A MIA MADRE, di Eugenio Montale, recensione di Elvio Bombonato

A MIA MADRE

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce nel sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

                                              (e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto di una

vita che non è un’altra ma sé stessa,

solo questo ti pone nell’eliso

folto d’anime e voci in cui tu vivi;

e la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

EUGENIO MONTALE,  Finisterre, 1943

Questa poesia è un alto, consolato colloquio meditativo (Dante Isella) di Montale con la madre. Nella prima parte M. nega l’inconsistenza del corpo, nella seconda nega l’inconsistenza dell’aldilà. Oltre il supposto ingombro del corpo, non esiste una via che conduca alla salvezza.

La madre di Montale, Giuseppina Ricci, morì nell’ottobre del 1942, e fu sepolta nel cimitero di Monterosso. Il primo tema della lirica è la memoria minacciata dalla morte; il secondo la religiosità di lei, cui M., agnostico, parrebbe estraneo. L’incipit contrappone il volo felice delle coturnici verso la punta del Mesco (Monterosso) all’orrore della guerra; quindi M. si rivolge alla madre: ‘il corpo non è un’ombra’, una condanna, una prigione, bensì l’identità irripetibile in cui è rivestita ciascuna anima.  La strada per l’aldilà, l’eliso non esistono: il paradiso risiede solo nel ricordo di chi ti ha amato (Foscolo).  Anche ‘la domanda che tu lasci (esiste l’aldilà?) è un gesto tuo’.  Non c’è altra sopravvivenza che quella legata alla figura, alla memoria precisa che si perpetua nei superstiti di un volto, dei gesti, degli sguardi (Giorgio Barberi Squarotti). Il sonno eterno è il nulla eterno (Leopardi, Pessoa), il sonno della morte.

Per M. la fede religiosa ha certamente un senso, ma non per lui né per coloro in cui la vede: la fede della madre è uno degli elementi del ricordo, che gli consente di farla rivivere (Foscolo) nella memoria (Walter Binni).

La lirica consta di 15 endecasillabi, in tre tempi ritmici: il primo di 7 versi con lo scalino, il secondo di 6, il terzo di 2.  Le divisioni sono rilevate dalle rime: clivi/vivi, ombra/sgombra, stessa/essa, voci/croci. Due periodi 7 versi ciascuno, perché il v. 8 è spezzato dal gradino.