca. Quel coso è rotto, anche se quel filiforme tipo bancario glielo ha sparato tres veces sulla capa. Vogliono farti cacare nei pantaloni o toglierti dalla circolazione, farti crepare di cure mediche sbagliate, tu che giri e rappresenti una minaccia per l’universo-mondo, tipo che potresti scoprire dall’oggi al domani un elisir di lunga vita e diventare monumento in una piazza mentre altri creperebbero nell’anonimato. Non si può mai dire. Ma la cosa più assurda è che pur impallinato da questi pensieri, Tore sta lì, fuori, in attesa, buono buono, che Mari Seni e Capelli esca dalla banca. 

Sì, gli è venuto che potrebbe andare dal macellaio lì accanto, tanto che aspetta, giacché ha visto un tipo tracagnolo che potrebbe essere uno di quelli che prendono la temperatura a chi si azzarda a entrare per una fesa o del guanciale (ormai li ficcano ovunque, questi tizi). Ma se poi, proprio nel mentre, Mari esce, non lo vede e coglie occasione per evaporare? No, meglio stare fermi. Immobili. Gli gira la testa? Manco per un ca. Non ha sintomi covidici, nothing. Poi, Mari esce ed è una valchiria furiosa che colpirebbe il sole con un dito se potesse… Forse che gli hanno clonato il bancomat e cazzi ammazzi. E lui, timidamente: “Ho la febbre… Mari”. “Cagati bianco in mano allora! Cagati! Cagati! Scoglionato minchione senza palle!”. 

E mentre Mari lo investe di insulti e improperi ecco che Tore sente la capa girare e i brividi (sente anche un’erezione, per via che quelle urla gli fanno qualcosa a livello inconscio, boh, chissà) e si rende conto che quella febbre gli è venuta per via di Mari, dei suoi modi totalmente da selvaggia urbana, ed eppure non riesce a staccarsi, febbre per lei, febbre di lei, febbre d’amore, per la Pazza Fantastica, La Donna Come Deve Essere: Mari.

Nella sera, la febbre a Tore passa improvvisa così come improvvisa è venuta. Mari lo sta accarezzando.